Approfondimento

Infezioni ospedaliere: come affrontare il problema?

Infezioni ospedaliere: come affrontare il problema?
15 ottobre 2015

Ricerca e Prevenzione

Approfondimento scientifico realizzato in collaborazione con l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma
 

Definizione


Le infezioni ospedaliere,- non presenti, né in incubazione, al momento del ricovero nella struttura - insorgono durante la degenza nel nosocomio. Il termine oggi più usato per indicarle è "Infezioni Correlate all’Assistenza" (ICA) poiché molto spesso i luoghi di cura si trovano al di fuori dell’ospedale, in strutture residenziali di lungodegenza, ambulatori o anche presso il domicilio del paziente.
 

Quadro Epidemiologico


Le infezioni ospedaliere rappresentano la complicanza più frequente e grave dell’assistenza sanitaria e sono associate, causa l’elevata mortalità, a un notevole aumento dei costi per la sanità. Il problema è reso ancor più grave dalla diffusione di microrganismi multi-resistenti, cioè batteri e funghi che non sono sensibili ai comuni antibiotici/antifungini, molto difficili da combattere nel momento in cui infettano un paziente. La resistenza ai trattamenti farmacologici porta a una ridotta efficacia degli stessi, rendendo il trattamento difficile, costoso, o purtroppo, a volte impossibile.

Scenario


In base ad uno studio del Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie (European Centre for Disease Prevention and Control-ECDC), nel periodo 2011-2012 la frequenza di ICA in Europa è stata pari al 6% di tutti i ricoveri ospedalieri. Lo studio ha riguardato 29 Paesi europei, tra cui il nostro. In Italia sono stati coinvolti ben 49 ospedali operanti in quasi tutte le regioni. Le infezioni ospedaliere più frequenti sono risultate quelle del basso tratto respiratorio (24,1% del totale) e in particolare le polmoniti (21,6%); frequenti anche le infezioni delle vie urinarie (queste ultime causate quasi sempre dall’uso, talvolta inappropriato, del catetere vescicale), le infezioni del sito chirurgico (cioè quelle che insorgono negli organi o nelle regioni anatomiche interessate da un intervento chirurgico) e le infezioni del torrente ematico (queste ultime legate all’uso dei cateteri venosi). Dal confronto con il primo studio di prevalenza effettuato in Italia, datato 1983, che riportava una prevalenza del 6,8%) emerge come la frequenza di ICA sia rimasta sostanzialmente costante: questo è un dato positivo, considerando il netto incremento, rispetto ai decenni precedenti, della percentuale di pazienti ospedalizzati sottoposti a procedure invasive. È importante sottolineare come le ICA siano favorite da situazioni concomitanti che possono causare una non completa efficienza del naturale sistema di difese immunitarie dell’organismo; tra queste l’età (neonati e anziani sono particolarmente vulnerabili), le co-morbosità (tumori, immunodeficienza, diabete mellito, anemia, cardiopatie e insufficienza renale sono le patologie più frequentemente associate a infezioni), la malnutrizione, i traumi, le ustioni, le alterazioni dello stato di coscienza, i trapianti d’organo, l’antibioticoterapia e l’antibiotico-profilassi prolungate e l’utilizzo di procedure assistenziali (diagnostiche e terapeutiche) invasive. Tutte queste situazioni sono considerate ad alto rischio. Per quanto i riguarda i costi sanitari, nel 2008, l’ECDC ha pubblicato un documento dal titolo "Health Care Associated Infections" in cui viene stimato che le ICA causano un aumento della degenza totale dei pazienti, pari a 16 milioni di giorni, con una conseguente spesa aggiuntiva di circa 7 miliardi di euro/anno. Nel nostro Paese una ricerca ha evidenziato che le ICA causano un aumento del costo sanitario per ogni paziente stimabile tra i 4.000 euro, in caso di ricovero presso il reparto di medicina, e i 28.000 euro in caso di ricovero in terapia intensiva; tale aumento di costo è principalmente correlato all’incremento dei giorni di ospedalizzazione.
 

Cosa si fa oggi in Italia per affrontare il problema?


La sorveglianza epidemiologica delle ICA, che consiste nella continua raccolta di dati e nella loro corretta analisi e interpretazione, è un’importante componente dei programmi di prevenzione e controllo ed è ampiamente riconosciuta come un’attività fondamentale per la sicurezza del paziente.
In Italia, da un decennio la Società Italiana di Igiene è attiva in progetti che hanno l’obiettivo di assicurare la standardizzazione delle definizioni e la raccolta accurata dei dati in tutti gli ospedali partecipanti alla sorveglianza nazionale ed europea delle infezioni, in particolare nei reparti di terapia intensiva. Inoltre, nel 2010, il Centro nazionale per la Prevenzione e Controllo delle Malattie del Ministero della Salute ha finanziato l’Emilia-Romagna per l’implementazione del Progetto "Supporto alle attività di integrazione dei sistemi di sorveglianza delle infezioni correlate all’assistenza e di sorveglianza della tubercolosi", con l’obiettivo di migliorare e sostenere la sorveglianza delle ICA e della tubercolosi e, in particolare, di integrare in un archivio nazionale (Sistema Nazionale Sorveglianza. Infezioni in Terapia Intensiva - SITIN) i dati epidemiologici sulla sorveglianza delle infezioni nelle terapie intensive rilevati dai diversi network già esistenti. L’intenso lavoro che nel nostro paese si sta svolgendo per assicurare una sempre maggiore sorveglianza contro le ICA rientra nel più esteso sforzo che tutti i Paesi dell’Unione Europea stanno mettendo in atto. L’ECDC è responsabile per la sorveglianza delle malattie infettive e per la gestione dei database degli Stati Membri relativi a malattie infettive che comprendono anche le infezioni ospedaliere. L’obiettivo della sorveglianza è contribuire alla riduzione della frequenza delle malattie trasmissibili in Europa fornendo dati di Sanità Pubblica rilevanti e accurati, informazioni e rapporti tempestivi per prendere decisioni, per innescare e divulgare azioni per la prevenzione e il controllo delle infezioni, comprese quelle correlate all’assistenza. I dati della sorveglianza sono raccolti attraverso sistemi e network a carattere internazionale ai quali l’Italia, come si è visto, partecipa attivamente.
Le misure di prevenzione e di controllo delle ICA, soprattutto quelle riguardanti microrganismi multi-resistenti, variano ampiamente, sia a livello nazionale che internazionale. Un approccio armonizzato, derivante dall’applicazione di strategie evidence-based generali e di strategie specifiche, che tengano conto delle caratteristiche del contesto locale, potrebbe portare a un risultato più efficace, soprattutto a lungo termine; tuttavia, in letteratura non c’è consenso su quali siano gli interventi più efficaci o quale sia la migliore combinazione per ridurre la trasmissione di microrganismi multiresistenti in ambito assistenziale. Inoltre, come già affermato, la sorveglianza delle ICA ha immediati risvolti positivi in termini di salute per i pazienti ricoverati e risparmio di risorse per gli ospedali. A tal proposito, ricordiamo uno studio americano condotto in un ospedale di Chicago nel quale, dopo 2 anni dall’attuazione di un programma di stretta sorveglianza, le infezioni nosocomiali erano diminuite significativamente. La percentuale di pazienti che andava incontro a un’infezione si era ridotta di circa il 25%; ogni anno, quindi, circa 270 pazienti in meno rispetto alla fase pre-intervento andavano incontro ad un’infezione, con un risparmio economico per l’ospedale di più di 4 milioni di dollari in 2 anni.