Esami del sangue e tumori: quali servono? Come si leggono?

Esami del sangue e tumori: quali servono? Come si leggono?

Ricerca e Prevenzione

Ultimo aggiornamento: 11 maggio 2019

Indice


 

Marker tumorali del sangue, che cosa sono?

Quando si parla di diagnosi di tumori e di esami del sangue per lo più ci si riferisce ai cosiddetti marker tumorali, in italiano “marcatori”. Che cosa sono? Si tratta di sostanze che vengono prodotte direttamente dai tumori o che vengono “liberate” quando nel corpo si sta formando una neoplasia maligna o benigna, in risposta a tale anomalia. Queste sostanze sono rilevabili nel sangue. Per specificare meglio, occorre dire che molti “marcatori” sono prodotti da cellule non tumorali così come da cellule neoplastiche, ma in genere nel secondo caso i loro livelli sono molto superiori rispetto alla norma, quindi rispetto ai valori che si riscontrano in assenza di formazioni tumorali.

Immagine al microscopio di cellule di cancro presenti nel sangueI marker non sono tutti identificativi di un solo tipo di cancro. Alcuni “marcano”, quindi segnalano anche due o tre tipologie tumorali diverse. Proteine e “cellule tumorali circolanti” sono due tra i marcatori che più comunemente si possono misurare attraverso un test del sangue. Le prime sono sostanze proteiche in genere prodotte dal tumore stesso, mentre le seconde sono cellule neoplastiche che si “staccano” dal tumore e viaggiano nel sangue. Altri marker comuni sono ormoni ed enzimi.

Come si “usano” questi indicatori?
In generale servono per scoprire, diagnosticare o monitorare un tumore, ma sebbene livelli fuori norma di alcuni marcatori possano suggerire un accrescimento tumorale, da soli non sono sufficienti a darci la certezza di una diagnosi. Più avanti vedremo meglio i limiti di questo tipo di screening.

Pertanto possiamo considerare il marker come un segnale di allarme, una spia concreta di possibile neoplasia, utile come strumento diagnostico da associare ad altre indagini più approfondite come la biopsia (prelievo di un campione di tessuto sospetto da analizzare in laboratorio) o esami strumentali quali TAC, PET, ecografie eccetera.

In alcuni casi i valori dei marker possono fornire indicazioni abbastanza attendibili sulla stadiazione del tumore o sull’andamento delle terapie in caso di neoplasia accertata e già sotto trattamento. Ecco perché questo indicatore viene prescritto tra le analisi del sangue dei pazienti oncologici e nei controlli periodici successivi ad una remissione completa della malattia. In generale, non si considera “guarito” un malato di cancro finché non sono trascorsi almeno cinque anni dalla prima diagnosi senza traccia di recidiva.
Detto questo, vediamo quali sono i marker tumorali più richiesti e per quali neoplasie sono utili. A cominciare dai tumori femminili.

 

Marker per i tumori femminili

Alcuni tumori ginecologici, quali il cancro al seno e all’ovaio, sono rilevabili anche attraverso specifici marker tumorali che si possono richiedere in un test del sangue. Come già anticipato, però, non è certo sufficiente basarsi su tali indicatori, che vanno sempre e comunque presi “con le pinze” e associati ad esami più approfonditi per giungere ad una diagnosi certa. Dato ciò come premessa, un marker tumorale positivo è sempre e comunque un indizio da non sottovalutare. Vediamo quali sono i marcatori che un test del sangue può rilevare in caso di sospetto tumore (carcinoma) della mammella o di tumori a carico delle ovaie (cancro ovarico) e i loro significati.

Attenzione: la sigla CA indica Cancer Antigen, ovvero antigene del cancro, proteina di natura tumorale.
  • CA 15-3. Proteina prodotta dal seno che aumenta in caso di tumore della mammella.
  • CA 27-29. Questo antigene può indicare la presenza di un carcinoma della mammella e fornisce anche indicazioni sul tipo di trattamento chemioterapico più indicato per questo tipo di tumore.
  • CA-125. Indicativo di cancro alle ovaie primitivo o recidivante, e di cancro al seno recidivante.
  • Beta-HCG (Gonadotropina corionica umana). Si tratta di un ormone prodotto dalla placenta in gravidanza, che di norma dovrebbe essere assente nelle donne non incinte. Qualora fosse invece rilevato, potrebbe indicare un cancro alle ovaie.
  • BRCA1 e BRCA2. Si tratta di due mutazioni genetiche, sempre analizzabili attraverso un test del sangue, indicative di possibili tumori al seno e alle ovaie.
  • HE4. Indicativo di cancro alle ovaie, questo marker può essere utile sia per la diagnosi, in combinazione con il marker CA-125, che per la scelta del trattamento terapeutico migliore per questa neoplasia. Inoltre viene monitorato in fase di cura.
  • CEA (Antigene carcinoembrionario). Indicativo di diversi tumori inclusi quello alla mammella e alle ovaie.
 

Psa e cancro della prostata

Il cancro della prostata è in assoluto il primo tumore maschile per incidenza. Si stima che possa colpire un uomo ogni 6 nel corso della vita. Come sempre in questi casi lo strumento più efficace per combattere questa pericolosa neoplasia è la prevenzione, che “passa” anche per gli esami del sangue. Nello specifico, occorre rilevare la presenza di un valore, il PSA, che rappresenta il primo indicatore di una eventuale neoplasia prostatica in accrescimento. Ma che cos’è esattamente il PSA?

Sta per antigene prostatico specifico, una sostanza prodotta proprio dalla prostata che in valori entro un certo range è quasi sempre presente nel sangue maschile. Quando, però, la concentrazione di PSA aumenti andando oltre i valori-soglia, rappresenta un segnale di allarme. Alti valori di PSA si riscontrano in diverse condizioni patologiche che interessino la ghiandola prostatica, inclusi i tumori.
Immagine che mostra dove si trova il cancro all'interno della prostata maschilePer tale ragione quando si effettuano i controlli del sangue di routine per gli uomini, specialmente in età matura o avanzata, è consigliato inserire anche il PSA, l’unico “marcatore” sempre presente nelle indagini di screening tumorale della prostata. Inoltre tale esame è anche utilizzato in fase di follow up per la diagnosi di eventuali recidive in soggetti già colpiti da questo tipo di cancro e in fase di controllo entro i 5 anni dalla diagnosi, o in fase di monitoraggio di neoplasie a lento accrescimento.

I valori normali di questa proteina vanno da 0.0 a 4.0 ng/ml (nanogrammi per millilitro di sangue)

Attenzione, il valore del PSA aumenta anche in presenza di patologie benigne della prostata, quali l’ipertrofia prostatica benigna o la prostatite. In questi casi, ovvero qualora si riscontri una anomalia dei valori, la misurazione dell’antigene prostatico specifico nel sangue può essere associato alla misurazione del PSA libero. Cosa significa?

Il PSA nel sangue circola in due forme: una legata (che rappresenta il “grosso” di questa sostanza a livello ematico) e una libera. Nel primo caso questo antigene si “accorpa” ad altre sostanze tra cui l’alfa2-macroglobulina e l’alfa1-antichimotripsina, nel secondo caso risulta libera, quindi non associata ad altre sostanze. Ebbene, in caso di tumore alla prostata il PSA libero risulta inferiore alla media al netto di un PSA “coniugato” più alto del normale. Pertanto quando sia stata già rilevata una anomalia nel dosaggio di PSA in un controllo di routine, si può approfondire la ricerca andando a stabilire un rapporto tra il PSA totale e la quota libera. Vediamo come leggere gli eventuali risultati.
Valori normali: PSA libero/PSA totale maggiore di 0,20%

Se si superano questi valori comparativi allora è probabile che siamo di fronte ad una patologia prostatica benigna, ad esempio una ipertrofia prostatica benigna.
Ma attenzione massima per valori inferiori: possono essere spia di un cancro prostatico, ovvero di una neoplasia maligna da indagare con esami specifici.
I due strumenti diagnostici previsti in questo caso sono in primis la risonanza magnetica, in particolare la RM multiparametrica, un esame specifico per la diagnosi non invasiva del tumore della prostata che permette di analizzare i tessuti sotto tre diversi parametri di indagine: composizione strutturale, composizione cellulare e vascolarizzazione. In seconda battuta si procede con la biopsia randomizzata per il prelievo di diversi campioni di tessuto prostatico, una procedura molto più invasiva.

L’adenoma prostatico è un tumore molto diffuso tra la popolazione maschile, ma in molti casi, specialmente quando rilevato in fase iniziale, non risulta aggressivo, e pertanto non necessita di cure immediate ma diventa oggetto di monitoraggio costante, in quella procedura definita “sorveglianza attiva”. In questa fase, come anticipato, i controlli ematici di PSA diventano parte integrante della terapia conservativa.
 

Altri marker

Finora ci siamo concentrati sui marker tumorali dei principali tumori che colpiscono uomini e donne, e la ragione è presto detta: il cancro al seno e il cancro della prostata sono in assoluto le due neoplasie più diffuse, perché colpiscono rispettivamente una donna ogni sette e un uomo ogni sei.

Naturalmente non sono gli unici tipi di tumore che è possibile individuare (o della cui presenza si può sospettare) anche attraverso i marcatori rilevabili nel sangue. Ci sono tante tipologie di marker e tante altre indagini ematiche che sono utilissime in fase di diagnosi e di monitoraggio di una neoplasia.
Immagine che mostra dove è presente il tumore nel seno femminileVediamone alcuni tra quelli che è possibile richiedere.
  • AFP (Alfafetoprotiena). Questa proteina di norma nel sangue di un adulto è presente in bassissime concentrazioni, tranne che in caso di malattie del fegato tra cui anche il tumore. I suoi valori possono aumentare anche in caso di cancro del testicolo e dell’ovaio. Attenzione però, variazioni ormonali quali quelle che si verificano in gravidanza o quando si assumono contraccettivi ormonali possono far aumentare i livelli di AFP senza che ciò abbia alcun significato patologico.
  • CA 19-9 (Antigene carboidratico 19-9). Livelli elevati nel sangue di questo antigene possono rivelare tumori dell’intestino, del colon-retto e del pancreas.
  • Calcitonina. Alti valori di questo marker si riscontrano nei casi di cancro medullare della tiroide.
  • CD20. Molecola di superficie dei linfociti B, questa proteina è marker del linfoma non Hodgkin, e viene usato anche per definire la terapia adeguata in caso di neoplasia conclamata.
  • CgA (Cromogranina A). Marker di diversi (rari) tumori neuroendocrini tra cui il feocromocitoma e il neuroblastoma.
  • Enolasi neurone-specifica (NSE). Marker che si riscontra nei tumori neuroendocrini (in particolare nel neuroblastoma) e nel tumore del polmone a piccole cellule, una forma neoplastica maligna particolarmente aggressiva.
  • Cellule tumorali circolanti di origine epiteliale. Si riscontrano nei tumori metastatici, in particolare del seno, della prostata e del colon-retto. Si tratta di cellule neoplastiche che dal tumore originario si staccano e “migrano” nel sangue finché non trovano altri organi dove poter “attecchire”.
  • Citocheratina 19 (Cyfra 21-1). Alti valori segnalano un tumore del polmone primario o recidivante. Pertanto questo marker è utilizzato anche nel follow up (monitoraggio post terapia).
  • Tireoglobulina. Alti livelli di questa proteina “marcano” la possibile presenza di un carcinoma della tiroide, ma anche di patologie benigne come tiroiditi e ipertiroidismo.
  • Proteina S-100. Marker del melanoma, il più diffuso tumore della pelle.
 

Ves e proteina c-reattiva (pcr)

Tra i possibili “indizi” che il nostro organismo stia covando una forma tumorale vi sono anche alti livelli di due indici infiammatori normalmente usati per rilevare infezioni o malattie autoimmuni: VES e proteina C-reattiva (PCR). In che modo tali indicatori possono aiutare i medici a ipotizzare un tumore e conseguentemente a prescrivere esami e test diagnostici più accurati e rivelatori? Normalmente in un organismo sano questi due indici sono praticamente irrilevanti.

La VES rappresenta la velocità di eritrosedimentazione, ovvero il tempo – espresso in ml di sedimento/h - che i globuli rossi impiegano a “precipitare” (sedimentare) nel plasma, una volta che il sangue prelevato dal paziente sia stato reso incoagulabile.

Immagine di una provetta contenente del sangue per eseguire il test della proteina c reattiva per verificare la presenza di cellule tumorali nel sangueI valori normali sono molto bassi, si va da un minimo di 0 per uomini e donne, ad un massimo di 15 per gli uomini e di 20 per le donne. Perché un aumento notevole di questo indice dovrebbe costituire un campanello d’allarme?
Intanto, in generale, la VES aumenta quando nel corpo ci sia un’infiammazione, e questa condizione – che viene promossa dal nostro sistema immunitario – a sua volta è in genere provocata da un evento infettivo.
Se, ad esempio, abbiamo contratto la mononucleosi, è possibile che la nostra VES aumenti. Anche se abbiamo un’allergia potremmo avere un VES alta. Ma… attenzione. Valori superiori a 90 sono spesso spia di forme tumorali in atto, soprattutto a carico di organi interni o forme di leucemia, mentre valori mediamente sopra la media, ma inferiori a 90, possono comunque indicare tumori (ad esempio il carcinoma epatico o renale) in stadio iniziale.

Quindi stiamo parlando senza dubbio di un indicatore “generico”, da associare ad altri esami, tra cui i marker che abbiamo visto, ma comunque utile quando vi sia il sospetto di un tumore. Veniamo alla proteina C-reattiva (PCR). Questa sostanza di norma è assente o presente in minime quantità. Quando viene prodotta – nello specifico dal fegato – significa che nel corpo è presente un’infiammazione, dal momento che la PCR va a colpire in modo indistinto tutte le sostanze percepite come nocive, il che fa capire come mai una PCR elevata si riscontri in coloro che sviluppano patologie autoimmuni con processo infiammatorio cronico.

E per quanto riguarda i tumori? Anche in questo caso, fermo restando che si tratta di un indicatore biologico generico, valori molto al di sopra della media di PCR – nell’ordine di 10.00 mg/100 ml o più - e in assenza di patologie autoimmuni conclamate o di altra malattia infettiva acuta, possono senza dubbio far ipotizzare un tumore localizzato (ad esempio il carcinoma renale, che peraltro è purtroppo una neoplasia quasi asintomatica) o metastatico.

 

Come funziona il sangue e il sistema immunitario?

 

Limiti e falsi positivi

Possiamo fidarci dei marker tumorali nella diagnosi di un tumore? Sì e no. Si tratta di indicatori che hanno molti pro, e altrettanti contro. Per poter essere considerati davvero attendibili si devono infatti verificare alcune condizioni specifiche. Proviamo a capire in quale misura i marcatori biologici tumorali possono realmente costituire un aiuto nella diagnosi dei tumori.
Per prima cosa dobbiamo stabilire le caratteristiche ideali di un marker.

Il “marcatore tumorale” ideale è:
  • Sensibile al 100%. Significa che è al 100% in grado di segnalare la presenza di una malattia oncologica in atto.
  • Specifico al 100%. Significa che è al 100% in grado di segnalare l’assenza di una malattia oncologica in atto.

Chi dovrebbe sottoporsi a questo tipo di indagine diagnostica? In generale:
  • Tutti (per alcuni tipi di marcatori tra cui il PSA), nei controlli di screening per la diagnosi precoce dei tumori e per l’identificazione dei soggetti a rischio
  • I soggetti “a rischio”, ad esempio i tabagisti e le donne con familiarità di tumori ginecologici
  • Immagine di una persona malata di cancro con testa e bocca coperte che di appoggia all'asta a cui è attaccata la flebo per guadare fuori dalla finestraTutti coloro che abbiano già avuto una malattia oncologica e siano in fase di follow up
In tutti questi casi l’uso dei marker, in quanto esame non invasivo e privo di controindicazioni, è utile e necessario ma… attenzione. Abbiamo visto che le due caratteristiche ideali dei marcatori biologici, ovvero di quelle proteine i cui elevati livelli nel sangue costituiscano un’anomalia, sono la totale sensibilità e la totale specificità. Se così fosse, allora gli oncologi avrebbero a disposizione uno strumento diagnostico formidabile altamente attendibile. Purtroppo non è così.

I marker tumorali “reali”, anche nella migliore delle condizioni, hanno una percentuale media di sensibilità pari all’84,2%, e una percentuale media di specificità pari all’82,4%.

Cosa significa? Che ci sono margini di errore.
Quindi come si possono utilizzare le informazioni che i marcatori tumorali ci forniscono? Alcuni marker sono più attendibili di altri nell’ipotizzare una diagnosi, altri sono utili per confermare o almeno per inforzare una diagnosi (in associazione con altri strumenti diagnostici più precisi), e infine tutti sono però necessari per fornire agli specialisti indicazioni sul tipo di terapia più efficace in casi di conferma di tumore.

Riassumendo:
  • È vero che tutte le sostanze biologiche che rientrano nella definizione di marker aumentano nel sangue man mano che il tumore si accresce e prolifera.
  • È vero che la concentrazione del marker nel sangue ci può indirizzare verso il tipo di tumore, il suo grado di aggressività, la sua tipizzazione istologica.
  • È vero che i valori ematici di uno o più marker a seguito di un intervento di asportazione chirurgica di un tumore possono fornire indicazioni attendibili sulla prognosi di guarigione (o meno)
  • Sempre in fase postoperatoria è vero che alti livelli di uno o più marker possono indicare una metastatizzazione del tumore.

Infine è vero che livelli di uno o più marcatori che si abbassano progressivamente in fase di terapia oncologica ci informano del successo della stessa.
Al netto di queste considerazioni positive, dobbiamo però tener conto (e gli oncologi più di noi), del fatto che esistono limiti precisi all’attendibilità e all’efficacia dei marker tumorali del sangue, che sono legati anche a caratteristiche individuali di ciascun paziente e alla sua storia clinica.
Ad esempio:
  • Tutti i tabagisti, sia uomini che donne, tendono ad avere livelli di CEA più elevati della media.
  • Molti marker sono aspecifici, nel senso che aumentano in presenza di tumori molto diversi tra di loro.
  • Marker come il CEA e il CA-125 danno spesso dei “falsi positivi”, perché possono essere superiori alla media in presenza di condizione patologiche e non patologiche del tutto benigne.

Immagine che mostra la scelta tra vero e falsoA proposito di “falsi” (positivi e negativi). Come facilmente intuibile, per come abbiamo visto dalle percentuali di attendibilità dei marker, ci sono dei margini di errore. Un falso negativo ci può far tirare un sospiro di sollievo laddove, al contrario, dovremmo preoccuparci, ma un falso positivo può al contrario generare un allarme del tutto ingiustificato, segnalando una neoplasia inesistente. Per tale ragione la maggior parte dei marker tumorali non vengono richiesti dai medici nelle analisi del sangue di routine sulla popolazione sana, ma in presenza di condizioni specifiche quali familiarità con un determinato tipo di tumore, l’aver superato una certa età, l’essere fumatori o aver già avuto malattie oncologiche in passato.

In ogni caso, come abbiamo già precisato, i marker tumorali rappresentano soltanto una delle analisi di screening e di monitoraggio dei tumori a nostra disposizione, da associare a test ed esami strumentali o di laboratorio più specifici.

 


Come funziona il nostro cuore e sistema vascolare?


 

Domande e risposte

1. Cosa significa avere alti livelli di un marker tumorale?
I marker tumorali sono sostanze che possono avere concentrazioni elevate quando si stia sviluppando un tumore nel corpo. Non si tratta, però, di indicatori molto specifici, per questo devono essere associati ad altri esami, ad esempio radiografie, TAC, Pet ecc., richiesti dal vostro medico.

2. Cosa ci dicono i marker tumorali del sangue?
I marker tumorali sono sostanze prodotte dalle cellule tumorali che possono essere rilevate nel sangue. Ma alcune di queste sostanze vengono normalmente prodotte anche dalle cellule sane del corpo, e talvolta i loro livelli risultano elevati anche in chi non abbia un tumore. Per tale ragione questi “marcatori” tumorali sono spesso oggetto di controversia da parte dei medici stessi, che temono i “falsi” (negativi e positivi). Essi risultano utili solo se associati ad altri esami e indagini diagnostiche più specifiche.

3. Un esame del sangue di routine può segnalare un cancro?
I campioni possono rivelare la presenza di cellule, proteine o altre sostanze prodotte da un cancro. I test del sangue inoltre possono fornire al medico altre informazioni utili sulla funzionalità di organi interni e far sospettare che un loro eventuale malfunzionamento sia dovuto alla presenza di un tumore. Tuttavia nessun esame del sangue di routine può da solo rilevare la presenza di un cancro, ad eccezione delle leucemie e dei tumori del sangue stesso.

4. La proteina c-reattiva (pcr) aumenta in presenza di un tumore?
La proteina C-reattiva non è solo un indicatore di infiammazione interna, perché tale sostanza prodotta dal fegato partecipa attivamente al processo infiammatorio. Tuttavia non è un segnale specifico di cancro, sebbene alti livelli possano farlo sospettare. Una PCR elevata è indicativa di malattie cardiache, tumori, malattie infiammatorie croniche come l’artrite reumatoide, il diabete, e persino di condizioni di obesità. In ogni caso alti valori di PCR vanno sempre indagati perché ci parlano di una condizione di infiammazione anomala.

5. È possibile che si abbiano analisi del sangue normali anche con un cancro?
Ad eccezione dei tumori del sangue, che ovviamente modificano in modo sostanziale la composizione ematica, per quanto riguarda le altre forme di cancro un test del sangue non è grado di dirci in modo attendibile se siamo o meno malati. Le nostre analisi ematiche, però, possono fornire al medico indizi sulla funzionalità dei nostri organi interni. Questo vale anche per i marker tumorali, che rappresentano una spia di rischio.
In collaborazione con
Paola Perria

Paola Perria

Giornalista pubblicista da luglio 2009, ho conseguito con il massimo dei voti un Master in Gender Equality-Strategie per l’Equità di Genere con tesi sulla Medicina di Genere. Copywriter originale e creativa, nasco negli anni Settanta in un assolato angolo di Sardegna, imparando tutto ciò che posso dai libri e dalla vita, dopo la maturità classica mi sono laureata in Lingue e Comunicazione. Scrivo di salute e benessere dal 2010, collaborando con diverse testate giornalistiche on-line e web magazine. Nel cassetto nascondo racconti, un diploma da fumettista e aspirazioni da storyteller, a cominciare dalla Medicina Narrativa. Collaboro con Doveecomemicuro dal luglio 2017. E questo è solo l’inizio.
Data di pubblicazione: 11 maggio 2019