Nuova ipotesi sulla dislessia

Nuova ipotesi sulla dislessia
07 febbraio 2017

Ricerca e Prevenzione

Secondo i ricercatori del Mit di Boston il cervello di chi ne soffre sarebbe meno plastico, con conseguenti minori capacità di adattamento


Si dice dislessico chi ha difficoltà, leggendo, a decodificare i testi, ma non conosciamo le cause di questo disturbo neurologico. Il Massachusetts Institute of Technology (Mit) di Boston ha avanzato di recente l’ipotesi che la dislessia dipenda da una ridotta plasticità del cervello, che fatica ad adattarsi agli stimoli esterni e per questo ogni parola letta e riletta suona sempre come se fosse nuova. Per arrivare a questa diagnosi i neurologi nordamericani hanno confrontato l'attività cerebrale di soggetti giovani, con o senza difficoltà nella lettura, sottoponendoli a risonanza magnetica mentre affrontavano le parole scritte o ascoltavano le parole pronunciate da altri. Idem per il riconoscimento di oggetti e volti, per i quali peraltro i soggetti dislessici hanno minori difficoltà di memorizzazione.

Il cervello dei dislessici faticherebbe ad adattarsi agli stimoli ripetuti nel tempo. A questa conclusione sono giunti in funzione delle reazioni di chi non presenta disturbi neurologici: la risposta dei neuroni a un forte stimolo sensoriale è all’inizio molto forte, ma le volte successive è molto più debole, man mano che gli stimoli diventano familiari. In chi è dislessico l’apprendimento appare difettoso in funzione di aree del cervello diverse: sembrano coinvolte quelle legate al linguaggio e quelle deputate al riconoscimento di volti e oggetti. Il deficit di plasticità del cervello emergerebbe principalmente durante la lettura, che è compito estremamente complesso, perché impone la decifrazione delle lettere accostate a dei suoni.

Il fenomeno tocca soggetti anche molto giovani e questo testimonierebbe, secondo gli esperti, la comparsa precoce della dislessia, perché la lettura si affronta a scuola, e non dipenderebbe da altre esperienze di apprendimento.