Intervista a Giovanni Scambia sul Tumore Maligno all'Ovaio

Intervista a Giovanni Scambia sul Tumore Maligno all'Ovaio

Ricerca e Prevenzione

Ultimo aggiornamento: 25 settembre 2019

Doveecomemicuro.it ha intervistato Giovanni Scambia,
direttore scientifico della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma



Quanto è diffuso il carcinoma all’ovaio?

Il tumore ovarico rappresenta circa il 30% di tutti i tumori maligni dell’apparato genitale femminile. Secondo l’AIOM, in Italia nel 2018 sono stati diagnosticati circa 5200 nuovi casi. Nel complesso, si stima che il rischio di sviluppare questo tumore nell’arco della vita di una donna sia di 1 su 75. 

 

cellula tumorale
Può originare metastasi? 

Dopo la fase iniziale di crescita a livello della pelvi e degli organi ginecologici, il tumore ovarico tende a diffondersi all’interno della cavità addominale tramite nodulazioni che si possono depositare sulla superfice di organi quali intestino, fegato e diaframma. Questo è il momento in cui generalmente si associa ai sintomi e che rappresenta, quindi, lo stadio di presentazione più frequente alla diagnosi.


Quali sono le probabilità di sopravvivenza? 

Questa dipende da diversi fattori: in particolare, giocano un ruolo fondamentale lo stadio del tumore alla diagnosi, la sua caratterizzazione istologica e l’età della paziente. A causa delle diagnosi tardive dovute alla sintomatologia subdola – sfumata o del tutto assente nelle fasi inziali e più rilevante in uno stato avanzato, con distensione addominale, inappetenza e alterazioni della funzionalità intestinale tra le problematiche più comuni -, i dati AIOM 2018 stimano la sopravvivenza in Italia a 5 anni dalla diagnosi intorno al 40% e quella a 10 anni intorno al 30%

dottor. Giovanni Scambia
Quali sono i fattori di rischio? 

Il fattore maggiormente associato a un incremento del rischio di sviluppare questa neoplasia è una storia familiare di tumori maligni ginecologici, in particolare all'ovaio e alla mammella. Ciò si verifica in presenza di particolari mutazioni genetiche (geni BRCA1-BRCA2), che predispongono a questo tipo di carcinoma. Anche fattori quali l’ovulazione incessante, la nulliparità o la stimolazione ovarica per il trattamento dell’infertilità sembrano poter favorire lo sviluppo di questi tumori, anche se la loro correlazione è ancora oggetto di discussione scientifica. Al contrario, l'allattamento al seno, le gravidanze e l'utilizzo per periodi prolungati della pillola contraccettiva sembrano essere fattori protettivi. 


Che tipo di prevenzione è possibile? 

Ad oggi, non esistono programmi di screening efficaci per la prevenzione del tumore ovarico sporadico, fatta eccezione di quelli per le pazienti portatrici di mutazione genetica. Ai test per identificare la presenza della mutazione dovrebbero sottoporsi le donne con familiarità per neoplasie ginecologiche. Mentre quante presentano una sintomatologia sospetta dovrebbero rivolgersi tempestivamente a uno specialista.


In che modo si arriva alla diagnosi? 

Alla nascita del sospetto di tumore ovarico, gli esami diagnostici devono comprendere una TC total body, un’ecografia addominale e il dosaggio di marcatori tumorali quali il CA125, CA 19.9, CEA, CA 15.3. I risultati di questi test, in genere, bastano a indirizzare il clinico verso la diagnosi corretta. La conferma diagnostica si avrà, poi, con l’esame istologico del tumore, mediante biopsia o in concomitanza con l’intervento chirurgico principale.

chemioterapia
Come si cura?

Il carcinoma all’ovaio è una malattia complessa ed eterogenea per il trattamento della quale disponiamo essenzialmente di due armi: la chirurgia e la chemioterapia. Se al momento della diagnosi il tumore appare chirurgicamente asportabile, si opta in genere per l’intervento con l’obiettivo di rimuovere la malattia visibile. Successivamente, per consolidare i risultati, le pazienti vengono sottoposte a chemioterapia (di solito 6 cicli a base di 2 farmaci in combinazione). 

Se al momento della diagnosi il carcinoma risulta troppo esteso e quindi non rimovibile chirurgicamente o se la paziente non è in condizione di sopportare l'intervento, si procede prima con la chemioterapia, così da ridurre la malattia e renderla più facilmente asportabile, e poi con l'operazione. Queste stesse modalità possono, poi, essere adattate e riutilizzate in caso di recidiva.

In associazione a queste strategie terapeutiche, sono oggi disponibili altri tipi di terapie anti-angiogenetiche e farmaci che funzionano da blocco dei meccanismi di riparazione del DNA delle cellule neoplastiche (PARP inibitori), in grado di stabilizzare e rallentare sensibilmente la progressione della malattia. Un'altra possibilità è rappresentata dalle terapie immunologiche, che però sono ancora oggetto di sperimentazione clinica.


Quali sono le novità della ricerca?

Molti trial e progetti di ricerca sono oggi in corso per valutare l’efficacia di svariati tipi di molecole per il trattamento del tumore ovarico. Numerosi farmaci sono già attualmente a disposizione delle pazienti, come il Bevacizumab, anticorpo volto a bloccare la proliferazione vascolare all’interno del tumore e quindi a rallentarne la crescita, e una classe di farmaci chiamati PARP inibitori. La loro azione è volta a interagire con i meccanismi di riparazione del DNA della cellula tumorale e conseguentemente a bloccarne la proliferazione. Questo tipo di trattamento ha finora mostrato risultati promettenti soprattutto nelle pazienti portatrici di mutazione del gene BRCA, ma recentemente anche nelle pazienti non mutate.


In cosa consiste il follow-up post-intervento? 

Al termine del trattamento, chirurgico e chemioterapico, la paziente viene invitata a svolgere controlli periodici per almeno 5 anni. Questi consistono nel dosaggio di marcatori tumorali, nell’esecuzione di esami strumentali e nella visita ginecologica e hanno lo scopo di identificare precocemente un’eventuale recidiva. 


Come scegliere l’ospedale in cui operarsi? 

Come per tutte le patologie complesse, anche per la gestione del carcinoma ovarico è fondamentale affidarsi a centri competenti e accreditati, in grado di garantire cure ed assistenza appropriate volte a prolungare la sopravvivenza e, al tempo stesso, a migliorare la qualità di vita.


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In collaborazione con
Michela Crippa

Michela Crippa

Giornalista professionista, da oltre dodici anni mi occupo di giornalismo medico-scientifico per le riviste e i siti del Gruppo Sfera (Rizzoli) scrivendo principalmente di salute e alimentazione. Ho lavorato come redattore presso il mensile "Donna e Mamma" e oggi curo la rubrica delle news in primo piano di "Io e il Mio Bambino" e realizzo reportage sulle strutture ospedaliere per la sezione viaggi nei centri di eccellenza. Inoltre lavoro come addetta stampa del portale Dove e Come Mi Curo.
Data di pubblicazione: 25 settembre 2019