Fibrillazione atriale: cos'è? Sintomi, Cause e Terapia

Fibrillazione atriale: cos'è? Sintomi, Cause e Terapia

Indice

Domande e Risposte

Fibrillazione atriale: cos'è?

Immagine che ritrae l'auscultazione di una donnaForte tachicardia e battito “scomposto”, strano, spesso accompagnati da una sensazione di debolezza, di nausea, e di stordimento, sono alcuni dei possibili sintomi della fibrillazione atriale. Se anche tu ti senti spesso così, magari quando compi qualche semplice sforzo fisico, come salire le scale o portare in casa le buste della spesa, potresti avere un problema di aritmia. Perché la fibrillazione atriale è proprio la più comune forma di aritmia. La fibrillazione atriale è proprio la più comune forma di aritmia (altre sono le extrasistole, la tachicardia e la bradicardia), ovvero di irregolarità del ritmo con cui il nostro cuore batte per pompare il sangue verso gli altri organi. Una anomalia che ha origine in uno degli atri, le cavità superiori del muscolo cardiaco, e per questo la fibrillazione atriale rientra nelle aritmie sopraventricolari (i ventricoli sono infatti le due cavità inferiori). Forse sai anche che non sempre, però, un cuore che fibrilla, dà segni di sé. 

Perché la fibrillazione atriale è un’aritmia insidiosa, subdola, e potresti venirne a conoscenza da un “banale” ECG fatto per semplice controllo. Prima di capire cos’è, esattamente la fibrillazione atriale, quali siano le forme in cui si può manifestare, e soprattutto quali eventuali rischi comporti per la tua salute, ad esempio un ictus, facciamo un piccolo ripasso di anatomia.
Il nostro cuore, come sai, è una sorta di pompa centrale, assai potente, che internamente è diviso in quattro cavità: i due atri superiori, separati dalla parete interatriale, e quelle inferiori, dette ventricoli, divisi dal setto interventricolare. 

Atri e ventricoli sono camere comunicanti, collegate tra di loro dalla valvole mitrale a sinistra, e dalla tricuspide a destra. Il cuore, attraverso l’atrio destro, è inoltre congiunto con le due grandi vene – cava superiore e cava inferiore – che trasportano il sangue di “ritorno” (che ha accumulato anidride carbonica e rilasciato ossigeno) rispettivamente dalla testa e dalla parte superiore del corpo, e dall’addome e dagli arti inferiori. Questo sangue venoso, dunque, dall’atrio destro arriva al ventricolo destro, passando per la tricuspide che agisce un po’ come una botola che si apre e si chiude, e infine affluisce all’arteria polmonare per giungere ai polmoni e fare il pieno di ossigeno. 

Una volta ossigenato, il sangue “pulito” rientra nel muscolo cardiaco stavolta dall’atrio sinistro, passa nel ventricolo sottostante attraverso la valvola mitralica e grazie alla contrazione della parete ventricolare viene pompato nell’aorta (passando per la valvola aortica) e da questa arriva a tutto il corpo. Il ciclo non si arresta mai, e segue un ritmo di pompaggio – che definiamo battito, pulsazione – che sebbene risenta di diversi fattori (età, sesso, stile di vita, sforzo fisico o stato di riposo ecc.), si attesta tra i 60 e i 90 battiti al minuto. Questo ritmo regolare, che possiamo percepire semplicemente poggiando la nostra mano sul torace, in corrispondenza del cuore, ha anche una pressione misurabile: la massima (sistolica) ci indica la contrazione del ventricolo sinistro che pompa il sangue verso le arterie, e da queste al resto dei vasi, e la minima (diastolica), si rileva quando il muscolo cardiaco rilassandosi, accoglie il sangue venoso nelle sue cavità. 

In caso di fibrillazione atriale, però, le contrazioni cardiache – il battito – a livello di atrio si presentano in modo irregolare, disordinato e accelerato a causa di un innesco anomalo dell’impulso elettrico che genera la contrazione muscolare. In pratica, si hanno come dei tremolii, anziché delle belle pulsazioni.
Con la conseguenza che il ritmo aumenta e possiamo avere fino a 200 pulsazioni al minuto, e comunque superare le 120-150. A quel punto, con tante contrazioni irregolari e poco efficaci, il cuore finisce per stancarsi senza “rendere” per quanto spende in termini di energia. Il sangue, infatti, anziché venire pompato fuori dagli atri più in fretta, svuotando tali cavità, tende a ristagnarvi, e per tale ragione il ciclo di pompaggio ne risente. 

Cuore meno efficiente, ma che si sforza tanto, e circolazione irregolare e deficitaria, rischio di formazione di coaguli di sangue nel cuore o nei suoi vasi (trombi): questo accade quando una aritmia sopraventricolare non diagnosticata e senza adeguato trattamento, da occasionale diventa cronica.

Con una fibrillazione atriale permanente, alla lunga, si possono avere ripercussioni serie sulla salute generale tra cui scompenso cardiaco (o insufficienza cardiaca), ictus cerebrale, insufficienza renale ed embolia polmonare. A causa di queste complicanze, le aspettative di vita si abbassano e vi è il rischio di morte precoce… 

Ma attenzione, per arrivare a simili, drammatiche conseguenze, occorre che il disturbo di cui stiamo trattando sia davvero serio, trascurato e che sia accompagnato da altri fattori di rischio cardio-circolatori. Andiamo quindi con ordine, e impariamo, per prima cosa, a riconoscere i sintomi della fibrillazione atriale.
 

Come funzionano il cuore e il sistema vascolare?

Fibrillazione atriale: sintomi e tipologie

Se ti sei mai sottoposto a un ECG, sai che la frequenza del battito rappresenta un indicatore importante dello stato di salute del tuo cuore. Un ritmo regolare è indice positivo, viceversa, pulsazioni troppo ravvicinate, possono rappresentare un segnale di allarme.

Infografica che ritrae la fibrillazione atrialeDi una fibrillazione atriale, ad esempio. In questo caso i sintomi – quando presenti – sono proprio collegati con le irregolarità del battito, perché l’aritmia ci parla di ritmo troppo veloce, ma anche e soprattutto di un ritmo alterato, anomalo, irregolare. Dunque, scopriamo tutti i possibili segnali di una fibrillazione atriale:
  • Senso di affaticamento generale, di debolezza;
  • Tachicardia, cuore che batte troppo veloce o in modo strano, palpitazioni;
  • Sensazione di avere il cuore in gola;
  • Sensazione che il cuore “esca fuori dal petto”;
  • Stordimento;
  • Senso di oppressione al centro del torace, angoscia;
  • Fiato corto, “fame” d’aria, dispnea;
  • Episodi di sincope (svenimento improvviso);
  • Eccessiva stanchezza quando si fa attività fisica, o in generale sotto sforzo;
  • Eccessiva sudorazione;
  • Dolore al petto.
Come anticipavamo, non sempre la fibrillazione atriale dà sintomi di sé, in molti casi viene scoperta per puro caso, durante un ECG o altri esami di controllo routinari.
Anche perché di questa specifica aritmia esistono diverse tipologie. Vediamo la classificazione della fibrillazione atriale:
  • Fibrillazione atriale di nuova insorgenza. Si definisce in questo modo un’aritmia che si presenta per la prima volta, che dura per pochi minuti o per qualche ora, e che tende a risolversi spontaneamente con riconversione al ritmo sinusale normale. Spesso una fibrillazione atriale occasionale ha cause psicologiche, legate a stati di ansia, a eventi emotivamente stressanti, e può essere scambiata per semplice tachicardia. Non per questo va sottovalutata, occorre comunque parlarne con il proprio medico e sottoporsi a visita cardiologica con auscultazione e, se necessario, a ECG.
    Una fibrillazione atriale psicosomatica può essere trattata anche con rimedi non farmacologici, ad esempio con ricorso all’omeopatia, ma questa diagnosi può arrivare solo dopo che siano stati esclusi tutti gli altri fattori organici e patologici. 
  • Fibrillazione atriale ricorrente. In questa definizione si include ogni eventuale recidiva di fibrillazione atriale, ovvero che si presenti dopo un episodio di prima insorgenza;
  • Fibrillazione atriale parossistica (FAP). Si definisce parossistica la fibrillazione atriale episodica, con “attacchi” che possono presentarsi sporadicamente o pressoché ogni giorno, ma di breve durata, o interrompersi entro le 48 ore. Il problema è che il parossismo può manifestarsi all’improvviso, in modo del tutto imprevedibile. In alcuni casi la fibrillazione atriale parossistica guarisce da sola, ma talvolta sfocia nella tipologia permanente. Anche in questo caso le cause psicologiche possono entrare in gioco;
  • Fibrillazione atriale persistente. In questa tipologia di aritmia, l’anomalia del battito persiste per oltre sette giorni dalla comparsa dei sintomi, e per tornare regolare necessita di un intervento medico;
  • Fibrillazione atriale persistente di lunga durata, ovvero che perduri per oltre un anno. La durata stessa dell’aritmia, che quindi non preveda un’autoguarigione, deve essere necessariamente risolta con un’ablazione transcatetere o una riconversione chirurgica con posizionamento di pacemaker (defibrillatore) per evitare le complicanze a cui abbiamo accennato;
  • Fibrillazione atriale permanente. Come intuibile, quest’ultima forma di fibrillazione atriale cronica si verifica quando, nell’arco di 12 mesi, il battito non torna mai regolare. Si tratta di una condizione seria che va trattata con rimedi farmacologici o con l’inserimento di un defibrillatore o pacemaker, che ripristini il naturale impulso elettrico del cuore a livello atriale. Tuttavia, in caso di fibrillazione atriale permanente, il trattamento medico potrebbe non essere risolutivo. Possono infatti verificarsi comunque delle recidive di che vanno considerate come ineliminabili. In buona sostanza, con la fibrillazione atriale permanente ci si convive a vita.
Oltre a questa classificazione generale della fibrillazione atriale, è possibile fare delle ulteriori distinzioni:
  • Fibrillazione atriale asintomatica. Qualunque tipologia di fibrillazione atriale può essere asintomatica, anche quella permanente, e quindi presentarsi come silente, senza segnali apparenti.
    Spesso ci si accorge del disturbo durante una visita cardiologica di controllo, dopo l’auscultazione e la misurazione della pressione, o un ECG fatto magari per poter praticare sport.
    In soggetti over 60 spesso la “scoperta” avviene dopo episodi cardiovascolari (associati all’aritmia), quali un ictus;
  • Fibrillazione atriale primitiva o isolata, le cui cause sono sconosciute, che non è collegata a ipertensione, a disfunzioni cardiache o episodi di stress, e che solo i casi rarissimi può comportare complicanze. Questo tipo di fibrillazione atriale sembra colpire prevalentemente persone giovani, o comunque al di sotto dei sessant’anni;
  • Fibrillazione atriale secondaria in cui, però, non sia possibile risalire ad una causa originaria certa, come può accadere, ad esempio, in casi di fibrillazione atriale conseguente a diabete, disfunzioni tiroidee o abuso di alcool
  • Infine, in molti soggetti si assiste ad episodi di fibrillazione atriale notturna, ovvero in totale condizione di riposo. Si tratta di un fenomeno noto ma ancora da studiare per capire quali meccanismi facciano insorgere questa aritmia proprio durante il sonno;
Non può essere definito, invece, fibrillazione atriale, il flutter atriale, una condizione che presenta delle similitudini con l’aritmia di cui ci stiamo occupando, ma che comporta una alterazione del ritmo meno caotica e pertanto meno pericolosa. Talvolta episodi di flutter possono sfociare in fibrillazione atriale, e viceversa, e come per il disturbo principale, anche il flutter, che comunque fa parte delle aritmie, è più frequente nelle persone che abbiano avuto in precedenza un attacco cardiaco o siano state operate al cuore. 

A questo punto ti domanderai: sono a rischio anche io di aritmia, e in particolare di questo tipo di alterazione del battito? Puoi avere i sintomi di una fibrillazione atriale, e questo potrebbe spingerti a controlli cardiologici più accurati, ma potresti anche essere asintomatico e avere comunque il dubbio, specialmente se hai superato i 60 anni, sei uomo e fumatore, hai qualche chilo in eccesso e, magari, in famiglia si sono già verificati casi di aritmia o esiste un consistente pericolo di ictus. Continua a leggere per scoprire se devi cominciare a preoccuparti, e come fare per toglierti i dubbi, ma anche per capire meglio quali sono le cause della fibrillazione atriale. 

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Fibrillazione atriale: cause e fattori di rischio

Immagine che ritrae un uomo che si accende una sigarettaCome abbiamo visto, un’aritmia come la fibrillazione atriale, che ha un’origine “elettrica”, può avere diversi fattori di rischio che a breve esploreremo. Ma prima cerchiamo di capire come mai, nel tuo cuore, può verificarsi questa anomalia del battito.

In generale, le contrazioni del muscolo cardiaco, vengono innescate dal nodo senoatriale, che si trova appunto nell’atrio destro, e che si comporta come di generatore di elettricità grazie alle sue cellule altamente specializzate. Per mezzo di questa centralina elettrica, il nostro ritmo sinusale (da sinus, seno, appunto) procede secondo una frequenza stabile ma elastica. Il battito accelera quando c’è bisogno di più sangue, ad esempio quando siamo sotto sforzo o quando siamo emozionati, e decelera quando siamo rilassati o dormiamo

La fibrillazione atriale è dunque la conseguenza di un mal funzionamento del nodo senoatriale, che può essere determinata da diverse cause, sia legate all’età e allo stile di vita, che ad una debolezza cardiaca congenita, ad esempio un ingrandimento progressivo dell’atrio per ragioni sconosciute. Il difetto può anche originarsi a livello venoso, ad esempio dalle grandi vene polmonari. Ci sono, poi, dei fattori di rischio che vanno ad aumentare la probabilità che il nostro ritmo sinusale si alteri e diventi irregolare in modo persistente e permanente come nella fibrillazione atriale cronica, tra cui:
Inoltre, sono più a rischio di aritmie, e in particolare di fibrillazione atriale, gli uomini over 60, le donne dopo la menopausa, e tutti coloro che abbiano in famiglia persone con questo tipo di anomalia del battito, perché quando si parla di disturbi cardiocircolatori, la componente genetico/ereditaria ha una peso specifico determinante nella loro insorgenza.

Per questo non sono immuni dalla fibrillazione atriale anche i giovani e persino i bambini che abbiano malattie o malformazioni cardiache, in particolare cardiomiopatie, malattie delle valvole, sindrome di Wolff-Parkinson-White (WPW), una patologia congenita che colpisce con prevalenza i giovani e che si manifesta con tachicardia parossistica sopra ventricolare. In quest’ultimo caso, una sovrapposizione di fibrillazione atriale può diventare molto più pericolosa proprio nei soggetti giovani e degenerare in fibrillazione ventricolare con esiti drammatici. 

A proposito di epidemiologia, ovvero di diffusione della fibrillazione atriale tra la popolazione italiana, si stima (dati ISTAT), che questa forma di aritmia - lo ricordiamo la più frequente - colpisca circa il 10% della popolazione, con una ovvia maggiore incidenza tra gli anziani over 70, sia uomini che donne. Quanto è pericolosa la fibrillazione atriale? Domanda che ci siamo già posti, e che ha a che vedere con la letalità del disturbo. Dobbiamo considerare che sono le conseguenze di una fibrillazione atriale senza opportuno trattamento a ridurre le aspettative di vita, aumentando le probabilità di andare incontro a eventi cardiovascolari. Sempre stando ai dati ISTAT, infatti l’aumento del rischio (di morte precoce) è quantificabile in 1,5 in più di punti percentuali per gli uomini, e di 1,9 in più per le donne. 

A tal riguardo, non possiamo non affrontare una delle possibili e più serie conseguenze di una fibrillazione atriale trascurata: l’ictus.

Ictus: la complicanza più grave

Immagine che raffigura una TAC di cervello con ictus ischemicoSpesso chi soffre di aritmia, e nello specifico della fibrillazione atriale, che ne rappresenta la tipologia più diffusa (basti pensare che nella sola Italia si stimano almeno 700mila persone, tra uomini e donne, affetti da questo disturbo in modo conclamato), ha timore di andare incontro a rischi seri per la propria salute, come attacchi cardiaci e ictus. E, purtroppo, è realistico preoccuparsi. Tutti e tre i tipi di fibrillazione atriale – parossistica, persistente, permanente – aumentano di cinque volte il rischio di ictus. E questo anche in chi non presenta sintomi. Ecco perché, come vedremo, è importante sottoporsi regolarmente a visita cardiologica ed effettuare un ECG almeno una volta all’anno, specialmente nell’età matura.

Ad ogni modo, torniamo all’emergenza ictus. 

Per quale ragione un problema di aritmia potrebbe aumentare il pericolo di attacco ischemico (ictus cerebrale)? Abbiamo visto che in chi soffre di fibrillazione atriale, lo svuotamento del cuore dal sangue venoso avviene in modo più lento e difficoltoso che nei soggetti sani. La conseguenza di tale ristagno, è la possibile formazione di coaguli di sangue, ovvero di trombi, che poi, attraverso il flusso ematico, possono venire spinti verso le arterie cerebrali provocando un’ischemia, ovvero creare un blocco che impedisce al sangue di affluire verso il cervello. Quali sono i sintomi di un ictus ischemico cerebrale, definito, in questo caso, cardioembolitico? Ricapitoliamoli insieme:
  • Intorpidimento e perdita della sensibilità di un lato del corpo;
  • Metà del viso che diventa “cascante”, che si affloscia, e se la persona cerca di sorridere, ne deriva una smorfia;
  • Saliva che cola da un angolo della bocca;
  • Braccio o intero lato del corpo debole, incapacità di muovere gli arti corrispondenti;
  • Difficoltà nel parlare, eloquio confuso e incomprensibile;
  • Confusione mentale, incapacità di comprendere ciò che gli altri ci dicono.
In presenza di una siffatta sintomatologia, occorre non perdere tempo e chiamare subito il 118 o recarsi al pronto soccorso più vicino. Infatti le cure – a base di farmaci trombolitici che sciolgono i coaguli di sangue permettendo di ripristinare la circolazione correttamente - devono essere somministrati in una Stroke unit entro tre ore dalla comparsa dei sintomi. Non solo ictus, però. La fibrillazione atriale, con il pericolo di formazione di trombi, infatti, può avere altre gravi conseguenze. Ad esempio, può portare ad un’embolia polmonare, che si verifica quando il coagulo blocca l’afflusso di sangue alle arterie dei polmoni, o, a embolie arteriose periferiche con mancato afflusso di sangue nelle aree e negli organi dell’addome o delle zone inferiori del corpo.

Come intuibile, dal momento che la fibrillazione atriale può costituire un fattore di rischio per l’ictus cerebrale, e per gli altri gravi eventi che abbiamo elencato, è necessario non sottovalutare i sintomi di questa aritmia (se vi sono), e in generale tenere alta la guardia relativamente allo stato di salute del nostro cuore. Vediamo dunque quali sono gli esami utili alla diagnosi di fibrillazione atriale. 

ECG e gli altri esami da fare

Come si arriva alla diagnosi di fibrillazione atriale? Come anticipato, il primo esame da fare, e anche il più semplice, è l’ECG, ovvero l’elettrocardiogramma, che misura proprio l’attività elettrica del cuore.
Anche un test a riposo può già fornire indicazioni di eventuali anomalie del ritmo. L’ECG può diventare strumento diagnostico ancora più preciso se effettuato sotto sforzo, con la misurazione del ritmo sinusale mentre stai camminando su un tapis roulant o pedalando su una cyclette. Esiste un ulteriore tipo di ECG, definito dinamico secondo Holter, che si esegue applicando al soggetto da esaminare un elettrocardiografo portatile (da polso o braccio), da indossare nell’arco delle 24-72 ore mentre si svolgono le normali attività quotidiane. Al termine del test, le variazioni del ritmo cardiaco a riposo e sotto sforzo, registrate nella memoria dell’apparecchio, vengono esaminare dal cardiologo/a.

Scopri le Strutture Sanitarie dove effettuare l'elettrocardiogramma:
Altri esami utili per la diagnosi delle aritmie, e della fibrillazione atriale nello specifico:
  • Studio endocavitario (o elettrofisiologico). Si tratta di un esame specialistico un po’ invasivo, che si effettua introducendo in un vaso sanguigno, attraverso l’inguine, mini sonde che da qui giungono al cuore e ne osservano l’attività elettrica fornendo informazioni su eventuali anomalie. Questo esame si esegue in anestesia locale;
  • Test di provocazione. In questo tipo di esame vengono somministrati dei farmaci che alterano in modo controllato l’attività cardiaca e in tal modo mettono in luce una eventuale aritmia, in questo caso una fibrillazione atriale. 
Con in mano la diagnosi di fibrillazione atriale, che prevede anche la valutazione della tipologia della stessa in base alla sintomatologia e al tuo quadro clinico generale, cosa puoi fare?

O meglio, quali sono le cure cardiologiche e le regole di vita da seguire per tenere il disturbo sotto controllo e prevenire conseguenze serie per la tua salute? Come scoprirai, convivere con la fibrillazione atriale è del tutto possibile, già lo fanno milioni di persone nel mondo, che non rischiano più di altre di andare incontro a ictus o altro tipo di eventi drammatici. Ci sono i farmaci, c’è la cardioversione, c’è l’ablazione transcatetere. Vediamo cosa è più indicato a seconda della tipologia e della severità dell’aritmia.
 
Scopri le Strutture Sanitarie dove effettuare l'elettrocardiogramma dinamico (secondo Holter):

Fibrillazione atriale: la terapia farmacologica e la cardioversione

Immagine che ritrae lo schermo di un ECGSe ti è stata diagnosticata una fibrillazione atriale, è molto probabile che il tuo cardiologo/a ti abbia anche prescritto delle terapie farmacologiche, e ti abbia anche fornito dei consigli su come modificare il tuo stile di vita in modo da aiutare il cuore e riprendere il ritmo giusto. Le prime cure per questo tipo di aritmia mirano infatti a centrare due obiettivi:
  • Ripristinare il ritmo del cuore e regolarizzare la frequenza delle pulsazioni;
  • Prevenire la formazione di coaguli di sangue (trombi), a loro volta causa di ictus ed embolie e quindi “scoagulare” il sangue regolarmente mantenendolo bel fluido.
La possibilità di gestire la fibrillazione atriale ottenendo buoni risultati su entrambi i fronti solo con le cure farmacologiche, esiste. Si prescrivono in questi casi farmaci antiaritmici, che agiscono sugli elettroliti (sodio, potassio, calcio, magnesio) responsabili di permettere il passaggio elettrico attraverso la membrana delle cellule del nodo senoatriale, quali:
  • Antiaritmici di classe I (A,B,C), che agiscono bloccando i canali del sodio;
  • Antiaritmici di classe II, o betabloccanti, che agiscono anche sulla pressione, riducendola;
  • Antiaritmici di classe III, che bloccano i canali del potassio;
  • Antiaritmici di classe IV, o calcioantagonisti, che bloccano i canali del calcio.
Per rendere invece il sangue più fluido e prevenire la formazione di coaguli all’interno del cuore, invece, si prescrivono anticoagulanti che possono essere assunti anche per tutta la vita, soprattutto quando siano presenti altri fattori di rischio per l’ictus, quali l’essere diabetici, ipertesi, o aver avuto in precedenza disturbi cardiaci o attacchi di cuore. 

I farmaci antiaritmici, invece, presentano effetti collaterali importanti, perché vanno ad interferire con la contrattilità del cuore. Per questa ragione, si può optare per un altro tipo di intervento, chiamato cardioversione. Ne esistono due tipologie principali, la prima è quella elettrica. In pratica è possibile ripristinare l’impulso elettrico corretto generando un ritmo sinusale regolare grazie all’applicazione di un apparecchio transtoracico che invia, tramite elettrodi, una corrente continua che si armonizza con l’attività elettrica cardiaca. In questo modo l’aritmia si interrompe e il ritmo cardiaco si “aggiusta”, senza arrecare danni al cuore. L’altra cardioversione è quella farmacologica, che ugualmente modifica l’attività elettrica del cuore in modo da regolarizzare il ritmo sinusale con l’ausilio di molecole specifiche.

Tuttavia, delle due tipologie di cardioversione, quella elettrica è senza dubbio la più efficace, indicata nei pazienti aritmici che appartengano alle seguenti categorie:
  • Persone con fibrillazione atriale persistente e situazione vascolare e circolatoria compromessa, che non rispondono alla cardioversione farmacologica;
  • Persone con fibrillazione atriale persistente che non si interrompe dopo sette giorni;
  • Persone con fibrillazione atriale persistente e in cura con farmaci antiaritmici, per sostituire tale terapia;
  • Persone con sintomi di fibrillazione atriale gravi e frequenza cardiaca molto elevata.
C’è anche un’altra metodica che viene ampiamente utilizzata per “curare” questa forma di aritmia: l’ablazione della fibrillazione atriale, che si può eseguire tradizionalmente transcatetere, o utilizzando il “freddo”. Scopriamo in che cosa consistono queste tecniche. 

L'ablazione della fibrillazione atriale

Immagine che ritrae un'operazione di ablazione al cuoreRaccontata o descritta, l’ablazione della fibrillazione atriale sembra una procedura medica spaventosa. Ma, in realtà, non lo è affatto, anzi, è considerata sicura, mininvasiva, e soprattutto efficace (la percentuale di successo si situa tra il 75% e il 90% degli interventi) sia nel breve che nel lungo termine, perché consente a te, che sei un paziente giovane o relativamente tale, di riprendere la tua vita normale senza dover assumere i farmaci antiaritmici di cui sopra, con i loro effetti collaterali. Non dovrai interrompere, però, la terapia anticoagulante. Ma vediamo di cosa stiamo parlando. 

L’ablazione della fibrillazione atriale è una procedura che va a risolvere alla radice il problema dell’aritmia, provocando delle piccole bruciature (ablazioni), che cicatrizzano le zone dell’atrio da cui parte l’impulso anomalo. Si consiglia a tutti i pazienti aritmici, ovvero a coloro che soffrano di fibrillazione atriale parossistica, persistente o permanente refrattaria ai farmaci e alla cardioversione, o che presentino concomitanti disturbi al cuore o malattie di altra natura, quali il diabete. La procedura standard comporta l’inserimento di un catetere a partire da una vena dell’inguine, che si fa arrivare fino al cuore. Questo è ciò avviene:
  • Si inserisce in una vena inguinale, in anestesia locale, un catetere provvisto, alla sua estremità, di una punta metallica in grado di sprigionare energia a caldo, che viene fatto risalire verso il cuore;
  • Questo “viaggio” intravenoso viene monitorato grazie alla fluoroscopia, una tecnica radiologica che consente di visualizzare l’interno dei vasi in modo continuativo
  • Una volta giunto nel cuore, nel punto dell’atrio in cui si origina la fibrillazione – a sua volta individuato in precedenza grazie ad esami specifici - il catetere emana energia a radiofrequenza che “abla” (ovvero cancella, elimina), il difetto;
  • Al termine dell’ablazione vera e propria, il catetere viene rimosso.
L’intervento si esegue in day-hospital, con anestesia locale e sedazione, dura dalle due alle quattro ore ed è considerato sicuro e minimamente fastidioso per chi lo subisce. Sia prima, che dopo, si deve seguire la terapia anticoagulante

Esiste anche una nuovissima tecnica di ablazione della fibrillazione atriale, detta crioablazione, che consiste nell’inserimento di un palloncino gonfiabile in una vena polmonare, o anche in tutte e quattro, perché l’anomalia elettrica che porta alla fibrillazione ha origine spesso proprio da questi grossi vasi, e non solo dal nodo senoatriale. Il palloncino, una volta in loco, viene gonfiato e ghiacciato fino a raggiungere una temperatura di -50° C, allo scopo di “bruciare” (grazie all’energia del freddo), il punto difettoso. Ecco che anche in questo modo si ottiene l’ablazione della fibrillazione atriale. Tuttavia, difficilmente ti verrà proposta la crioablazione, seppure comporti dei vantaggi rispetto all’altra tecnica, in particolare la rapidità della procedura, perché è piuttosto innovativa e non si esegue dovunque in Italia. Noi, comunque, ti consigliamo di informarti, o di farlo fare al tuo cardiologo, nel caso dovessi essere sottoposto ad un intervento di questo tipo. 

Prevenire la fibrillazione atriale: stile di vita e alimentazione

Immagine che ritrae una donna che pratica meditazione e yogaQuando si parla di salute del cuore, non si può non affrontare il discorso legato alla prevenzione, la quale, a sua volta, fa rima con stile di vita.

Abbiamo visto come tra i fattori di rischio della fibrillazione atriale, ci siano anche cattive abitudini quali tabagismo, dieta scorretta, abuso di bevande alcoliche. Bisogna ricordarci che quando il nostro cuore va in tilt, qualche volta accade perché non ne abbiamo avuto riguardo, non ce ne siamo presi cura quando potevamo farlo. Non si tratta solo di mangiare meno, o di smettere di fumare.
Anche il fattore stress conta, così come le cause psicologiche della fibrillazione atriale, in cui l’aritmia sia determinata da una somatizzazione delle amozioni e da un’ansia fuori controllo. Inoltre la sedentarietà, gli sforzi eccessivi, e naturalmente la trascuratezza, Il non sottoporsi mai ai controlli, il sottovalutare i sintomi, sono comportamenti che aumentano i rischi connessi con la fibrillazione atriale. 

Vediamo quindi cosa consigliano i cardiologi, in termini di prevenzione possibile della fibrillazione atriale legata alle nostre stesse scelte di vita, affinché non diventi permanente:
  • Mangia cibi amici del cuore. Sono tanti, e sono buoni: pesce azzurro ricco di omega tre (salmone, sardine, acciughe, sgombri ecc.), verdure e legumi, cereali integrali (tra cui avena, farro), e frutta,  e riduci gli zuccheri;
  • Pratica sport, regolarmente. Puoi andare in palestra, giocare a calcetto, nuotare in piscina o al mare in estate, ma anche solo camminare per almeno mezzora ogni giorno. Fai le scale quando puoi, e non parcheggiare la macchina troppo vicino alle tue mete;
  • Smetti di fumare. Senza se, e senza ma. 
  • Mantieni il tuo peso forma. Il sovrappeso affatica il cuore, lo mette sotto sforzo e aumenta il rischio che si ammali e che “perda il ritmo”;
  • Tieni sotto controllo la pressione e il colesterolo. Senza drammatizzare, ma fallo (dieta sana e attività fisica ti aiuteranno);
  • Riduci le bevande alcoliche. La dose giusta? Un bicchiere di vino (a pasto) per gli uomini, e mezzo per le donne;
  • Riduci le bevande eccitanti, non solo tè e caffè, ma anche gli energy drink;
  • Riduci i livelli di stress, nel modo che ti è più congeniale. Meditazione, training autogeno, musica rilassante, yoga e tai chi, ma anche, solo, trascorrere più tempo nella natura, hanno effetti estremamente positivi sull’attività elettrica del cuore;
  • Segui le indicazioni mediche e fatti controllare ogni tanto anche in assenza di sintomi.
Puoi quindi condurre una vita normale con la fibrillazione atriale? La risposta è sì, con delle riserve. Puoi, ad esempio, affrontare una gravidanza, purché assuma i farmaci necessari a stabilizzare il ritmo cardiaco compatibile con la gestazione.
Se soffri di fibrillazione atriale e ti è stato impiantato un pacemaker, o sei stato sottoposto a cardioversione, o ancora segui un trattamento farmacologico, puoi praticare sport nei modi stabiliti dal cardiologo e sempre con molta prudenza. E infine, puoi certo lavorare con una diagnosi di fibrillazione atriale ma attenzione, in questi casi hai diritto all’invalidità in base alla legge 104, con una percentuale che dipende dalla gravità dell’aritmia. 


Fonti utilizzate per questo articolo:

Domande e risposte

Come si manifesta la fibrillazione atriale?
La fibrillazione atriale è un’aritmia (irregolarità del battito cardiaco) provocato da un’anomalia nell’impulso elettrico che genera la contrazione cardiaca a livello di atrio, ovvero di una delle due cavità superiori del cuore, che causa sintomi quali:
  • Debolezza
  • Tachicardia, palpitazioni
  • Sensazione di avere il cuore in gola e che il cuore esca dal petto
  • Stordimento, capogiri
  • Senso di oppressione al centro del torace
  • Fiato corto, dispnea
  • Sincope, svenimento improvviso
  • Eccessiva sudorazione
  • Dolore toracico
Riconoscere i sintomi e prevenire i fattori di rischio o precipitanti può aiutare nella gestione del disturbo. Tra questi fattori si segnalano: fluttuazioni ormonali (ad esempio causate da disfunzioni della tiroide), abuso di caffeina, affaticamento ed esaurimento fisico o convalescenza dopo una malattia o un intervento chirurgico, forti stress emozionali, abuso di bevande alcoliche, eccessivo esercizio fisico e allenamenti intensivi, assunzione di alcuni farmaci tra cui decongestionanti nasali e base di efedrina, e infine anche la disidratazione. Tutti questi fattori contribuiscono a scatenare attacchi di fibrillazione atriale di tipo parossistico (ovvero temporanei) ma attenzione: quando tali attacchi si ripetono più volte nell’arco di pochi mesi, oppure impiegano giorni per passare, o anche sembrano non placarsi mai completamente, occorre immediatamente consultare un medico cardiologo e sottoporsi agli esami necessari.
Come si cura la fibrillazione atriale?
La migliore terapia per la fibrillazione atriale consiste nel ripristinare e mantenere regolare il ritmo cardiaco. A tal fine esistono diverse opzioni, sia di tipo farmacologico – assunzione di antiaritmici tra cui betabloccanti e antagonisti del calcio – che non.
Uno dei rimendi più efficaci non farmacologici è la cardioversione elettrica, che consiste nell’applicazione di un apparecchio che funge da defibrillatore, ovvero eroga una piccola scossa elettrica che fa ripartire in modo corretto il battito del cuore. Altra metodica molto efficace è la cardioablazione, che si effettua introducendo un catetere in un vaso (di solito posto nella zona inguinale) che si fa risalire fino al cuore dove cauterizza il punto in cui si verifica la fibrillazione, ablandola, ovvero eliminandola. A questi interventi si deve sempre associare la terapia anticoagulante, che impedisce la formazione dei trombi nel cuore, una delle conseguenze più gravi della fibrillazione atriale perché aumenta il rischio di ictus.
Quando la fibrillazione atriale diventa pericolosa?
La maggior parte delle persone con una diagnosi di fibrillazione atriale, vive una vita del tutto normale, e anche quando si verifica un attacco, questo non è mai tanto grave da portare a drammatiche conseguenze. Tuttavia, la fibrillazione atriale è anche un fattore di rischio importante per l’ictus cerebrale, il quale può risultare fatale se non riconosciuto e trattato in tempo. Per tale ragione, occorre diagnosticare e trattare opportunamente l’aritmia atriale in modo che non si formino coaguli di sangue nel cuore, i quali possono finire nelle arterie cerebrali, polmonari o di altre zone del corpo e provocare ictus ed embolie.
Quante pulsazioni si hanno con la fibrillazione atriale?
La fibrillazione atriale è un’aritmia, pertanto comporta, a causa di una anomalia di origine elettrica che si verifica a livello di atrio, un’alterazione nella frequenza del battito cardiaco con un aumento delle normali pulsazioni anche molto importante. Consideriamo che nella norma, e a riposo, il cuore batte con un ritmo di circa 60-80 pulsazioni al minuto, in un individuo adulto. Durante un attacco di aritmia cardiaca e di fibrillazione atriale nello specifico, specialmente di tipo parossistico, le pulsazioni si susseguono in modo incontrollato, superando anche di molto le 100 al minuto. Una forma di tachicardia molto accentuata che può essere occasionale, ma anche spia di un serio problema cardiaco da indagare.
Come superare un attacco di fibrillazione atriale in casa? 
Qualche semplice strategia per calmare il battito cardiaco accelerato durante un attacco di fibrillazione atriale parossistica (ma poi bisogna comunque recarsi dal medico per gli accertamenti):
  • Respira profondamente, con il diaframma
  • Bevi acqua fresca, perché deglutire piccoli sorsi può aiutare a calmare il battito cardiaco
  • Muoviti, fai un po’ di esercizio aerobico
  • Se ci riesci, fai un po’ di yoga
  • Pratica il training autogeno che ti aiuta a disciplinare il corpo e la mente e ad avere più controllo anche sull’attività cardiaca e sulla frequenza delle pulsazioni
  • Mangia cibi salutari, fai pasti leggeri ed evita caffè e alcool
  • Non fumare (in generale, cerca di smettere, e quando sei sotto attacco, evita del tutto le sigarette, anche se ti sembra che possano aiutarti a calmarti)
  • Vai dal medico e sottoponiti ad una visita cardiologica e ad un ECG
Qual è l’alimentazione corretta se soffri di fibrillazione atriale?
In generale, dovresti puntare su cibi amici del cuore che aiutino il tuo muscolo cardiaco a mantenere un giusto ritmo, tra cui:
  • Pesce azzurro, frutta secca e altri cibi ricchi in acidi grassi omega 3
  • Frutta e verdura ricchi di vitamine, potassio, beta carotene quali spinaci, bietola, cicoria, broccoli, carote, asparagi e pomodori, mirtilli e frutti di bosco
  • Cereali integrali tra cui l’avena
Inoltre:
  • A colazione fai il pieno di fibre e proteine consumando cereali integrali, frutta secca, yogurt naturale
  • Riduci il consumo quotidiano di sale 
  • Riduci i cibi troppo ricchi di grassi saturi e di conservanti (tra cui le carni in scatola e i salumi) e i latticini interi, i fritti e le salse grasse come la maionese o la besciamella
  • Riduci la caffeina. Sostituisci il caffè con il tè verde o con la bevanda d’orzo
  • Riduci le porzioni, semmai, fai più pasti leggeri in un giorno
  • Bevi molta acqua. Anche la disidratazione fa male al cuore
In collaborazione con
Paola Perria

Paola Perria

Giornalista pubblicista da luglio 2009, ho conseguito con il massimo dei voti un Master in Gender Equality-Strategie per l’Equità di Genere con tesi sulla Medicina di Genere. Copywriter originale e creativa, nasco negli anni Settanta in un assolato angolo di Sardegna, imparando tutto ciò che posso dai libri e dalla vita, dopo la maturità classica mi sono laureata in Lingue e Comunicazione. Scrivo di salute e benessere dal 2010, collaborando con diverse testate giornalistiche on-line e web magazine. Nel cassetto nascondo racconti, un diploma da fumettista e aspirazioni da storyteller, a cominciare dalla Medicina Narrativa. Collaboro con Doveecomemicuro dal luglio 2017. E questo è solo l’inizio.
Data di pubblicazione: 09 settembre 2019
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