Tumore al colon-retto: intervista al Dott. D'Ugo

Tumore al colon-retto: intervista al Dott. D'Ugo
16 luglio 2018

Ricerca e Prevenzione

Intervista al dott. Domenico D'Ugo

Ordinario di Patologia Speciale Chirurgica presso il Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma e
presidente della Società Italiana di Chirurgia Oncologica (SICO)


 



Quanto è diffuso il tumore al colon-retto?

Il carcinoma al colon-retto è, in Italia e nel mondo, il più frequente in assoluto. Rappresenta il 14% di tutti i casi di cancro nella popolazione generale. Nella donna è secondo per incidenza dopo la neoplasia al seno, mentre nell'uomo è terzo, dopo il carcinoma al polmone e quello alla prostata. Si tratta quindi di una patologia di interesse sociale, ma attenendosi alle regole d'oro della prevenzione si può evitare di morire di questo tumore. L'importante è individuarlo quando è in fase di pre-cancerosi o quando è a uno stadio iniziale.

 

Chi deve sottoporsi a un controllo e quando?

Tutti, uomini e donne, devono sottoporsi a un primo esame di controllo a partire dai 50 anni, anche in assenza di sintomi: il test consigliato è la colonscopia, perché è l'unico totalmente affidabile. Questo appuntamento va anticipato a 45 anni in caso di rischio aumentato di sviluppare la malattia, per familiarità. Un'alternativa, sotto i 50 anni, è rappresentata dalla ricerca del sangue occulto nelle feci, seguita dalla colonscopia, qualora l’esito fosse positivo.

I dati provenienti dal Nord Europa, dove l'adesione ai programmi di screening è maggiore rispetto all'Italia, rafforzano sempre più l'idea che sia meglio orientarsi verso la colonscopia piuttosto che puntare su test meno affidabili, come appunto la ricerca del sangue occulto nelle feci o la rettosigmoidoscopia (che analizza solamente le pareti dell'ultima parte del colon). Solo così si può arrivare a incrementare in modo significativo le diagnosi precoci.

Nel nostro Paese, l'offerta cambia da Regione a Regione. Alcune non hanno ancora avviato un programma di screening e lasciano al medico di famiglia o all'iniziativa personale la possibilità di fare prevenzione. Ma anche dove l'organizzazione è impeccabile e i test di screening sono disponibili gratuitamente, l'adesione della popolazione non è altissima.

È necessario, quindi, diffondere maggiormente la cultura della prevenzione: diagnosticando i tumori a uno stadio iniziale, quando sono più curabili, si abbatterebbero i tassi di mortalità e si contribuirebbe a generare un enorme risparmio.

 

La colonscopia virtuale può sostituire quella tradizionale?

La colonscopia virtuale, esame basato su una TAC e un software, ha una capacità abbastanza buona ma nettamente inferiore alla colonscopia tradizionale di individuare piccole lesioni. Entrambi i test prevedono una fase di preparazione - in genere considerata la più fastidiosa - in cui l'intestino viene pulito con l'utilizzo di particolari lassativi.

Nella colonscopia virtuale ciò che viene evitato è l'introduzione nell'intestino di uno strumento a fibre ottiche che può avere qualche controindicazione in pazienti i cui tessuti sono particolarmente fragili. In questi casi è opportuno ricorrere alla colonscopia virtuale. Altra situazione in cui l'esame trova indicazione è la presenza di un colon eccessivamente “tortuoso” od ostruito, caratteristica che non consente la progressione dello strumento a fibre ottiche. In questo caso, la colonscopia virtuale è d'obbligo anche perché offre una visione d’insieme e fornisce le informazioni mancanti.


 
Come si arriva alla diagnosi di tumore?

Innanzitutto eseguendo una colonscopia che permette di individuare la neoformazione: che può essere un polipo o un vero e proprio tumore. Poi, effettuando la biopsia e l’esame istologico, così da dare “un nome e un cognome” alla malattia. Una volta comprese le sue caratteristiche, viene indagato lo stadio di evoluzione, in base al quale si stabilisce un piano di trattamento personalizzato. Se si tratta di una pre-cancerosi o di un tumore in fase iniziale si procede con l'asportazione, che va fatta secondo regole precise al fine di offrire le maggiori garanzie.

 

In che modo assicurare una chirurgia di qualità?

Come Presidente della Società Italiana Chirurgia Oncologica (SICO), auspico l'istituzione di una certificazione - come avviene per le Breast Unit che trattano il tumore al seno – che garantisca che le strutture che si occupano di cancro abbiano i requisiti per farlo. Chi fa volumi modesti, dovrebbe assicurare la stessa qualità dei centri ad alta concentrazione, perché il cittadino affetto da un carcinoma tanto diffuso e curabile come quello del colon-retto ha il diritto di essere operato con le massime garanzie, anche se si rivolge all'ospedale - magari più piccolo - vicino a casa.

 

Quali sono i requisiti che tutti gli ospedali devono rispettare?

Oltre a raggiungere un numero minimo d’interventi l'anno, i centri accreditati dovrebbero poter contare su un team multidisciplinare e su un servizio di endoscopia h24 - necessario per la diagnostica pre-operatoria, intraoperatoria e per le emergenze post-operatorie. Inoltre, dovrebbero avere la possibilità di eseguire un esame istologico estemporaneo intraoperatorio - fondamentale per capire, nel corso dell'intervento, se la parte di organo che si intende conservare è sana. E ancora: dovrebbero poter ricorrere alla chirurgia mininvasiva – cioè alla laparoscopia - in una percentuale di casi abbondantemente sopra il 30%. Non ultimo, dovrebbero applicare programmi ERAS – Enhanced Recovery After Surgery – che si sono dimostrati efficaci per abbattere le complicanze, la durata delle degenze ospedaliere e i costi: si è calcolato che il risparmio per le strutture che li utilizzano è di almeno 3 milioni di euro su 1000 pazienti trattati.

Quanto alla mortalità a 30 giorni dal ricovero è un parametro importante specialmente per quanto riguarda la chirurgia ad alta complessità, ad esempio quella relativa alla neoplasia dello stomaco. Nel caso dell'intervento per tumore al colon, la mortalità è talmente bassa che è difficile trarre conclusioni sulla bontà di una struttura basandosi solo su di essa. Il dato va, quindi, affiancato ad altri parametri: ad esempio, la presenza di complicanze post-operatorie, la rimozione tardiva dei drenaggi, l'impostazione di terapie antibiotiche per periodi eccessivamente lunghi o la ritardata ripresa della funzionalità intestinale.