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COVID-19, tutto ciò che c'è da sapere: dalla sopravvivenza al contagio

COVID-19, tutto ciò che c'è da sapere: dalla sopravvivenza al contagio

Ricerca e Prevenzione

Ultimo aggiornamento: 12 marzo 2020

Indice

È PANDEMIA

È ufficiale: l’OMS ha dichiarato l’infezione da COVID-19 una pandemia. Cosa significa? E perché questa “promozione” da epidemia a pandemia? Dal punto di vista strettamente etimologico, il termine pandemico indica qualcosa che interessa, che colpisce, tutte le popolazioni indistintamente

Vuol dire che il COVID-19 si è diffuso in ogni nazione del globo? Non ancora. In realtà, come ha sottolineato nel suo discorso dell’11 marzo scorso il Presidente generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus, 81 Paesi non hanno registrato nessun caso di nuovo coronavirus, e in 57 si sono verificati meno di dieci casi. E allora?


Immagine che ritrae un mondo illuminato dal coronavirusLa scelta di considerare questa malattia come pandemica è soprattutto uno strumento di contenimento della diffusione del COVID-19, che deve spingere i Paesi che ancora non hanno preso le giuste contromisure per fermare i contagi o per prevenirli, a farlo. Subito.
Ecco qualche stralcio del discorso:
“Pandemico non è un termine da usare con leggerezza e noncuranza. Anzi, è una parola che se mal usata può generare paura irrazionale, o portare a pensare che la battaglia sia persa, accettando che porti inutili sofferenze e evitabili decessi. Descrivere la situazione come pandemica non modifica il modo con cui l’OMS considera il COVID-19 una minaccia.
Non modifica neppure ciò che l’OMS sta mettendo in atto, e ciò che gli altri Paesi dovrebbero fare. Non abbiamo mai visto prima una pandemia da coronavirus. Questa è la prima. E allo stesso tempo, non abbiamo mai visto prima una pandemia che possa essere controllata. L’OMS ha risposto immediatamente e in modo totale fin dalla comparsa dei primi casi, e ogni giorno abbiamo invitato i Paesi interessati a prendere contromisure aggressive e urgenti. Abbiamo fatto suonare l’allarme forte e chiaro. (…)
Se tutti i Paesi rilevassero, testassero, trattassero, isolassero, tracciassero e mobilitassero le popolazioni in risposta alla situazione, quelli con un ridotto numero di casi potrebbero impedire che tali casi isolati diventassero raggruppamenti più grossi e poi ancora colpissero intere comunità.
Anche Paesi con contagi diffusi possono ancora invertire la tendenza di propagazione del virus
.

Il messaggio è inequivocabile. Nel ringraziare Paesi come l’Italia, largamente colpiti dall’infezione, e che stanno mettendo in campo tutte le possibili misure per ridurre al minimo di contagi, anche a danno della propria economia, il Direttore generale dell’OMS ricorda che tutti devono fare la loro parte, anche chi, al momento, risulti meno interessato. In conclusione:
“C’è stata troppa attenzione su una sola parola. Lasciate che vi ricordi altre parole che sono molto più importanti, e che devono portare ad agire:

  • Prevenzione;
  • Preparazione;
  • Salute pubblica;
  • Leadership politica;
  • E più di tutto: persone.
Affrontiamo questa sfida insieme: fate la cosa giusta con calma e proteggete i cittadini del mondo. Si può fare”.

Non c’è altro da aggiungere. 

COSA SAPPIAMO DEL VIRUS

Il nuovo coronavirus denominato COVID-19 – ove CO indica corona, VI sta per virus, D è l’iniziale della parola inglese disease, ovvero malattia, e 19 indica le cifre finali dall’anno di comparsa dell’infezione è un patogeno della famiglia dei coronavirus affine, ma non uguale, al virus della SARS (Sindrome Respiratoria Acuta Grave).

Immagine che ritrae flaconi di sangue Fa parte della numerosa famiglia dei coronavirus, microrganismi che causano patologie infettive respiratorie di gravità molto variabile: si va dal comune raffreddore a malattie in grado di compromettere la capacità respiratoria, quali la MERS (Sindrome respiratoria mediorientale) e la SARS succitata. 
In generale, i coronavirus sono noti fin dagli anni sessanta del novecento, e sono sette quelli identificati come in grado di contagiare gli esseri umani. Originariamente, infatti, il “vettore” di trasmissione del virus è animale, per lo più selvatico. 
Il COVID-19 è stato definito “nuovo” coronavirus perché non era mai stato identificato sull’essere umano prima del dicembre del 2019 nella città cinese di Wuhan, epicentro dell’epidemia, ad oggi promossa a pandemia. 

Tutti i coronavirus vanno a colpire – quali organi bersaglio della loro azione patogena – le vie respiratorie, in particolare le cellule epiteliali (quelle delle mucose di rivestimento) del tratto naso-faringe, e dell’apparato gastrointestinale.

Il COVID-19 è, pertanto, correlato con il coronavirus della SARS, e causa anch’esso una sindrome respiratoria acuta, ma meno grave rispetto all’altra. Tuttavia, quando il nuovo coronavirus dal primo tratto respiratorio arriva a infettare gli organi più profondi, e in particolare i polmoni, può causare una grave polmonite interstiziale acuta bilaterale che può necessitare di ventilazione meccanica o terapia respiratoria extracorporea. Ed è questa la ragione per cui molti contagiati dal COVID-19 devono essere trasferiti e curati nelle terapie intensive

Come funziona l'Apparato respiratorio?

COS’È LA “DISTANZA SOCIALE” E PERCHÉ È COSÌ IMPORTANTE

Come molti virus che infettano le vie respiratorie (tra cui i virus influenzali e quelli del raffreddore), anche il nuovo coronavirus COVID-19 è altamente contagioso.

Si trasmette per via aerea, ovvero attraverso le goccioline di saliva di un soggetto contagiato che possono depositarsi sulle superfici limitrofe, inclusi gli abiti e il corpo delle persone vicine, e per contatto diretto. Cosa significa? Che se una persona che è “portatrice” del virus senza saperlo – perché magari non ancora, o solo blandamente sintomatica – ci saluta con un bacio sulla guancia, o stringendomi la mano senza guanti e non disinfettata di recente – quasi sicuramente fungerà da veicolo di trasmissione, infettandoci. Basta infatti portarci a nostra volta la mano al volto, ad esempio per toccarci il naso, la bocca o gli occhi, per far “entrare” il microrganismo nel corpo e permettergli di moltiplicarsi.

Per tale ragione la principale raccomandazione di prudenza per la prevenzione del contagio e il contenimento dell’epidemia da COVID-19 è rappresentato dalla “distanza sociale”. Cosa vuol dire?
Che tutti noi siamo chiamati a evitare i contatti “ravvicinati” con le persone, ovvero con chiunque, perché chiunque potrebbe, in modo anche inconsapevole, infettarci. La distanza sociale minima è di un metro, ed è stata indicata dai virologi come lo spazio di separazione che il virus non è in grado di superare. Una sorta di barriera sanitaria tra noi e i potenziali vettori del COVID-19. 

Attenzione: la distanza minima significa che riuscire ad aumentarla – soprattutto quando siamo costretti a recarci in luoghi pubblici al chiuso, come i supermercati dove facciamo la spesa – equivale a difenderci dal contagio, anche se sarebbe opportuno adottare altre misure di protezione, quali i quanti usa e getta e le mascherine. Lavarci spesso le mani con acqua e sapone per almeno 40 secondi, o disinfettarle con un gel idroalcolico, è l’altra misura preventiva d’elezione contro il virus.

A proposito di contatto diretto con un soggetto già contagiato, vediamo meglio cosa precisano gli esperti del Centro europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (ECDC):
Sono a rischio tutti coloro che vivano con il soggetto in questione, che lo abbiano toccato in modo diretto (ad esempio che gli abbiano stretto la mano), che siano stati “colpiti” dalle sue secrezioni (es. la saliva, o il muco, una cosa che può accadere se si tocca inavvertitamente una superficie in cui siano presenti tali secrezioni, o un fazzolettino usato), che siano rimasti in sua vicinanza in un luogo chiuso, a una distanza inferiore a due metri, per più di quindici minuti, o che abbiano viaggiato su un mezzo pubblico nei posti adiacenti

Per tutte queste ragioni, dal momento che non sappiamo chi sia stato contagiato dal COVID-19, essendo la malattia presumibilmente contagiosa anche nei 14 giorni di incubazione prima della sua manifestazione clinica, osserviamo le direttive ministeriali, e non usciamo di casa se non strettamente necessario, e con le dovute precauzioni. 
Importante da ricordare sempre: il nuovo coronavirus si muove con le persone, “viaggia” con le persone. Meno ci muoveremo, meno si diffonderà anche il COVID-19 e con esso l’infezione che provoca. 

Scopri subito come lavare le mani correttamente

QUANTO SOPRAVVIVE IL CORONAVIRUS SULLE SUPERFICI

Abbiamo visto che il contatto diretto tra soggetto infettato e soggetto sano rappresenta la modalità di contagio più comune. Tuttavia, va considerato con il COVID-19 è un virus abbastanza resistente, ovvero è in grado di sopravvivere al di fuori di un organismo ospite per diverse ore, permanendo sulle superfici “vivo” e potenzialmente patogeno.
Quali sono queste superfici? Tutte quelle che tocchiamo con le mani, e in cui il virus potrebbe essere presente, e pertanto:

  • Maniglie delle porte;
  • Tasti degli ascensori;
  • Dispositivi tecnologici (pc, smartphone, tablet, telecomandi ecc.);
  • Volante e portiera dell’autovettura;
  • Maniglie e tasti di chiamata degli autobus;
  • Tavoli, scrivanie, piani di lavoro;
  • Carrelli della spesa;
  • Campanelli delle porte e citofoni;
  • Banconi dei locali pubblici; 
  • Dispenser e congelatori dei supermercati;
  • Distributori automatici di carburante;
  • Bancomat.

Sono solo alcuni esempi, ma è importante tenerlo a mente per non compiere gesti in automatico senza adeguata protezione. Infatti i virologi ci informano che la sopravvivenza del COVID-19 fuori da un corpo ospite, e quindi su superfici esterne, è di diverse ore, anche se al momento non è possibile quantificarle.
Infografica del Ministero della Salute su come lavarsi le mani correttamente
Evitare il contagio significa anche effettuare una scrupolosa e frequente igiene personale per impedire che il virus accidentalmente arrivato alle nostre mani, giunga poi all’interno del corpo attraverso le mucose di naso e gola.
Pertanto:

  • Laviamoci più spesso che possiamo le mani con acqua e sapone o usando gli appositi gel idroalcolici (con percentuale di alcool etilico del 60% minimo). Se sostiamo in zone particolarmente a rischio, quali ambulatori o ospedali, usiamo i guanti o ricorriamo spesso agli erogatori di soluzione disinfettante che troviamo nei corridoi e nei bagni;
  • Per quanto riguarda l’igiene domestica e dei nostri oggetti di uso personale, per disinfettarli è sufficiente usare prodotti detergenti a base di candeggina (ipoclorito di sodio all’1%). Anche le soluzioni alcoliche sono indicate e molto efficaci. 
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COME RICONOSCERE I SINTOMI E QUANDO DOBBIAMO PREOCCUPARCI DAVVERO

Il tempo medio di incubazione del COVID-19, ovvero quello che intercorre tra il contagio e l’esordio dei sintomi, è di cinque giorni. Ma l’infezione può manifestarsi entro i quattordici giorni dal contagio. Si sente parlare – a tal riguardo – di possibile trasmissione del nuovo coronavirus da paziente infetto asintomatico a persona sana. In realtà, è più probabile che il contagio avvenga tra un soggetto che stia incubando il virus, ma senza aver ancora sviluppato l’infezione, e il soggetto sano

A questo punto la domanda che tutti ci poniamo è: come faccio a capire che si tratta proprio di COVID-19, e non di un altro tipo di malanno? Questa domanda è del tutto lecita poiché in molti casi la malattia si manifesta con sintomi lievi in tutto simili a quelli di altre patologie virali di tipo respiratorio, e nello specifico:

  • Tosse secca
  • Mal di gola
  • Naso congestionato e muco che cola (come accade in caso di raffreddore);
  • Raramente diarrea;
  • Mal di testa;
  • Indolenzimento e dolori muscolari e articolari (come accade in caso di influenza).

Questa sintomatologia ha esordio lento, e in molti casi si limita a questo genere di lievi disturbi, ma il consiglio è quello di monitorare con molta attenzione i propri sintomi, stare in casa evitando qualunque contatto, e aspettare per vedere se il quadro generale peggiora.

In molti casi può comparire la febbre, e senza dubbio il rialzo febbrile deve metterci in allarme e portarci subito a informare via telefono il nostro medico di base o chiamare i numeri utili messi a disposizione dal Ministero della Salute (112 e 118) e dai comuni proprio per gestire l’emergenza COVID-19. Sarà a quel punto cura del personale sanitario effettuare il tampone a domicilio per capire se i disturbi che presentiamo sono proprio riconducibili al nuovo coronavirus. Qualora l’infezione si mantenesse su questi livelli lievi di gravità, è possibile e, anzi, ottimale, curarsi in casa. 
Infografica del Ministero della Salute sui comportamenti per contenere il contagio da COVID-19
Tuttavia, il COVID-19 non è una malattia assimilabile all’influenza, perché, in un caso su cinque tra quelli monitorati, necessita di ricovero ospedaliero in terapia intensiva per interessamento polmonare e sindrome respiratoria acuta. 

Qual è il sintomo che deve preoccuparci in questo senso? La difficoltà respiratoria, con affanno (dispnea) e rialzo febbrile rappresentano spie importanti del fatto che il virus sta arrivando a infettare i polmoni. Questa condizione va tempestivamente trattata in regime di ricovero ospedaliero. Tra i sintomi più comunemente riscontrati da coloro che sono stati colpiti da forme serie di COVID-19 ci sono quindi la febbre (86% dei casi presi in esame) e la dispnea (82% dei casi), seguiti da tosse (metà dei casi), ed emottisi (emissione di sangue dalle vie respiratorie) o diarrea (5% dei casi). 

Ricapitolando: in presenza di rialzo febbrile e di altri sintomi simil influenzali occorre chiamare il proprio medico di base, ma se a questi si associano anche difficoltà respiratorie è opportuno contattare direttamente il 112 o i numeri verdi regionali attivati dal Ministero della Salute.
In ogni casi MAI presentarsi direttamente in pronto soccorso.

LA MORTALITÀ

Occorre essere molto chiari sulla pericolosità del COVID-19. Ecco cosa afferma, a tal riguardo, il Direttore Generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus:
“Questa è una malattia seria. Non è mortale per la maggior parte delle persone, ma può uccidere”.
In Italia, dove ci troviamo nel pieno dell’emergenza, è normale domandarsi quali siano i reali numeri della malattia, in relazione alla mortalità, alle età e condizioni di maggior rischio.
Vediamo qualche percentuale per renderci conto un po’ meglio dell’entità del fenomeno:

  • Età media dei pazienti deceduti per COVID-19: 81, 4. Gli uomini sono la maggioranza (oltre il 60%);
  • Decessi per età:
    • 0-9 anni. Non esistono dati relativi a questa fascia di età (il rischio appare, comunque, pressoché irrilevante);
    • 10-39 anni: 0,2% (un decesso ogni 500 contagiati);
    • 40-49 anni: 0,4% (un decesso ogni 250 contagiati);
    • 50-59 anni: 1,3% (un decesso ogni 77 contagiati);
    • 60-69 anni: 3,6% (un decesso ogni 28 contagiati);
    • 70-79 anni: 8% (un decesso ogni 12 contagiati);
    • Over 80: 14,8% (un decesso ogni 7 contagiati).

Sono dati internazionali, diffusi dal Chinese Center for Disease Control & Prevention e dall’omologo Centro USA.

L’impennata di mortalità degli over 80 è dovuto a due motivazioni: da un lato il sistema immunitario degli esseri umani si indebolisce con l’avanzare dell’età, e diventa meno capace di contrastare patologie infettive di media gravità come questa. Dall’altra, sono maggiori le probabilità di avere una condizione morbosa pregressa.
Nello specifico, e in ordine di rischio, hanno più probabilità di morire di COVID-19 i cardiopatici, i diabetici, gli ipertesi, coloro che soffrano di malattie respiratorie croniche e infine i malati oncologici

In Italia, il tasso di mortalità al momento attuale è superiore a quello cinese e pari al 2,9% (percentuale ricavata su un campione di 155 casi), e la ragione è proprio legata all’età media della popolazione del nostro Paese, che è superiore a quella della popolazione cinese. 
Anche soggetti giovani possono andare incontro alle complicanze del COVID-19, e necessitare della terapia intensiva, ma proprio in ragione della giovane età sono anche molto più reattivi ai trattamenti di supporto. 

IL VACCINO E LE CURE SPERIMENTALI

Il vaccino rappresenta l’arma migliore contro il COVID-19, ma al momento non è stato ancora messo a punto e occorrerà del tempo – minimo 12 mesi – per averlo a disposizione.
Attenzione: il vaccino anti-influenzale non è efficace contro questa nuova infezione, non ci immunizza e non ci protegge, ma permette di effettuare quella che viene definita analisi differenziale, ovvero consente facilmente di distinguere l’influenza stagionale dal COVID-19. 

Per quanto riguarda il trattamento, invece, esso è puramente sintomatico, e volto a gestire i sintomi dell’infezione respiratoria, fino al supporto con la ventilazione meccanica o con l’ECMO nei casi estremi. 

Gli antibiotici non solo non sono utili alla remissione dei sintomi, ma possono aggravare il quadro clinico, dal momento che sono efficaci solo contro i batteri, e il COVID-19 è un’infezione virale. 

Sono allo studio farmaci anti virali che possano essere efficaci contro questo specifico nuovo coronavirus, ma è di questi giorni una notizia che fa ben sperare. La somministrazione di un farmaco biologico con effetto immunomodulante, normalmente utilizzato nel trattamento di malattie autoimmuni tra cui l’artrite reumatoide e il lupus eritematoso sistemico – il tocilizumab – su due pazienti in terapia intensiva per polmonite interstiziale ha dato esiti molto positivi nel giro di 24 ore.
Questo tipo di farmaco, un anticorpo monoclonale adoperato anche nell’immunoterapia oncologica, è stato testato a Napoli dall’equipe dell’Unità di Oncologia Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative dell’Istituto Nazionale Tumori IRCCS Fondazione “Pascale” guidata dal Direttore della struttura Paolo Ascierto.

La terapia sperimentale, però, era già stata avviata in Cina, ed è stata proprio una task force tra i due Paesi a permettere questo promettente test. Sta di fatto che ormai, solo una collaborazione internazionale permetterà di porre fine alla pandemia. Visti i buoni risultati di questa terapia sia in Cina che in Italia, ora si dovrebbe provare a praticarla su più ampia scala.
Nel frattempo, facciamo tutti la nostra parte e stiamo a casa.
 

In collaborazione con
Paola Perria

Paola Perria

Giornalista pubblicista da luglio 2009, ho conseguito con il massimo dei voti un Master in Gender Equality-Strategie per l’Equità di Genere con tesi sulla Medicina di Genere. Copywriter originale e creativa, nasco negli anni Settanta in un assolato angolo di Sardegna, imparando tutto ciò che posso dai libri e dalla vita, dopo la maturità classica mi sono laureata in Lingue e Comunicazione. Scrivo di salute e benessere dal 2010, collaborando con diverse testate giornalistiche on-line e web magazine. Nel cassetto nascondo racconti, un diploma da fumettista e aspirazioni da storyteller, a cominciare dalla Medicina Narrativa. Collaboro con Doveecomemicuro dal luglio 2017. E questo è solo l’inizio.
Data di pubblicazione: 07 febbraio 2020
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