Sanità? Il Mezzogiorno si conferma il grande "malato" d'Italia

Sanità? Il Mezzogiorno si conferma il grande "malato" d'Italia

Ricerca e Prevenzione

Ultimo aggiornamento: 19 settembre 2019

Indice

 

COS’È L’INDICE DI PERFORMANCE SANITARIA

Hai mai pensato di dare un voto alla “tua” sanità pubblica? Il servizio sanitario della regione in cui risiedi raggiunge la sufficienza secondo te? O, potendo scegliere, preferiresti farti curare altrove…? Esami, interventi, terapie, screening diagnostici di routine o di emergenza, ricoveri… se negli ultimi tre anni hai dovuto far ricorso ad uno dei servizi previsti dal nostro SSN, che come forse saprai è gestito dalle regioni, è probabile che anche tu abbia contribuito a completare l’indice di performance sanitaria (IPS) di cui parliamo in questo articolo. 

Di che si tratta?

Di un rapporto che in modo esaustivo descrive la sanità nazionale in base a criteri che ne individuano il livello di efficienza sulla base della percezione che l’utenza ne ha. Quali sono questi criteri, e chi si è occupato di redigere l’IPS? Rispondiamo alla prima domanda. I parametri utilizzati per ottenere questo speciale indice di gradimento sanitario sono otto, e nello specifico (con le relative fonti ufficiali):
  • Soddisfazione dei servizi sanitari (indice desunto dai dati ISTAT, 2017)
  • Mobilità (dati del Ministero della Salute, 2017)
  • Mobilità passiva (dati del Ministero della Salute, 2017)
  • Risultato di esercizio per regione (dati ricavato dal monitoraggio della spesa sanitaria, a cura del Ministero dell’Economia e delle Finanze, 2018)
  • Disagio economico delle famiglie (dati elaborati da Demoskopica sulla base degli indicatori ISTAT, 2017)
  • Spese legali al netto delle ritenute per liti, da contenzioso e da spese sfavorevoli (dati Siope, Sistema operativo sulle operazioni degli enti pubblici della Ragioneria Regionale dello Stato, 2018)
  • Democrazia sanitaria (dati Siope su indennità, rimborso spese, ritenute erariali e contributi previdenziali per gli organi istituzionali e direttivi, 2018)
  • Speranza di vita (dati ISTAT, 2017)
Prima di addentrarci schematicamente sugli esiti di questa indagine comparativa, rispondiamo alla seconda domanda. Ad occuparsi di redigere il rapporto IPS è Demoskopica, un istituto di statistica italiano che dal 2001 fa cose importanti in ambito di ricerca economica e sociale tra cui sondaggi di opinione a campione, e indagini di mercato, per conto di enti pubblici e privati. 
La nostra sanità, dunque, sotto la lente di ingrandimento di Demoskopica, come ne è uscita?

SANITÀ FELICE: IN TESTA TRENTINO ALTO ADIGE, EMILIA ROMAGNA E VENETO

L’asso pigliatutto è il Trentino-Alto Adige. È nella verde regione delle province autonome di Trento e Bolzano che si trova il “segreto” per vivere più sani (e meglio curati) e più a lungo. Ma attenzione, perché il numero uno della classifica è tallonato dalla blasonata Emila Romagna (cui ruba il primato, ma chissà per quanto), e dal vicino Veneto. La sanità felice, quella che nell’indice di gradimento degli utenti supera la sufficienza e che quindi potremmo definire “in salute” (giusto per restare nel campo semantico del benessere), si trova tutta al nord e in parte del centro della Penisola: Umbria, Marche, Toscana, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia e Piemonte. 

Sono pertanto nove, su 21, le regioni che godono perfetta salute. Consideriamo innanzitutto un parametro molto importante per valutare l’efficienza e la qualità di un sistema sanitario: i servizi erogati in regime di ricovero ospedaliero. Quelli realmente offerti, ma anche la percezione che il paziente ne ricava durante la degenza.  

Sotto il profilo della soddisfazione gli italiani – in media – non si ritengono tali. Solo 3 connazionali su 10 – tutti reduci da un ricovero nei tre mesi precedenti l’indagine - dichiarano di aver gradito pienamente i servizi sanitari di cui hanno goduto da degenti. 

E per servizi si intende un po’ tutto: assistenza medico-infermieristica ma anche vitto e igiene. Decisamente una percentuale poco incoraggiante per i nostri ospedali. Significa che l’Italia, sul fronte della percezione dei suoi abitanti, non è una nazione “sana”. Con le dovute eccezioni. 

Chi svetta in questa speciale top 21? Ebbene, le strutture sanitarie che raggiungono e superano la sufficienza in questo speciale indice di gradimento sono tutte al nord, dove primeggia, come abbiamo visto per il gradimento generale, proprio il Trentino-Alto Adige. Seguono Valle d’Aosta e Friuli-Venezia Giulia. Al quarto posto la prima regione non settentrionale, ma del meridione: il Molise, che anche nella classifica generale si situa in buona posizione, ovvero all’undicesimo posto, peraltro in salita rispetto alle rilevazioni precedenti. Come vedremo, il Molise è anche l’unica regione del Mezzogiorno il cui servizio sanitario “attragga” utenti da altre regioni, principalmente limitrofe. 

Tuttavia, va ribadito che questa classifica non è recentissima, risale infatti alle rilevazioni ISTAT del 2017, il che significa che non viene contemplata la situazione attuale della sanità molisana, drammaticamente a corto di personale medico. 

Ma torniamo alla nostra classifica dei migliori servizi ospedalieri in regime di ricovero: dopo il Molise, al quinto posto Umbria e al sesto Emilia-Romagna. Seguono, distanziati (con voti intorno alla sufficienza) Veneto, Toscana, Lombardia, Abruzzo, Liguria, Piemonte. E le ultime in classifica? 

La percezione degli Italiani: più sani al nord?

Abbiamo visto che nellteam dottori a classifica generale delle regioni con una sanità più “sana” sulla base degli otto indicatori scelti da Demoskopica per il loro Indice di performance sanitaria troviamo regioni del nord Italia. E i voti in rosso, a chi vanno? Facile: alle regioni del Mezzogiorno.  

La maglia nera per inefficienza del servizio sanitario spetta alla Calabria, l’ultima nella graduatoria, ma se la passano piuttosto male anche Abruzzo, Sardegna, Sicilia e Campania.

Nel mezzo, troviamo le regioni il cui indice di performance sanitario non è propriamente sano, ma non è neppure troppo grave, e che pertanto vengono definite, nel rapporto Demoskopica, come un po’ “influenzate”.  Sono:
  • Valle D’Aosta
  • Molise
  • Lazio
  • Liguria
  • Basilicata
  • Puglia
Tornando al parametro cruciale dell’efficienza ospedaliera e dell’indice di soddisfazione dei degenti rispetto ai servizi erogati in regime di ricovero, anche in questo caso agli ultimi posti troviamo le strutture sanitarie del Sud: Sardegna, Basilicata, Puglia, Sicilia, Campania e infine Calabria. 

Dunque, dobbiamo desumere che al nord le persone siano meglio curate e che la sanità sia, pertanto, più sana? Purtroppo, il report di Demoskopica parla chiaro: la forbice tra la sanità del settentrione e quella meridionale aumenta in termini di qualità ed efficienza dei servizi, il che, naturalmente, ricade anche sulle aspettative di “buona” vita dei cittadini. La sanità pubblica risulta quindi poco democratica, certo disomogenea, con punte di eccellenza anche al sud, ma senza che si raggiunga una vera parità qualitativa. 

A seconda della regione in cui nasci, potresti doverti “accontentare” di un servizio sanitario scadente, oppure… essere costretto a spostarti, a “migrare” verso quelle regioni del nord che possono garantirti cure migliori. La mobilità sanitaria è uno dei grandi problemi, e forse il più emergente, della sanità italiana, perché comporta enormi spese per le regioni che sono costrette a mandare altrove i loro utenti, e perché contribuisce ad acuire il divario reale, e quello percepito, in termini di qualità della salute tra nord e sud. Ma prima di arrivarci, affrontiamo attraverso i dati forniti da Demoskopica, il tema altrettanto centrale delle aspettative di vita. Cosa si attendono gli italiani? Come e quanto sperano di vivere, in base alle regioni di nascita e di residenza?

ASPETTATIVE DI VITA

Come italiano/a, quanto ti aspetti di vivere da questo momento in avanti? E come immagini di trascorrere i prossimi anni, soprattutto se non sei più tanto giovane? La speranza di vita che ci attende rappresenta un indicatore formidabile di efficacia sanitaria, dato che non solo ci informa di quanto siamo realmente longevi (al di là dei vari “miti” legati al Bel Paese, alla sua Dieta Mediterranea, e al suo stile di vita), ma anche di quanta fiducia possiamo riporre (e di fatto riponiamo) nel nostro sistema sanitario nazionale, al quale attribuiamo (pagandolo in parte attraverso le tasse) l’onere di prendersi cura della nostra salute in tutti i suoi aspetti. 

Ebbene, immagino voglia sapere quali siano le regioni più longeve d’Italia, perché probabilmente da questa classifica potresti anche dedurre quanto siano efficienti i servizi sanitari ivi erogati. Di nuovo dobbiamo tornare al nord, per avere i dati più confortanti.

Il primato spetta (di nuovo) al Trentino-Alto Adige, che conquista la vetta della longevità con i suoi 83, 8 anni di vita attesi per i suoi cittadini/e, seguito dal Veneto (83,4 anni). Il terzo gradino del podio è poi conquistato da ben quattro regioni, tutte con un’aspettativa di vita media di 83,3 anni: Marche, Toscana, Umbria e Lombardia, seguite da Emilia-Romagna e Friuli-Venezia Giulia (rispettivamente 83,2 e 83 anni di vita attesi). 

Si posiziona al nono posto, ma è la prima tra le regioni del sud, la Sardegna, benché vanti al suo interno una delle poche “oasi blu” del mondo, ovvero quelle zone del globo a più alto tasso di centenari. Nonostante questo picco di longevità, l’isola non si situa però ai vertici, perché la speranza di vita media dei suoi abitanti non supera gli 82,8 anni. 

E le maglie nere? Di nuovo, dobbiamo scendere al sud, con un’unica eccezione costituita dalla Valle D’Aosta. Partendo dalla quint’ultima troviamo:
  • Basilicata (82,3 anni)
  • Calabria (82,1 anni)
  • Valle D’Aosta (82,0 anni)
  • Sicilia (81,6 anni)
  • Campania (81,1 anni)
In queste regioni la qualità della vita non va forse di pari passo con la durata della stessa. “Colpa” di un servizio sanitario inefficiente? Non solo, ma certo, questo fattore incide, e molto. 

DIRITTO ALLA SALUTE E DISAGIO ECONOMICO

Si fa presto a dire che quello alla salute è un diritto inalienabile, e che il nostro SSN ci garantisce le cure essenziali gratuitamente e indipendentemente da chi siamo, da quanto soldi abbiamo, e da dove nasciamo. Purtroppo, il quadro, relativamente all’accesso ai servizi sanitari pubblici (e alla qualità e quantità dello stesso) dell’utenza più svantaggiata sotto il profilo socioeconomico, non è roseo. E anche in questo caso, dobbiamo rilevare il gap tra nord e sud che affligge tutto il sistema sanitario del Paese e che dimostra di essere quanto mai poco omogeneo, nonostante i tentativi ministeriali di garantire la stessa qualità e la stessa offerta sanitaria in tutte le regioni. L’indicatore del disagio economico è delicato, ma cruciale quando si parla di sanità.

I dati relativi al 2017 che il report di Demoskopica recupera dall’ISTAT ci dicono sostanzialmente due cose:

Che in Italia 1,6 milioni di famiglie non hanno potuto pagarsi le cure di cui necessitavano, o per lo meno non totalmente o non regolarmente (dovendo quindi interrompere trattamenti o terapie specifiche che avrebbero dovuto essere proseguite).

Che i nuclei familiari che denunciano forti difficoltà economiche e impossibilità ad accedere a molti servizi sanitari perché troppo onerosi, sono concentrati prevalentemente nelle regioni del Mezzogiorno
  • Calabria (centoventimila famiglie, pari al 14,9% sul totale degli utenti calabresi)
  • Sicilia (14,2% sul totale dei nuclei familiari siciliani)
  • Campania (10, 3% delle famiglie)
  • Basilicata (9,2% delle famiglie)
  • Puglia (9,1% delle famiglie)
E al nord? Che succede? Le famiglie che non sono riuscite ad accedere alle cure per difficoltà economiche in Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige e Liguria sono appena il 2% sul totale. Seguono Toscana e Friuli-Venezia Giulia con meno del 3%. Non c’è molto da aggiungere.

MOBILITÀ: ALLA LOMBARDIA IL PRIMATO DELL’”ATTRAZIONE SANITARIA”

Abbiamo già accennato in apertura di articolo, al tema centrale della cosiddetta mobilità sanitaria, che può essere attiva, o passiva. Nel secondo caso l’utenza si “sposta” dalla regione di residenza ad un’altra (sovente limitrofa) per ottenere cure migliori. Nel primo, la regione e le sue strutture sanitarie “accolgono” migranti sanitari provenienti da altre regioni e non perdono la propria utenza. Chi domina la classifica generale della mobilità interregionale? Molti di noi conoscono l’attrattività di ospedali, policlinici e Centri di eccellenza presenti in alcune regioni d’Italia che erogano cure specialistiche non sempre presenti nel resto del territorio nazionale. 

Pertanto, il record della mobilità interregionale attiva spetta alla Lombardia, con i suoi cento sessantacinquemila ricoveri extraregionali, mentre al secondo posto si colloca l'’Emilia-Romagna con i suoi 108 mila ricoveri extra regionali. Seguono il Lazio, la Toscana, il Veneto. Fin qui, tutto abbastanza prevedibile. Com’è prevedibile che l’esodo dei migrati sanitari verso il nord e il centro parta prevalentemente dal sud, in particolare da Calabria e Campania. I migranti sanitari interregionali, però, si muovono anche nel Mezzogiorno. Peculiare ed emblematico il caso del piccolo Molise, che per capacità attrattiva del proprio sistema sanitario supera tutti e si colloca al primo posto della classifica parziale della mobilità attiva: ben il 28,7% dei ricoveri è costituito da pazienti di altre regioni, per lo più confinanti. 

Il saldo negativo spetta alla Sardegna, ultima come attrattività, probabilmente anche per semplici ragioni geografiche. In compenso la sua utenza tende a restare in loco e ad usufruire dei servizi sanitari offerti. Quali sono le ragioni di tanta disparità nei numeri della mobilità sanitaria? Ma la domanda ancora più importante è la seguente: perché esiste un fenomeno di mobilità sanitaria? In linea puramente teorica, il nostro SSN dovrebbe garantire lo stesso tipo di cure a tutti, e le regioni dovrebbero essere in grado di fornire tali servizi con caratteristiche uguali, o per lo meno non troppo dissimili. 

Non esistono, infatti, solo i poli di eccellenza, ma la maggior parte delle cure e dei trattamenti richiesti dall’utenza (ovvero da tutti noi), fa parte dei servizi sanitari di routine o rientra nei LEA (Livelli essenziali di assistenza), che sono uguali dovunque come da direttive ministeriali. E allora? 
Purtroppo, uno dei grossi problemi della sanità pubblica sono i debiti, sono le spese che non si riescono a gestire, e pertanto ogni regione tenta di colmare il buco come può, non di rado tagliando proprio sui servizi offerti. Ma attenzione: a pagare i ricoveri extraterritoriali della propria utenza che si sposta verso strutture sanitarie extraregionali percepite come più efficienti sono… le stesse sanità regionali di origine. 
Pertanto, si attua un vero e proprio circolo vizioso tra mobilità attiva (che fa fare “cassa” ai sistemi sanitari regionali che attraggono migranti sanitari) e mobilità passiva e saldo negativo. 

Per concludere: Lombardia o Emilia Romagna non sempre (e non certo per tutti i tipi di cure indistintamente) offrono un trattamento superiore come qualità rispetto a quello erogato in Calabria, Campania o Sicilia, ma se per l’utenza del Mezzogiorno questa resta la percezione, che ha come rovescio della medaglia un diffuso senso di diffidenza nei riguardi del proprio servizio sanitario, allora continueremo ad avere migranti sanitari che peseranno sulle casse della sanità delle proprie regione di residenza, senza usufruirne!

SPESE LEGALI: A CALABRIA E TOSCANA IL PRIMATO NEGATIVO

Le spese, i debiti e la costante carenza di fondi della sanità pubblica, soprattutto di quella di alcune regioni del Mezzogiorno, non dipendono, però, solo dal fenomeno della mobilità sanitaria. Ci sono molte ragioni per cui alcuni sistemi sanitari si ritrovano costantemente con i conti in rosso. Una delle cause, che è stata analizzata da Demoskopica e che rappresenta uno degli indicatori, sono le spese legali. Che cosa indicano? Si tratta di spese, spesso onerose, derivanti da contenziosi legali tra utenza o terzi e strutture sanitarie. Ci riferiamo a denunce e citazioni in giudizio (per lo più per errori medici, mancata assistenza, ma anche stipendi non pagati e altro) in cui il sistema sanitario regionale abbia perso tali cause e abbia dovuto pagare degli indennizzi o rifondere la parte offesa. A quanto ammontano tali spese “tribunalizie”? In totale, il nostro SSN ha dovuto sborsare 190 milioni di euro, pari a 522 mila euro al giorno! A peggiorare il quadro è il trend in salita, dato che nel 2018 tali spese sono aumentate di quasi il 9% rispetto al 2017. 

Chi “pesa” maggiormente sul piatto della bilancia dei versamenti per cause legali? Manco a dirlo, dobbiamo scendere al sud, dove si fa notare la Calabria con i suoi 19,5 milioni di euro usciti dalle casse per pagare contenziosi, pari più o meno a 10 euro pro capite per abitante. Ma se qui si tocca il fondo, non molto meglio stanno Toscana (29,9 milioni di euro), e Abruzzo (10,5 milioni di euro), con spese che equivalgono più o meno a 8 euro pro capite.

Le regioni virtuose, che quindi hanno una perdita minima di risorse da destinare a spese legali sono la Lombardia (8,4 milioni di euro pari a 0,8 euro pro capite), la Liguria (1,1 milioni di euro pari a 0,7 euro pro capite) e il Piemonte (2,5 milioni di euro e 0,6 euro pro capite). Anche in questo caso, poco da aggiungere, le cifre parlano da sole. 


Scopri quali sono le Migliori Strutture in Italia, suddivise per patologie (Fonte: PNE 2018) 
 
In collaborazione con
Paola Perria

Paola Perria

Giornalista pubblicista da luglio 2009, ho conseguito con il massimo dei voti un Master in Gender Equality-Strategie per l’Equità di Genere con tesi sulla Medicina di Genere. Copywriter originale e creativa, nasco negli anni Settanta in un assolato angolo di Sardegna, imparando tutto ciò che posso dai libri e dalla vita, dopo la maturità classica mi sono laureata in Lingue e Comunicazione. Scrivo di salute e benessere dal 2010, collaborando con diverse testate giornalistiche on-line e web magazine. Nel cassetto nascondo racconti, un diploma da fumettista e aspirazioni da storyteller, a cominciare dalla Medicina Narrativa. Collaboro con Doveecomemicuro dal luglio 2017. E questo è solo l’inizio.
Data di pubblicazione: 19 settembre 2019