COVID-19: i 5 falsi miti da sfatare

COVID-19: i 5 falsi miti da sfatare

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immagine che raffigura virologi in laboratorioIl nuovo Coronavirus circola da poco più di tre mesi, durante i quali ha sovvertito le nostre vite e messo in discussione i fondamenti della nostra società. Come tutti gli elementi ignoti e che rappresentano un rischio per la salute, incutono paura. 
L’approccio con il quale mediamente le persone si rivolgono alla scienza si basa sul bisogno di certezze. Sulle malattie vogliamo notizie sicure, abbiamo bisogno di muoverci nel bianco o nel nero, non tolleriamo le aree d’ombra. Ma la scienza si alimenta di dubbi e pone il suo valore proprio nell’approfondimento degli interrogativi, nella continua messa in discussione delle informazioni prodotte e rilevate.
In Sanità si decide per equilibri, si mettono continuamente sui piatti della bilancia rischi e vantaggi di una possibile soluzione. Non sono disponibili miracoli: a ogni scelta corrispondono rischi. Ogni farmaco ha effetti collaterali e sappiamo bene come vanno a finire le iniziative prive di effetti collaterali che vengono proposte come alternative per la cura di patologie drammatiche, fra cui il cancro.

Tutte le volte che la scienza manifesta il suo punto di forza, ossia quando esprime con chiarezza i dubbi che regnano attorno a un argomento e dichiara di non sapere, corriamo il rischio di cadere nello sconforto e di cedere alle facili lusinghe delle scorciatoie, delle facili soluzioni.
È ciò che sta accadendo in questo periodo: non conosciamo che pochi aspetti della malattia da nuovo Coronavirus. Necessariamente, i medici sperimentano in regime di sicurezza trattamenti che hanno mostrato un’opportunità di efficacia.
Questo stato di grande precarietà che preoccupa tutti noi è diventato per molti un’opportunità per spacciare finte verità. Per non correre il rischio di abbandonarci a false soluzioni che possono procurarci danno, è dunque necessario che ci informiamo presso siti che si esprimono sulla base di solide evidenze scientifiche e citano le fonti da cui attingono.
Di seguito alcuni dei falsi miti che circolano con maggiore frequenza nel web (e non solo).

L'infezione può trasmettersi con gli alimenti e l'acqua del rubinetto

Ad oggi la trasmissione del SARS-CoV-2 accertata è quella attraverso le goccioline che emettiamo parlando, respirando, tossendo o starnutendo (droplets), note anche come goccioline di Fludge. Il dubbio che il contagio potesse avvenire anche per via oro-fecale è sorto a seguito della constatazione che uno dei sintomi della COVID-19, che si manifesta solo in alcuni pazienti, è la dissenteria. Tuttavia, non esistono casi dimostrati di trasmissione con questa modalità.

Fotografia che raffigura un rubinetto che riempie un bicchiere d'acquaGli approfondimenti effettuati su questo aspetto hanno confermato che l’acqua del rubinetto è sicura. Le pratiche di depurazione e disinfezione finale cui è sottoposta l'acqua sono infatti efficaci nell'abbattimento dei virus.
Il sospetto di una possibile contaminazione deriva dalla constatazione che la dissenteria presente in alcuni pazienti determina il rilascio del virus nelle acque di scarico. Ma non ci sono evidenze di trasmissione della malattia da sistemi fognari e trattamento delle acque reflue.

La clorazione è il sistema più usato nel nostro Paese per la disinfezione delle acque reflue, potabili e ad uso ricreativo. Viene realizzata aggiungendo una soluzione di ipoclorito di sodio, un disinfettante attivo su un ampio spettro di microorganismi di comune utilizzo (è l’arcinota candeggina). L’ipoclorito in soluzione produce acido cloridrico e acido ipocloroso, che sviluppano cloro libero. La quantità di cloro libero sprigionata (che si misura in ppm, parti per mille) viene rilevata mediante l’uso di specifici reagenti. Essa dipende dalla concentrazione iniziale dell’ipoclorito aggiunto e determina la potenza germicida del prodotto.

Come anche indicato nel documento pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità Water, sanitation, hygiene and waste management for COVID-19 sulla gestione delle acque potabili, non sono necessarie misure aggiuntive rispetto a quelle già in uso. Né sussistono ragioni che orientino verso l’acquisto di acqua in bottiglia o bevande diverse dall’acqua.
Come specificato sopra, le conoscenze attuali indicano che non esistono evidenze di contagio della COVID-19 per via alimentare.
Questo non riduce l’importanza generale, sempre valida, delle regole di igiene nella gestione degli alimenti.
In particolare, l’OMS raccomanda di evitare il contatto fra alimenti cotti e alimenti crudi, usando anche taglieri diversi.

Se non esistono evidenze scientifiche che dimostrino che la COVID-19 possa trasmettersi attraverso il cibo o l’acqua del rubinetto, è altrettanto priva di fondamento l’idea che il virus possa essere inattivato dall’assunzione di bevande calde. Queste non modificano, infatti, la temperatura corporea, che viene mantenuta a 37°C circa da precisi sistemi di termoregolazione. A questa temperatura il virus mostra di infettare le cellule e di replicarsi in maniera molto efficiente.

Un’altra notizia circolata negli ultimi periodi vorrebbe associare all’assunzione di bevande alcoliche un effetto di protezione dall’infezione. Si tratta, come è possibile immaginare, di una bufala: nessun fondamento scientifico regge l’ipotesi di un qualsiasi ruolo preventivo dell’etanolo nei confronti dell’infezione da SARS-CoV-2.

Le zampe dei cani devono essere disinfettate con la candeggina dopo la passeggiata

Fotografia che ritrae le zampe di un cane pulite con un panno Negli ultimi giorni sono stati dimostrati contagi da uomo ad animali da compagnia. Ad oggi, non sono stati dimostrati casi di trasmissione fra animali da compagnia, né di contagio dall’animale da compagnia all’uomo.
Come già sottolineato nel paragrafo precedente, la candeggina è un disinfettante efficace contro il SARS-CoV-2. Sulla base di questa considerazione, il web ha visto circolare contenuti nei quali si consigliava ai padroni di pulire le zampe dei propri cani al rientro dalla passeggiata con questo prodotto. 
In realtà, l’uso della candeggina (molto diluita) è stato raccomandato dagli esperti allo scopo di disinfettare le superfici di casa non sensibili all’aggressione chimica. La sua applicazione sulle zampe dei cani può essere causa di irritazioni e lesioni. Come consigliano i veterinari, l’igiene degli animali da compagnia può essere mantenuta usando acqua e sapone per la detersione delle zampe e un panno umido per la pulizia del pelo.

La necessità di osservare norme di pulizia e disinfezione, che ha trovato grande risonanza nei media, è stata in parte equivocata. In realtà, le istituzioni sanitarie hanno raccomandato, allo scopo di prevenire il contagio, l’aderenza alle semplici norme igieniche valide per proteggersi da ogni tipo di infezione e anche nella vita quotidiana. 
Di lavaggio delle mani e uso del gel idroalcolico (in mancanza di acqua corrente) come strumenti di prevenzione si parla da anni. Solo oggi, con l’esplosione di questa pandemia, ne è diventata chiara per tutti l’importanza.
La carenza di gel idroalcolico ha spinto molte persone ad affidarsi ai consigli del web per la realizzazione di prodotti fai-da-te. Occorre tuttavia prestare molta attenzione su questo punto, per due ragioni precise. La prima è che l’allestimento eseguito secondo istruzioni sbagliate o con modalità non corrette può portare all’ottenimento di prodotti potenzialmente tossici. La seconda riguarda il falso senso di protezione che può derivare dall’uso di prodotti non realizzati a regola d’arte e quindi non efficaci. 

Prendere farmaci o integratori (come la vitamina C) per prevenire il contagio o ai primi sintomi

Per chiarire subito con decisione questo punto, occorre ricordare che non è ad oggi stata dimostrata l’efficacia di alcun farmaco ad azione diretta contro la malattia COVID-19 o preventiva del contagio
I farmaci attualmente usati per trattare i malati di COVID-19 sono utilizzati in via sperimentale o compassionevole: non sono stati sviluppati specificamente per guarire questa patologia. Si tratta di medicinali approvati per l’uso umano ma indicati per altri disturbi, che hanno mostrato un possibile effetto contro il SARS-CoV-2. In alcuni pazienti, sembrano in grado di migliorare il decorso della malattia. Ma sono necessarie sperimentazioni organizzate, molte delle quali già in corso, per stabilire se esiste una reale correlazione fra l’assunzione di una specifica sostanza ed eventuali effetti terapeutici prodotti.

Immagine che ritrae il favipiravirDall’osservazione dei quadri clinici dei pazienti e della loro progressione nel tempo, sembra anche che un farmaco che offre beneficio a uno stadio della malattia risulta completamente inerte in un altro. Una delle ipotesi scaturite da questa considerazione porta dunque verso la presumibile strutturazione di una terapia a step successivi, ognuno dei quali gestito con una o più molecole.

Molto rumore ha suscitato la diffusione via YouTube di un video caricato da un ragazzo italiano temporaneamente in Giappone. Nel filmato, egli alludeva a presunte ragioni complottistiche nascoste dietro la mancata disponibilità in Occidente di un farmaco (il favipiravir, commercializzato con il nome di Avigan®) utilizzato in Giappone e responsabile, sempre a suo dire, del ridotto numero di casi di COVID-19 nel Paese asiatico. Un post che conteneva numerose inesattezze, a partire dal fatto che il farmaco da lui citato, diventato in breve molto popolare, era in realtà stato approvato nel Paese nipponico, ma poi rimosso dal commercio, a seguito della sua correlazione con reazioni avverse gravi. Un secondo punto privo di fondamento è rappresentato dalla presunta efficacia del medicinale contro la COVID-19, mai dimostrata. L’Agenzia Italiana del Farmaco ha comunque avviato una sperimentazione del favipiravir sul SARS-CoV-2.

Assumere qualsiasi altro farmaco, anche da banco, nel tentativo di limitare il rischio di infezione o stroncare la malattia ai primi sintomi non ha nessuna indicazione scientifica. Non solo, ma potrebbe addirittura peggiorare i sintomi o mascherare sintomi che porterebbero ad una diagnosi precoce dell’infezione da SARS-CoV-2
In caso di febbre alta, i medici consigliano di prendere il paracetamolo, che riduce la temperatura senza tuttavia influenzare il decorso della malattia.
Gli antibiotici non sono indicati per il trattamento della COVID-19, perché sono farmaci attivi contro i batteri, mentre il SARS-CoV-2 è un virus.
È vero che alcuni pazienti positivi al nuovo Coronavirus vengono trattati anche con antibiotici: si tratta di casi in cui lo stato di indebolimento generale ha provocato l’insorgenza di infezioni batteriche che si sono sovrapposte a quella virale. 

Per quanto riguarda gli antinfiammatori FANS, le notizie in tema di SARS-CoV-2 circolate nelle ultime settimane sono state numerose. È anche sorto un certo sospetto attorno all’ibuprofene, coinvolto in un approfondimento deciso dall’Agenzia Europea del Farmaco per una presunta associazione fra la sua assunzione e il peggioramento di eventuali patologie virali in corso. Le conclusioni dell’indagine hanno portato EMA a stabilire che l’ibuprofene può essere preso in caso di necessità, alla dose minima efficace e per il minor intervallo di tempo possibile. Questi risultati sono stati riportati anche dall’AIFA in una nota informativa.

Fotografia di integratori di vitamina C e aranceNon esistono prove scientifiche dell’efficacia protettiva della vitamina C nei confronti del SARS-CoV-2. L’ipotesi che esistesse un legame fra la supplementazione ad alte dosi con questa vitamina e la protezione dall’infezione è circolata inizialmente come fake news sui gruppi Whatsapp. Alcuni sedicenti medici o infermieri hanno diffuso messaggi audio contenenti una raccomandazione ad assumere ogni giorno almeno 500 mg di acido ascorbico, suggerendo anche il marchio del prodotto formulato. L’azienda produttrice, coinvolta suo malgrado, si è vista costretta ad un comunicato stampa nel quale smentiva vigorosamente ogni possibile legame con gli autori dei messaggi e con la notizia.
Questa fake news trae origine da due fonti. La prima è costituita dai presunti effetti di irrobustimento del sistema immunitario prodotto dalla vitamina C nei confronti del raffreddore e di altre malattie dell’apparato respiratorio. In effetti, questa sostanza non riduce il rischio di prendere il raffreddore, ma in alcuni casi ne riduce lievemente la durata. La seconda coincide con l’utilizzo sperimentale dell’acido ascorbico per il trattamento della sepsi. In questo caso, si tratta di una somministrazione intravenosa a dosi molto elevate, che tuttavia mostra risultati soddisfacenti in vitro non confermati pienamente in vivo. Non è, in ogni caso, uno schema sovrapponibile a quello della COVID-19.

Allo stesso modo non sussistono evidenze di efficacia di altri integratori, né di prodotti omeopatici

Sono anche circolate informazioni false relative alla presunta efficacia protettiva contro il contagio offerta da alcuni alimenti. Uno fra questi è l’aglio: la teoria si basa sul fatto che in questo ortaggio è presente in esigue quantità l’allicina, sostanza dalle note proprietà antibatteriche. Il fatto che l’allicina sia presentata come responsabile dell’attività contro il SARS-CoV-2 rappresenta un’informazione scorretta per due ragioni. La prima ha a che vedere con le piccole concentrazioni nelle quali questa sostanza è contenuta nell’aglio. La seconda riguarda la presunta efficacia antibatterica, inutile in questo caso, dal momento che l’agente patogeno responsabile della COVID-19 è un virus.

Il virus rimane sospeso nell'aria

La malattia COVID-19 viene trasmessa attraverso le goccioline che emettiamo parlando, tossendo e starnutendo. Si tratta di goccioline di calibro relativamente elevato, per la precisione uguale o superiore ai 5 micron (il micron è la millesima parte del millimetro).

Alcune fonti (non verificate) hanno diffuso false informazioni circa la possibilità per questo virus di rimanere sospeso nell’aria per un tempo più o meno prolungato. In particolare, ha destato molto rumore uno studio cinese secondo il quale il SARS-CoV-2 resiste nell’aria per 30 minuti. La ricerca raccomandava di modificare la distanza interpersonale finora consigliata a scopo protettivo, portandola a 4,5 metri.
La ricerca è stata successivamente ritirata: ad oggi la prescrizione è quella di mantenere le misure di distanziamento sociale fin qui applicate, in particolare la distanza di almeno un metro dalle altre persone.

Diverse le raccomandazioni per quanto riguarda le malattie trasmissibili per via aerea, come quelle causate da microorganismi quali il Mycobacterium tubercolosis. In questi casi il contagio avviene per scambio di particelle provenienti dalle vie respiratorie di calibro molto minore (al di sotto dei 5 micron), che possono permanere sospese nell’aria per un tempo molto più lungo.

Il nuovo coronavirus è nato in un laboratorio di Wuhan

Un servizio trasmesso da TG3 Leonardo RAI nel 2015 ha raccontato di un esperimento condotto nel laboratorio di virologia di Wuhan, che ha portato alla creazione di un Coronavirus chimera. Questo nuovo germe è un Coronavirus nuovo il cui materiale genetico proviene da due animali diversi. 
La ricerca consisteva nell’inserire all’interno di un Coronavirus dei topi una glicoproteina di un Coronavirus dei pipistrelli, allo scopo di osservare come potevano cambiare le modalità di infezione. I risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Nature

Immagine che ritrae provette per la ricerca sul coronavirus COVID-19La riemersione di questa fonte del passato ha portato alla nascita di diverse teorie di complotto, secondo le quali il SARS-CoV-2 sarebbe stato creato artificialmente nello stesso laboratorio cinese e poi diffuso. Teorie che sono state smentite in primo luogo dallo stesso autore dell’esperimento.
I dati provenienti dagli studi filogenetici mostrano come non vi siano segni di ingegnerizzazione nel virus oggi circolante, ossia di modifiche compatibili con un intervento volontario eseguito in laboratorio. Tutti i principali esperti mondiali interpellati sull’argomento hanno negato la possibilità che il virus sia nato in laboratorio. Fra loro anche Massimo Galli, Direttore del Reparto di Malattie Infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, che ha dichiarato alla stampa: “Appare evidente che è un virus che si è evoluto e cresciuto in natura, non certo in laboratorio, come ipotizzato da alcuni complottisti”. Il SARS-CoV-2 avrebbe, in quest’ultimo caso, avuto un’evoluzione diversa.
Invece, è molto simile ad altri Coronavirus, come dimostra uno studio pubblicato sulla rivista The Lancet, che evidenzia come il SARS-CoV-2 sia uguale per l’88% a quello del pipistrello, per il 79% a quello della SARS e per il 50% a quello della MERS

L’ipotesi più accreditata è che il nuovo Coronavirus sia originato da un wet market di Wuhan, uno dei tanti mercati tradizionali cinesi nei quali è possibile trovare animali selvatici vivi, che poi vengono macellati sul posto (da qui l’aggettivo “umido”), morti e animali da compagnia e da allevamento. Sarebbe questa commistione a creare le condizioni che favoriscono il salto di specie, ossia il passaggio dei virus dall’animale all’uomo.
In collaborazione con
Monica Torriani

Monica Torriani

Farmacista in equilibrio fra scienza e comunicazione, ho fondato WELLNESS4GOOD, blog che affronta con spirito divulgativo i temi connessi all’innovazione in campo farmacologico. Sono contributor per diverse testate online del settore Salute e Benessere. Collaboro come content editor con industrie farmaceutiche e farmacie. In “Sposta il tuo Equilibrio” ho scritto della prevenzione delle patologie professionali correlate allo stress. Oltre ai canali social (di seguito segnalati) e al blog mi potete trovare anche su Instagram.
Data di pubblicazione: 11 aprile 2020
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