Walter Ricciardi e COVID-19, la videointervista: a che punto siamo con la lotta?

Walter Ricciardi e COVID-19, la videointervista: a che punto siamo con la lotta?

Covid-19, presidi sanitari, tamponi e possibili cure: a che punto siamo e quali armi stiamo affilando per combattere il virus

Intervista a Walter Ricciardi, Membro italiano del Comitato Esecutivo dell'WHO e Consigliere del Ministro Roberto Speranza per il coordinamento con le istituzioni sanitarie internazionali oltre che Presidente del Comitato Scientifico di www.doveecomemicuro.it

 


Ritratto di Walter Ricciardi, membro italiano dell'OMSFino a quando si prevede che durerà la lotta al Nuovo Coronavirus? 

Non abbiamo elementi certi per dirlo, ma se facciamo un paragone con l'epidemia di Sars del 2002-2003 - virus molto più letale ma meno contagioso - durò fino a maggio-giugno. Quindi, non credo che ne usciremo prima di quella data. 
 

Per quanto si manterranno le restrizioni imposte dal Governo? 

Dipende dai risultati dei provvedimenti. Se avremo risultati importanti nelle prossime due settimane - quindi nel mese di marzo - potremmo eventualmente pensare di allentare un po' alcune misure. Ma lo sapremo soltanto alla fine di queste due settimane. 
 

Quali sono le proiezioni riguardo a un possibile picco di contagi? 

In questo momento, non siamo in grado di stabilirlo con certezza. Se le misure prese saranno efficaci, nel Nord potremmo avere una diminuzione dell'aumento dei contagi la prossima settimana, seguita da una stabilizzazione in quella successiva, e poi da una diminuzione. Riguardo al Centro-Sud, invece, credo che i contagi continueranno ad aumentare nelle prossime due settimane.
 

Il Premier Conte ha detto che il Governo si sta muovendo per assicurare l'approvvigionamento di mascherine per gli operatori sanitari, spesso costretti a lavorare senza protezioni: questi e altri presidi saranno maggiormente disponibili anche per il resto della popolazione? 

Questo è un grave problema perché la protezione degli operatori sanitari è primaria: molti si stanno infettando e non possono più continuare a prestare le cure, oltre ad aver messo a rischio la propria vita. Il problema non è solo italiano, ma europeo. Le misure di rafforzamento della produzione nazionale e dell'importazione dei presidi da Paesi stranieri – mediante un meccanismo di gara a livello europeo – dovrebbero aiutarci. Però i tempi non sono rapidissimi. La situazione, comunque, sta pian piano migliorando.  
 

Anche i giovani e non solo gli anziani rischiano di ammalarsi gravemente a causa del Nuovo Coronavirus? 

Essendo un virus nuovo, siamo tutti suscettibili all'infezione. Nessuno ha una risposta immunitaria preconfezionata. Il Nuovo Coronavirus colpisce tutte le fasce di età.
Sicuramente le persone più vulnerabili sono quelle più avanti con gli anni e con patologie pregresse. Anche i giovani, però, possono essere colpiti. Alcuni di loro, forse per suscettibilità genetica, per immunodepressione o per un motivo che ancora non conosciamo, vanno incontro a conseguenze più gravi rispetto ai loro coetanei. Non c'è dubbio, comunque, che il Covid-19 sia maggiormente letale per le persone più anziane.
 

Qual è il tasso di letalità del Covid-19 nel nostro Paese? 

In Italia, il tasso di letalità è il più alto del mondo: sfiora il 7% contro il 3% della Cina. Un dato che si deve in parte all'età più avanzata dei nostri cittadini, in parte a un calcolo statistico: questo risultato, infatti si ottiene mettendo al numeratore il numero dei morti e al denominatore quello dei malati. In quest'ultimo gruppo, però, vengono considerati solo i pazienti diagnosticati clinicamente e non tutti quelli che sono risultati positivi al test. Se lo facessimo, al denominatore ci sarebbero molti più casi, e quindi il tasso di letalità risulterebbe attenuato. 

L'alta percentuale di morti in Italia dipende anche da un altro fattore: da noi - a differenza di quanto avviene in Germania, dove i decessi vengono verificati uno a uno - la certificazione di morte viene fatta inizialmente a livello locale, regionale. Solo in un secondo momento arriva il parere dell'Istituto Superiore di Sanità. Alcuni decessi, quindi, potrebbero essere stati attribuiti al Nuovo Coronavirus senza che questo sia effettivamente la causa diretta.
 

Immagine che ritrae una fiala per tampone di coronavirusPer interrompere le possibili catene di trasmissione del Nuovo Coronavirus, la Corea del Sud è ricorsa a un massiccio utilizzo dei tamponi anche sugli asintomatici in modo da scovare subito i positivi e isolarli. Il Veneto intende percorrere la stessa strada. Si prevede che verrà fatto un uso più ampio dei tamponi anche a livello nazionale? 

In questo momento, stiamo seguendo le raccomandazione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, che dice di effettuare i tamponi sui soggetti sintomatici con fattori di rischio: che siano cioè stati a contatto con un positivo o che provengano da aree ad alta circolazione del virus. L'estensione a tutti, addirittura anche agli asintomatici o alla popolazione generale, è qualcosa di molto difficile da attuare tecnicamente, anche per la scarsa disponibilità di un test che dipende molto dalle capacità dell'operatore e del laboratorio.

La Germania ha provato un approccio del genere in Nordreno-Westafalia, ma è rimasta molto delusa perché il test - in un Paese altamente tecnologico e molto ricco - ha prodotto il 70% di falsi positivi e ha quindi dato delle informazioni assolutamente inaffidabili. Inoltre, in Corea del Sud l'esecuzione dei tamponi è stata corredata da un tracciamento dei cittadini molto accurato, per il quale servono alte tecnologie. Non avrebbe senso allargare la platea senza attivare anche le altre misure di carattere tecnologico.
 

Il test rapido per la diagnosi in fase di sperimentazione potrebbe rappresentare una soluzione alla scarsa tracciabilità dei casi positivi asintomatici in Italia?

Certo. Sarebbe importante disporre di un test rapido. E in particolare, di uno che punti a identificare i marcatori (sostanze in grado di rivelare la presenza del virus) che sia, oltre che più veloce, anche più sensibile e specifico rispetto a quelli oggi in uso. Però dev'essere validato. Si stanno facendo molte sperimentazioni in questo senso, ma non tutte andranno a buon fine. L'auspicio è che i test che supereranno le prove abbiano queste caratteristiche.
 

Fotografia di un tampone per coronavirus COVID-19Riguardo alle terapie disponibili contro il Nuovo Coronavirus, le sperimentazioni di cui oggi si parla includono cocktail di antivirali che si sono dimostrati efficaci in altre epidemie, antinfiammatori per l'artrite reumatoide e anticorpi biologici: quali sono le strade più promettenti e quanto si dovrà attendere per il via libera di questi trattamenti? 

Il Ministero della Salute e l'AIFA (l'Agenzia Italiana del Farmaco) stanno cercando di coordinare le attività di sperimentazione di questi farmaci: alcuni sono anticorpi monoclonali, altri antivirali, ma la cosa importante è che l'indagine non venga compromessa da studi approssimativi o da una scorretta registrazione dei dati. Il coordinamento in atto servirà ad accelerare il processo. Credo che prima o poi - sicuramente prima dell'arrivo di un vaccino - potremo contare su una terapia un po' più specifica rispetto a quella sintomatica di cui disponiamo oggi.
 

Quanto tempo si prevede che ci vorrà, invece, per la messa a punto di un vaccino?

Ci vorranno almeno dodici - diciotto mesi.  In questo momento, è partita un'importante sperimentazione negli Stati Uniti. Anche altri 20 centri nel mondo - Italia compresa - stanno lavorando a un vaccino, ma non si può pensare di metterlo a punto prima di un anno, un anno e mezzo.
 

Riguardo alla via che il premier britannico Boris Johnson ha inizialmente dichiarato di voler percorrere per contrastare la diffusione del Nuovo Coronavirus, ossia promuovere misure di contenimento parziali fino al raggiungimento di un'alta percentuale di contagiati in modo da favorire la cosiddetta “immunità di gregge”: cosa sappiamo con certezza al riguardo e qual è il suo parere su questa strategia?

Non sappiamo se ci possa essere un'immunità di gregge naturalmente acquisita - cioè raggiunta lasciando infettare molte persone - perché non conosciamo bene la storia immunologica di questo virus. Non sappiamo, poi, se quest'immunità sia duratura, permanente, o labile al punto da consentire una reinfezione. Qualsiasi ipotesi sull'immunità di gregge, in questo momento, è quindi priva di ogni fondamento scientifico.

Inoltre, credo che nessun politico possa sostenere a lungo un'ipotesi del genere: ci sarebbero talmente tante morti e tante tragedie nelle famiglie, che nessuno potrebbe reggere alla pressione dell'opinione pubblica di fronte a una catastrofe umanitaria di questo tipo. Gli inglesi cambieranno il loro approccio, e già lo stanno facendo.


 
 
In collaborazione con
Michela Crippa

Michela Crippa

Giornalista professionista, da oltre dodici anni mi occupo di giornalismo medico-scientifico per le riviste e i siti del Gruppo Sfera (Rizzoli) scrivendo principalmente di salute e alimentazione. Ho lavorato come redattore presso il mensile "Donna e Mamma" e oggi curo la rubrica delle news in primo piano di "Io e il Mio Bambino" e realizzo reportage sulle strutture ospedaliere per la sezione viaggi nei centri di eccellenza. Inoltre lavoro come addetta stampa del portale Dove e Come Mi Curo.
Data di pubblicazione: 20 marzo 2020
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