Report Salute: il SSN perde ospedali e medici

Report Salute: il SSN perde ospedali e medici

Ricerca e Prevenzione

Ultimo aggiornamento: 28 settembre 2019
Come si dislocano le strutture sanitarie pubbliche e private nel territorio nazionale? Ospedali, ambulatori e Centri di assistenza per anziani non autosufficienti, disabili o malati terminali sono sufficienti a soddisfare la richiesta da parte di noi utenti, o esistono le solite difformità tra nord e sud? E i medici di base, e i pediatri? Quanti sono quelli pagati direttamente dal SSN? Sono pochi per le necessità della popolazione nelle diverse regioni? 

Vediamo di fare un po’ di chiarezza, alla luce dei dati che ci giungono direttamente – e ufficialmente – dal Ministero della Salute, relativi all’anno 2017. Cosa è cambiato nel panorama dell’offerta sanitaria nazionale tra il 2014 e il 2017? Cosa è migliorato, e cosa no? Schemi, numeri e percentuali possono darci una mano a comprendere dove sta andando la sanità nazionale, qual è il trend.

ospedali SSNOspedali. Nel triennio considerato sia le strutture interamente pubbliche (51,8%), che i nosocomi privati in regime di convenzione con il SSN, registrano una flessione di circa il 2%. Significa che sono diminuiti e la ragione è legata alle politiche di razionalizzazione promosse dal Ministero da qualche anno. Scopo: creare vasti e articolati poli ospedalieri altamente specializzati e strutturati in modo da offrire la miglior assistenza nelle varie branche mediche. Da tenere conto che la maggior parte delle strutture pubbliche (quasi l’80%), è dotata di un pronto soccorso, e oltre il 60% è provvisto di un reparto di rianimazione. Al 2017, dunque, le strutture ospedaliere nel territorio italiano erano circa 1000. Una politica che va a penalizzare i piccoli e medi ospedali, quei presidi sanitari attorno ai quali si coagulano piccoli centri scarsamente abitati ma lontani dalle aree urbane in cui i grandi poli ospedalieri sono presenti, spesso disseminati in vasti territori con criticità geografiche, che vengono “sacrificati” anche perché considerati poco sicuri per lo scarso numero di posti letto e di trattamenti erogati. Un caso emblematico tra tutti: i punti nascita. Chiusi tutti quelli che non raggiungono il numero minimo di 500 parti l’anno.

Ambulatori specialistici e laboratori. Anche queste strutture di assistenza territoriale sono per lo più pubbliche (ben l’87%), ed erogano servizi fondamentali di attività diagnostica e clinica tra cui esami e visite specialistiche, terapie, interventi chirurgici in regime ambulatoriale, medicazioni, trattamenti di radioterapia, trattamenti riabilitativi, terapie psicologiche ecc. Se ne registra una flessione pari all’ 1,7%. Ambulatori e laboratori di analisi privati e in convenzione, vedono ugualmente una (lieve) diminuzione globale del 0,2%. Sempre in termini di cifre, nel territorio nazionale si contano in tutto 8867 strutture ambulatoriali e di laboratorio.

Assistenza territoriale residenziale e semiresidenziale (Lungodegenza, RSA, Hospice, Case per anziani). Raccoglie strutture che offrono un trattamento sanitario in regime di ricovero (assistenza residenziale) rivolto a categorie di pazienti fragili, che non possono essere assistiti a domicilio per ragioni economiche o familiari, e di assistenza day-hospital (assistenza semiresidenziale). Le categorie di pazienti seguite in questi Centri sono per lo più composte da anziani non autosufficienti o autosufficienti ma affetti da malattie croniche o neurodegenerative, ma anche comatosi, malati terminali, persone con disabilità fisiche e/o psichiche ecc. In questo caso, si assiste ad una divaricazione abbastanza netta. Le strutture pubbliche per l’assistenza residenziale diminuiscono del 3,6%, mentre quelle private aumentano del 2,9%, per un totale di 7372 strutture presenti sul territorio nazionale. Per quanto riguarda l’assistenza semiresidenziale, invece, il totale delle strutture è di 3086, la maggior parte delle quali private in regime di convenzione. Di tali Centri nel triennio considerato si è registrato un aumento pari al 2,5%, sempre grazie all’investimento privato. 

Strutture assistenziali territoriali di altro tipo e strutture riabilitative. Nella prima categoria si inseriscono strutture che offrono un tipo di assistenza sanitaria integrata o specialistica, come ad esempio i Centri dialisi, i Centri termali, i CIM (Centri di Igiene Mentale), i consultori familiari ecc. Nel 2017 si contavano 5586 Centri di questo tipo, con una diminuzione dell’offerta pubblica lieve (0,6%) e un più consistente aumento di quella privata (1,4%). I Centri per la riabilitazione sono invece strutture altamente specialistiche, che offrono servizi di diagnostica e di terapia riabilitativa di vario tipo sia in regime residenziale (ricovero post operatorio, ad esempio), che semiresidenziale, ambulatoriale o extramurale. Nel triennio 2014-2017 le strutture riabilitative sono cresciute soprattutto grazie al contributo privato (+1,8%), per un totale (anno 2017) di 1122 realtà assistenziali a disposizione dell’utenza nazionale.

assistenza domiciliareAssistenza domiciliare integrata (ADI). Si tratta di un tipo di assistenza del tutto pubblica, che quindi dipende dalle ASL regionali, che offre servizi di assistenza infermieristica specialistica per malati che non possono spostarsi dalla propria abitazione o che necessitano di monitoraggio o medicazioni giornaliere o periodiche, ad esempio pazienti oncologici o con patologie degenerative. Nel 2017 l’ADI si è occupata di un’utenza pari a 1.014.626 pazienti, dei quali la maggioranza (83,7%), composta da anziani over 65 e l’8,8% da malati terminali. In questo caso l’offerta (o meglio, la richiesta di questo tipo di trattamento assistenziale essenziale) è aumentata in modo consistente.

Assistenza distrettuale. Nota dolente, perché qui andiamo a trattare il discorso relativo ai medici di medicina generale, ovvero ai medici di base. Secondo i dati forniti dal Ministero, ogni medico di base potrebbe e dovrebbe servire un’utenza media di 1211 pazienti adulti (residenti nel territorio di competenza). Ma le discrepanze tra nord e sud circa il carico effettivo di assistenza sono notevoli. Infatti se nel Nord assistiamo ad un trend positivo, con un carico assistenziale per medico superiore a quello considerato nella media teorica, al Sud (con la sola eccezione della Sardegna), accade l’opposto. Teniamo conto che per legge i medici di base non possono seguire più di 1500 pazienti adulti a testa. Quindi, considerando questo, colpisce che nella provincia autonoma di Bolzano ogni medico si occupi in media di 1613 pazienti adulti. Ciò è possibile perché il contratto di convenzione con il SSN di questa provincia autonoma del “profondo” nord prevede che ogni medico di base possa seguire fino ad un numero massimo di 200 pazienti! All’opposto, nella regione Basilicata, i medici di famiglia assistono una media di 1037 pazienti adulti, collocandosi pertanto in ultima posizione come bacino di utenza. Quale sarà l’assistenza integrata migliore? Ci vorrebbero più medici di base? 

Sicuramente occorrerebbero più pediatri di base, i quali fanno ugualmente parte del Servizio di assistenza distrettuale pubblica (dipendono direttamente dalle Asl regionali), e che mancano in tutto il territorio nazionale, sebbene anche in questo caso le discrepanze siano notevoli. Per un carico potenziale di minori da seguire stimato in 989 piccoli utenti (calcolo del Ministero), troviamo il picco nella provincia autonoma di Bolzano con ben 1236 bambini/e per pediatra, a fronte di meno del minimo “sindacale” in Sicilia, ove si conta una media di 862 pazienti per medico. Anche in questo caso, vien da domandarsi: perché tanta difformità? Forse perché i medici di base e i pediatri della virtuosa regione autonoma di Bolzano si possono permettere di seguire un’utenza tanto numerosa grazie alla più capillare diffusione di altri servizi di assistenza pubblica e privata? 

Tiriamo le somme facendo riferimento ad un rapporto del 2012, quindi ancora precedente rispetto ai dati del triennio esaminati in questo ultimo report diffuso dal Ministero della Salute. Dai numeri a confronto risulta che In 5 anni abbiamo “perso” :
  • 1706 medici di base
  • 66 pediatri di libera scelta
  • 339 medici di guardia medica
  • 60 strutture pubbliche di ricovero, prevalentemente ospedali 
  • 299 strutture ambulatoriali specialistiche pubbliche
  • 216 strutture pubbliche per l’assistenza residenziale
Per una percentuale totale di strutture pubbliche per l’assistenza sanitaria perse pari al 6,39%. In cinque anni. Questo non significa che siamo “sotto” rispetto alle esigenze, perché il gap è stato in parte colmato dall’intervento dell’imprenditoria sanitaria privata. Su questo fronte gli “acquisti” (intesi in termini di strutture sanitarie private, semi private e convenzionate) sono stati pari all’8,84% sul totale, dal 2012 al 2017. 

Dove sta andando il nostro SSN? La privatizzazione è già il nostro futuro?

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In collaborazione con
Paola Perria

Paola Perria

Giornalista pubblicista da luglio 2009, ho conseguito con il massimo dei voti un Master in Gender Equality-Strategie per l’Equità di Genere con tesi sulla Medicina di Genere. Copywriter originale e creativa, nasco negli anni Settanta in un assolato angolo di Sardegna, imparando tutto ciò che posso dai libri e dalla vita, dopo la maturità classica mi sono laureata in Lingue e Comunicazione. Scrivo di salute e benessere dal 2010, collaborando con diverse testate giornalistiche on-line e web magazine. Nel cassetto nascondo racconti, un diploma da fumettista e aspirazioni da storyteller, a cominciare dalla Medicina Narrativa. Collaboro con Doveecomemicuro dal luglio 2017. E questo è solo l’inizio.
Data di pubblicazione: 28 settembre 2019