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Dolore cronico, multifattoriale

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31 dicembre 2016

Benessere

Il dolore è tra i motivi più frequenti di ricorso ai medici da parte dei pazienti, soprattutto in età più che matura. Una ricerca certifica che il 40% degli accessi in ambulatorio si concentra nella fascia over 65 e riguarda le coliche renali, le lombalgie acute e le cefalee. Il 10% di questi pazienti accusa del resto una media di cinque patologie, per cui ha poco senso parlare di comorbidità (presenza contemporanea di più patologie), meglio riferirsi alla multimorbidità, con la necessità di prendere in considerazione tutto quanto ha connessione, a vario titolo, con il dolore.

Come sottolinea Massimo Allegri, ricercatore dell’Università di Parma e del centro del dolore Aou di Parma, «in partenza si ragiona di un’infiammazione, che può cronicizzare e diventare malattia a sé stante. Il dolore indica una possibile lesione del nostro organismo e, se persiste, si producono meccanismi che lo amplificano. Se protratti nel tempo possono prescindere dal messaggio iniziale e portare al dolore cronico o all’aumento dell’intensità percepita dal paziente. Un fenomeno questo sottostimato e sottotrattato, con il rischio di affermare che il midollo percepisce come dolore anche ciò che dolore non è».

Purtroppo ci facciamo involontariamente del male, ricorrendo troppo spesso agli antinfiammatori, non sempre efficaci e comunque fautori di effetti collaterali se il loro impiego si prolunga. Il dolore, non dimentichiamolo, nasce anche da disfunzioni meccaniche, legate ai reumatismi. In base ai dati Istat 2015 il 38% della popolazione italiana ha dichiarato di avere avuto almeno una volta nella vita episodi di tipo reumatico. L’artrosi in primo luogo, che non ha soluzioni farmacologiche che ne arrestino la progressione. Di qui il ricorso ai farmaci sintomatici, gli analgesici, a partire dal paracetamolo. Se la terapia non ha effetto si passa ai FANS, non sempre farmaci ad hoc. Il 15% degli anziani assume anticoagulanti e l’impiego di un antinfiammatorio in soggetti fragili aumenta il rischio di sanguinamento. E’ perciò preferibile passare agli oppioidi deboli, come la codeina, che possono essere utilizzati in associazione al paracetamolo, a dosi più basse.