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Alzheimer: scoperta l’origine

Alzheimer: scoperta l’origine
10 aprile 2017

Ricerca e Prevenzione

Il morbo di Alzheimer (scientificamente la malattia di Alzheimer-Perusini) è una forma di demenza degenerativa progressivamente invalidante.

Ha inizio di solito in età presenile (attorno ai 65-70 anni) e si sviluppa deteriorando lentamente le capacità mentali del malato. L’aspettativa di vita è tra i 3 e i 9 anni. La malattia inizia a manifestarsi con la difficoltà nel ricordare fatti avvenuti da poco, poi si ha disorentiamento, sbalzi di umore, depressione. Le difficoltà nel comportamento portano a isolarsi e ad allontanarsi dalla famiglia e dalla società. Piano piano si perde la capacità di prendersi cura di sé stessi, fino alla perdità delle capacità mentali di base.

La malattia è difficilmente diagnosticabile agli stadi iniziali, spesso scambiata per un normale invecchiamento. Ci si affida a diagnosi probabili, ovvero a test cognitivi, esami di imaging (risonanze magnetiche) e del sangue che escludano altre cause.
Non esiste una cura risolutiva, ci si affida a terapie che ne rallentino il decorso, anche perché non è chiaro come questa malattia colpisca il sistema nervoso e come progredisca.

In questi giorni però una nuova scoperta sta facendo scalpore nel mondo scientifico. Uno studio dell’Università Campus Bio-Medico di Roma, in collaborazione con IRCSS Santa Lucia e il Consiglio Nazionale delle Ricerche, ha trovato l’origine della malattia. L’Alzheimer è scatenato dalla morte dell’area del cervello che produce dopamina, un neurotrasmettitore. Quando la dopamina diminuisce, l’ippocampo smette di funzionare a dovere, anche se le cellule che lo compongono restano intatte. Ed ecco che iniziano a diminuire le capacità mentali, iniziando dalla perdita di memoria.

Per questo varie equipe di ricercatori stavano da tempo analizzando l’ippocampo, da cui dipende la memoria, senza trovare evidenti problemi in quest’area del cervello per i malati di Alzheimer. Nessuno finora aveva pensato che il problema risiedesse in altre aree capaci di influenzare l’ippocampo. Inoltre la dopamina viene prodotta in un’area centrale e profonda del cervello, molto difficile da analizzare a livello neuro-radiologico.

In un effetto domino, la morte delle cellule che producono dopamina provoca la graduale disattivazione dell’ippocampo e l’andare il tilt della memoria. L’assenza di dopamina influisce anche sul buon umore, inducendo la mancanza di “voglia di fare” e la depressione. Si è capito così che gli smalzi di umore non sono una conseguenza alla perdita di memoria e di funzionalità provocata dall’Alzheimer, ma il primo campanello d’allarme della malattia.

Sono già partite le sperimentazioni in laboratorio per la messa a punto di farmaci che possano ripristinare i normali livelli di dopamina. Le sperimentazioni in laboratorio su animali stanno dando i primi risultati positivi, anche se i test sono ancora agli esordi. Purtroppo i farmaci finora testati si sono rivelati tossici nel lungo periodo. La via dunque è ancora lunga, per arrivare a una terapia stabile e funzionante sull’uomo.

Lo studio apre nuove prospettive anche per il Parkinson, un’altra malattia causata dalla morte dei neuroni che producono dopamina. Se dunque si riuscirà a non far morire questi neuroni, si sarà trovata la cura a due malattie.