"Cesareo? Solo se necessario". Intervista a Luigi Frigerio, primario dell'Ospedale XXIII di Bergamo

"Cesareo? Solo se necessario". Intervista a Luigi Frigerio, primario dell'Ospedale XXIII di Bergamo
23 marzo 2018

Mamma e Bambino

 Intervista al dott. Luigi Frigerio

Primario di ostetricia e ginecologia dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo
 

 

Perché, in assenza di indicazioni al cesareo, è meglio optare per il parto naturale?

Innanzitutto perché il taglio cesareo è una procedura chirurgica in piena regola non scevra da rischi sia per la mamma che per il bambino. Nella stragrande maggioranza dei casi non comporta conseguenze, ma non si può escludere che durante l'operazione si verifichino complicanze chirurgiche, emorragiche, trombo-emboliche, infettive o legate all'anestesia locale o totale.
 
L'intervento, inoltre, può aumentare i rischi di rottura dell'utero e di errori della placentazione nelle gravidanze successive. O, ancora, può portare alla formazione di aderenze e causare dolore pelvico cronico.
 
Quanto al bambino, l'intervento lo espone a un aumentato rischio di complicanze respiratorie, essendo privato della spremitura polmonare che avviene durante il passaggio nel canale del parto. Nascere con un taglio cesareo anziché per via vaginale, inoltre, comporta differenze nella composizione del microbiota: l'insieme di batteri che colonizzano l'intestino, che possono incidere sulla maturazione del sistema immunitario e predisporre a malattie autoimmuni.

 

Quando l’intervento è assolutamente indispensabile?

Esistono delle indicazioni assolute al cesareo: ad esempio, nei casi di placenta previa, di presentazione anomala del feto, di bacino materno stretto, di bambino eccessivamente grosso, in presenza di gravi malattie materne o di un fibroma previo. E poi, in tutte le situazioni di emergenza: nei casi di sofferenza fetale, di distacco di placenta, di anomalie del collo dell'utero, di sanguinamento di una placenta previa o di complicanze di una gestosi.
 
 

In che modo all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo riuscite a mantenere una bassa percentuale di cesarei?


Ci riusciamo mediante protocolli condivisi e una grande attenzione nell'evitare interventi inutili e potenzialmente dannosi. Quello in corso è il 18° anno che, con piccole oscillazioni, ci manteniamo sulla stessa percentuale: la costanza del dato dimostra che l'organizzazione funziona. Il  risultato è stato raggiunto nonostante la struttura rappresenti un punto di riferimento per le gravidanze a rischio: qui approdano, infatti, le donne che soffrono di diabete gestazionale, ipertensione, distiroidismi, quelle che hanno scelto la via delle procreazione medicalmente assistita o che hanno optato per l'ovodonazione all'estero.
 
Nonostante tutta questa complessità, riusciamo a restare nei limiti suggeriti dalle autorità sanitarie nazionali e internazionali offrendo buone garanzie di sicurezza sia per la mamma che per il nascituro. Ciò è reso possibile dalle dotazioni all'avanguardia, che consentono di intervenire efficacemente e tempestivamente in caso di emergenza, ma anche dalla disponibilità della partoanalgesia 24 ore su 24, che rappresenta un buon deterrente contro il cesareo senza indicazione medica.
 
Un altro elemento che ha contribuito a limitare il numero di interventi è l'opportunità che viene offerta alle donne di eseguire manovre di rivolgimento sotto guida ecografica in caso di feto podalico (eventualità nella quale il cesareo è d'obbligo). Queste manovre hanno un indice di successo intorno al 50%.
 
 

Qual è la vostra politica in caso di pregresso cesareo?

Alle donne precesarizzate proponiamo un parto di prova, ma solo se si verificano alcune condizioni, il che avviene in circa un terzo dei casi. La gravidanza deve aver avuto un decorso senza grossi intoppi e complicanze, non devono esserci fattori di rischio materni o fetali, la cicatrice sull'utero dovuta al precedente intervento dev'essere trasversale e non verticale, altrimenti il rischio di rottura è maggiore. Inoltre, non deve persistere il motivo per cui era stato eseguito il primo intervento, ad esempio un bacino materno stretto. L'ideale, poi, è che il travaglio inizi il più naturalmente possibile.
 
 

In presenza di gemelli di cui il secondo podalico come procedete?

C'è un'idea diffusa che, in questi casi, essendo già uscito un primo bambino, per il secondo sia più facile farsi strada. Non esistono, però, dati in letteratura che possano garantire una sicurezza sufficiente al riguardo.
 
In America, questa eventualità non è considerata un'indicazione assoluta al taglio cesareo. D'altra parte, esiste un 2 - 4% di rischio di incarceramento della testa del bambino di cui bisogna tenere conto. Se si verifica, non si ha margine di manovra. Nella valutazione del rapporto rischi-benefici, quindi, in Italia si tende a preferire il cesareo al parto naturale.
 
Quanto alle gravidanze gemellari, in un 85% dei casi si opta per il cesareo, in ragione della prematurità, della corionicità – quando cioè i gemelli condividono una sola placenta, situazione che comporta maggiori rischi - o della presentazione di uno dei due feti in posizione podalica. Solo in un 10-15% di gravidanze bigemine si procede con il parto naturale: quando i sacchi amniotici e le placente sono due e i gemelli si presentano in posizione cefalica, cioè con la testa rivolta verso il basso.
 
 

Come orientarsi nella scelta dell’ospedale in vista del parto?

Il parto è un evento fisiologico ma biologicamente pericoloso. Quello che non succede in 24 ore può succedere in 24 secondi. In generale, se la gravidanza è fisiologica, ci si può affidare anche a strutture periferiche. Quando, però, emergono elementi di patologia a carico della donna o del nascituro è importante puntare su centri di secondo livello che dispongono di tutte le strumentazioni necessarie per fronteggiare le emergenze.
 
 

Le strutture che eseguono meno di 500 parti all’anno, in base ai dati disponibili, effettuano in proporzione più tagli cesarei rispetto ai grandi centri. Cosa si dovrebbe fare per garantire la sicurezza?

La valutazione rischi-benefici, in situazioni svantaggiate come queste, può giustificare un maggior numero di cesarei. Detto questo, l'ideale sarebbe accorpare i punti nascita che eseguono meno di 500 parti all'anno, offrendo servizi più ampi e maggiori garanzie alle donne che devono partorire. Certamente, vanno considerate alcune lodevoli eccezioni rappresentate da alcuni ospedali situati nelle valli o in montagna, con i quali la politica sanitaria deve inevitabilmente fare i conti.

 

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