Esame Istologico: cos'è, a cosa serve e come si legge

Esame Istologico: cos'è, a cosa serve e come si legge
05 gennaio 2019

Benessere

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Esame istopatologico: che cos’è?

L’esame istologico o istopatologico, è uno strumento diagnostico fondamentale in particolare per la malattia oncologica perché si effettua al microscopio su campioni di tessuti organici che presentano una qualche forma di anomalia. Infatti se l’istologia è la scienza medica che studia i tessuti, la patologia ha come oggetto di indagine proprio le malattie. Ecco che quindi l’esame istopatologico – che ha tempi più lunghi rispetto ad altro tipo di analisi di laboratorio – serve esattamente ad individuare – attraverso l’attenta visione al microscopio dei segni e delle alterazioni presenti nei frammenti di tessuto umano di qualunque organo – la “prova” regina che serve al medico per completare una diagnosi.

Se, quindi, parliamo di un tumore attraverso l’esame istologico, in genere preceduto dalla biopsia che permette di prelevare dal corpo del paziente il campione di tessuto, possiamo avere la conferma di un “sospetto” sopraggiunto a seguito di un esame strumentale (come una TAC, per esempio), nonché identificare esattamente il tipo di neoplasia e il suo grado di invasività e di differenziazione. Sono queste informazioni indispensabili che permettono all’oncologo di capire quale sia la strategia terapeutica migliore per quel tipo di tumore in base alla sua stadiazione.

Nel referto istopatologico leggiamo infatti una descrizione accurata – per i non addetti ai lavori spesso di difficile interpretazione – dei tessuti esaminati oltre alle modalità con cui l’esame è stato effettuato. L’esame istologico, però, non è utile solo nella diagnosi dei tumori. Proviamo a capire in quali casi e per quali scopi può essere utile analizzare i tessuti del corpo umano.
 

Che cosa trovi nel referto istologico?

È legittimo, e anzi doveroso, domandarci come vengano “trattati” i campioni di tessuto prelevati dal nostro corpo a scopo diagnostico. L’esame istologico può infatti essere eseguito su ogni parte “solida” che compone il nostro organismo sulla quale siano state rilevate delle anomalie sospette. Ossa, organi interni, nervi, pelle e mucose…
Attraverso il prelievo bioptico sia in fase di intervento chirurgico che come operazione a sé stante, o con la tecnica dell’agoaspirato, si preleva una minima parte di tessuto integra, che però mostri segni di lesioni, e la si invia al laboratorio, dove un medico patologo procederà ad analizzarlo con l’ausilio del microscopio, e non solo.
Infatti tali campioni vengono sottoposti a diverse procedure.

immagine con infermiera che guarda al microscopio dei campioniIn primo luogo vengono “affettati”, ovvero tagliati in sezioni molto sottili, e poi “colorati” in modo che le diverse cellule siano più facili da analizzare una volta poste sotto il vetrino del microscopio. Per alcune patologie, il medico-chirurgo può procedere ad un responso rapido “refrigerando” le sezioni raccolte e analizzandole in tempi strettissimi. Questa tecnica si utilizza soprattutto nel corso di un intervento chirurgico, perché in questo modo chi opera ottiene informazioni immediate che gli permettono di capire se è il caso di procedere alla rimozione di altro tessuto in caso di tumore solido infiltrato, ad esempio.

La procedura standard, però, prevede l’uso della formalina, che ha lo scopo di stabilizzare i campioni biologici sezionati, e la conservazione permanente in paraffina liquida. Una volta che questa si sia solidificata, si procede a sezionare il campione, colorare le sezioni che così possono essere finalmente analizzate.

Una domanda che il paziente si pone a questo punto è: quanto tempo occorre per avere gli esiti? Come abbiamo visto, in caso si adoperi la tecnica della refrigerazione del campione in corso di intervento chirurgico, possono bastare 15-20 minuti, ma questo tipo di responso serve solo al medico nell’immediato. La tempistica normale è molto più lunga, si va da un minimo di 10 giorni ad un massimo di un mese per i tessuti più complessi da analizzare, ad esempio i campioni ossei. 

Una volta che tali tessuti sono stati analizzati, cosa ne possiamo evincere? In altre parole, cosa troviamo nel referto istologico? Non tutti i referti sono uguali, dipende da ciò che è stato analizzato, e teniamo conto che spesso di tratta di campioni di tessuto diversi. Un esempio: le mucose del cavo orale. Per il sospetto di carcinoma spinocellulare infiltrato, il chirurgo può escindere parti del margine linguale, della gengiva, dell’osso mandibolare, delle ghiandole salivari e dei linfonodi. Tutte strutture diverse che prevedono anche tempi di indagine diversi. Ad ogni modo, in un referto istopatologico standard possiamo trovare:
  • Come i tessuti analizzati appaiono al microscopio, ovvero una descrizione del loro aspetto
  • Caratteristiche cromatiche specifiche in base alle colorazioni a cui i tessuti vengono sottoposti
  • Tecniche molecolari usate
  • Altri test (eventuali)
Per “tecniche molecolari” si intendono procedure di laboratorio atte ad analizzare la struttura molecolare di componenti specifiche dei tessuti, come proteine o recettori. A queste si può aggiungere anche una ulteriore indagine sul DNA cellulare, se si sospetta, ad esempio, una mutazione genetica nello sviluppo tumorale. A questo punto ci poniamo la domanda più importante di tutte: come dobbiamo interpretare il referto istologico e tutte le informazioni che ci presenta?
 


Referto istologico: come si legge?

La lettura e interpretazione di un referto istologico non è semplice, perché tale documento viene redatto in “medichese”, con l’utilizzo di una terminologia specialistica che può essere compresa solo da un “addetto ai lavori” o da chi abbia dimestichezza con il linguaggio medico-scientifico. Ma questo non è un problema: per la lettura del referto, infatti, ci dobbiamo affidare proprio al medico specialista, ad esempio l’oncologo, che in base alle informazioni contenute potrà anche stabilire se abbiamo bisogno di una terapia, e di che tipo.
immagine di un dottore che compila un referto medicoIl referto istologico è infatti associato a una diagnosi basata proprio sulle seguenti analisi:
  • La descrizione macroscopica del tessuto ad occhio nudo che include informazioni sul colore, le dimensioni e il peso del campione biologico considerato;
  • La descrizione al microscopio delle cellule del tessuto comparate con le cellule di un analogo tessuto sano;
  • La diagnosi: ad es. il tipo di tumore (maligno/benigno) e la stadiazione, ovvero quanto le cellule neoplastiche divergono rispetto a quelle sane in una scala di riferimento e la proliferazione, ovvero la velocità con cui le cellule tumorali si moltiplicano, che ci dice quanto la neoplasia sia aggressiva. Nella diagnosi leggiamo anche se si tratta di un secondarismo, ovvero di una metastasi a distanza;
  • Le dimensioni della massa tumorale (se escissa completamente);
  • Analisi dei margini della massa tumorale (sempre se escissa nella sua totalità);
  • Eventuali altre annotazioni del medico patologo.
Come si evince, un referto istologico non si legge tanto in termini di “positivo/negativo”, quanto di diagnosi vera e propria che è in genere attendibile pressoché al 100%, proprio perché basata sul campione reale di tessuto e non su una “immagine”.

Esiste, tuttavia, la possibilità che anche un esame così specifico non sia attendibile, ed è il caso dei cosiddetti “falsi negativi”.
Si tratta di eventualità che si verificano quando si devono prelevare porzioni di tessuto da organi non superficiali, in particolar modo dal seno e dalla prostata, in cui siano presenti lesioni, come tumori, molto piccoli. Al fine di prelevare esattamente la parte di tessuto lesionata, è quindi necessario affiancare la tecnica bioptica ad un esame strumentale di imaging molto preciso, ad esempio una TAC, un’ecografia o una risonanza magnetica, che permetta al chirurgo di non andare “alla cieca” ma di muoversi con precisione e accuratezza osservando su uno schermo la zona dell’organo in cui l’ago o la sonda sono stati inseriti.

Finora abbiamo parlato dell’esame istologico associato alla ricerca di tumori. Ma esiste anche un’altra circostanza in cui è necessario affidarsi a questo tipo di indagine al microscopio, ed è in caso di aborto spontaneo. Un campione di tessuto del feto viene prelevato per capire le cause che hanno portato all’interruzione di gravidanza. Veniamo ora alle modalità con cui il campione di tessuto viene prelevato dal paziente.
 


Biopsia e agoaspirato

Quasi tutti i campioni di tessuto utilizzati per l’esame istologico vengono asportati dall’organo o dalla parte del corpo sotto esame attraverso la biopsia. Ciò può avvenire sia nel corso di un intervento chirurgico di rimozione di una massa sospetta – ad esempio un nodulo, un polipo o una cisti – che viene pertanto escissa completamente e successivamente analizzata, che a parte.
Al medico patologo, infatti, basta un minimo frammento di tessuto, purché integro, per procedere alla sua indagine al microscopio. La biopsia in questo caso si effettua in modalità differenti, che dipendono dalla localizzazione, dalle dimensioni e dalla tipologia di tessuto da analizzare.
Immagine di una ecografia dove viene mostrato un nodulo al senoLe tecniche per effettuare l’esame bioptico sono prevalentemente quattro:
  • Biopsia escissionale, quando vene prelevata una zona di tessuto lesionato nella sua interezza (ad esempio un nodulo)
  • Biopsia incisionale, quando di un tessuto anomalo viene prelevata una minima parte
  • Biopsia percutanea, quando si preleva una porzione di tessuto sottocutaneo utilizzando un ago
  • Agoaspirato. Questa tecnica, spesso utilizzata in caso di noduli al seno o alla tiroide, si effettua previo monitoraggio radiografico o ecografico (che permette di localizzare esattamente la lesione all’interno dell’organo interessato), aspirando, con l’ausilio di un ago molto sottile (molto più che nel caso della biopsia percutanea), del tessuto sospetto da analizzare poi al microscopio. Anche se può spaventare, in realtà la tecnica dell’agoaspirato è minimamente invasiva, estremamente rapida (dura pochi minuti), non dolorosa e non necessita, quindi, di anestesia, né di preparazione particolare.
Tutte queste tecniche, dalle più alle meno invasive, si effettuano quindi solo quando esami strumentali – TAC, risonanze magnetiche, ecografie o mammografie ecc. - o analisi di altro tipo (poniamo il caso di un neo sospetto visionato tramite dermatoscopia) abbiano evidenziato anomalie e alterazioni da indagare subito. A tal riguardo, vediamo di fare un pochino di chiarezza tra due tipi di esami spesso associati, ma non sovrapponibili: l’esame istologico e l’esame citologico. Qual è la differenza?
 


Istologico o… citologico? Le differenze tra i due esami

Immagine che mostra la mano del dottore che individua un neo sulla schiena del pazientePer i non addetti ai lavori, è molto facile confondere un esame istologico con uno citologico.
In entrambi i casi si preleva un campione biologico dal nostro corpo al fine di essere analizzato al microscopio. Poniamo il caso del PAP test: si effettua prelevando, con l’ausilio di una spatolina, del muco cervicale per controllare che non vi siano mutazioni anomale nelle cellule uterine. Ma… in questo caso parliamo di esame citologico.

Se, invece, sulla nostra epidermide compare una lesione “strana” o un neo si ingrandisce, il dermatologo può decidere di asportare una parte di tale lesione usando un bisturi o una piccola lama circolare detta punch, praticando una anestesia locale per non provocarci dolore, e poi inviare tale reperto al laboratorio analisi per… l’esame istologico.

Qual è la differenza?
Che mentre nel primo caso – quello del PAP test - vengono analizzate delle cellule “sparse”, per capire se siano, o meno, “mutate” rispetto alle cellule normali, nel secondo il “prodotto” della biopsia è un frammento di tessuto coeso, con le cellule compattate tra di loro e non “sfuse”.
In altre parole l’esame istologico ha come oggetto di indagine “pezzi” di tessuto integri, con margini e con una struttura interna che permette di vedere come la composizione cellulare si presenta nella sua interezza, e quindi capire esattamente quali anomalie vi siano, se ve ne sono, e come si comportino tali cellule, se via sia una vascolarizzazione e di che tipo, eccetera.

Nell’esame citologico – che dal punto di vista semantico significa “attinente alla cellula” - è invece possibile capire se le cellule prelevate appaiano, nella loro forma, quindi sotto il profilo morfologico, diverse rispetto a quelle normali, ma tali informazioni sono parziali e prevedono una indagine ulteriore, inclusa quella istologica tramite biopsia.

Abbiamo visto come si preleva il campione di tessuto da inviare al laboratorio per l’esame istopatologico, ma invece come avviene il prelievo delle cellule per l’esame citologico? InImmagine dove il medico spiega al paziente il referto dell'esame vari modi, ma mai invasivi o dolorosi. Infatti le cellule utilizzate per questa indagine sono in genere cellule “raschiate” via da una superficie, come accade nel caso del PAP test, o isolate in una secrezione, o in un liquido organico (come nel caso dell’esame citologico delle urine) dove siano presenti per “caduta”.
Questo spiega perché spesso l’esame citologico sia propedeutico a quello istologico, che risulta molto più completo e significativo al fine di giungere ad una diagnosi.

Un consiglio: evitate di cercare di interpretare da soli l’esito del referto istologico con il solo ausilio del vocabolario, o (peggio) di internet! Si tratta, come ampiamente spiegato, di un documento redatto con una terminologia altamente specialistica che può e deve esserci spiegato dal nostro medico di famiglia o da uno specialista. Altrimenti rischiamo seriamente di prendere “fischi per fiaschi” sia in senso negativo che positivo…
In collaborazione con
Paola Perria

Paola Perria

Giornalista pubblicista da luglio 2009, ho conseguito con il massimo dei voti un Master in Gender Equality-Strategie per l’Equità di Genere con tesi sulla Medicina di Genere. Copywriter originale e creativa, nasco negli anni Settanta in un assolato angolo di Sardegna, imparando tutto ciò che posso dai libri e dalla vita, dopo la maturità classica mi sono laureata in Lingue e Comunicazione. Scrivo di salute e benessere dal 2010, collaborando con diverse testate giornalistiche on-line e web magazine. Nel cassetto nascondo racconti, un diploma da fumettista e aspirazioni da storyteller, a cominciare dalla Medicina Narrativa. Collaboro con Doveecomemicuro dal luglio 2017. E questo è solo l’inizio.