Dolore al petto sinistro o destro: cause e precauzioni

Dolore al petto sinistro o destro: cause e precauzioni

Benessere

Ultimo aggiornamento: 16 marzo 2019

Indice

 

Introduzione

La sensazione di dolore (o fastidio, malessere) avvertita a livello del petto è una condizione molto diffusa: si stima che riguardi, nel corso della vita, 4 persone su 10. È la seconda causa per la quale ci si rivolge al Pronto Soccorso.
immagine di una donna con dolore al petto
Il petto è la parte anteriore del torace, situata fra il collo e la cavità addominale, dalla quale è separato dal muscolo diaframma. Si tratta di un’area anatomica che contiene:
  • numerosi organi: polmoni, cuore, esofago, trachea
  • grandi vasi: primo fra tutti l’aorta, l’arteria più grande del corpo, che smista il sangue ossigenato proveniente dai polmoni verso tutti i tessuti
  • ossa: le costole, lo sterno
  • muscoli: principalmente i muscoli respiratori.
Il dolore al petto può essere indotto da diverse cause, da individuare prima di stabilire l’approccio terapeutico. Naturalmente, il tempo a disposizione per comprendere le ragioni alla base del dolore si riduce notevolmente in caso di patologia coronarica acuta, evenienza che può rappresentare un serio rischio di morte. La ricerca delle cause del dolore non è sempre un’operazione lineare, perché la sua percezione risponde solo in parte a criteri di oggettività e perché la stessa patologia può manifestarsi in pazienti diversi con differenti livelli di dolore.

Il dolore può essere localizzato in un punto preciso del torace oppure irradiarsi verso un braccio, la schiena o l’addome. Allo stesso modo, il dolore avvertito al petto può essere la conseguenza di un’alterazione che riguarda altri organi.
 

Quando rivolgersi al pronto soccorso?

In generale, la paura maggiore che coglie nell’avvertire un dolore al petto è quella dell’infarto. Ma le cause di questo sintomo possono essere anche molto banali.
Immagine di un uomo con dolore al petto mentre è in sala d'attesa dell'ospedale insieme a un ragazzo
Uno dei criteri più attendibili per distinguere un dolore di origine cardiaca da uno proveniente da altri distretti è quello di respirare profondamente e osservare se la sua intensità si modifica. Se la risposta è positiva, molto probabilmente non si tratta di una patologia che interessa il cuore.

Malgrado evitare le drammatizzazioni sia sempre consigliabile, per conservare la lucidità necessaria a prendere le decisioni corrette, è anche vero che non bisogna esitare nel rivolgersi al Pronto Soccorso se:
 
  • il dolore è accompagnato da una sensazione di pressione, costrizione al petto, angoscia e morte imminente
  • il dolore peggiora con il trascorrere del tempo o persiste per più di 10 minuti e non trova altra spiegazione
  • sono presenti anche difficoltà respiratoria, nausea o vomito, sudorazione profusa
  • la persona colpita ha una storia di pregresse malattie cardiovascolari o comunque un rischio cardiovascolare documentato (ad esempio se il paziente è fumatore, anziano, diabetico, in sovrappeso…).
 

Infarto miocardico

L’infarto miocardico è una sindrome coronarica acuta in cui l’occlusione di una o più coronarie lascia un’area più o meno estesa del cuore priva di irrorazione sanguigna, provocandone la necrosi. Malgrado gli eventi che si verificano nel tessuto cardiaco siano i medesimi, i casi di infarto possono manifestarsi con diversa sintomatologia. Alcuni pazienti descrivono sintomi sfumati, mentre altri avvertono segnali molto più marcati.

La patologia cardiovascolare è la prima causa di morte nel mondo; l’infarto miocardico uccide, solo in Italia, 36.000 persone all’anno. Negli Stati Uniti la metà delle persone colte da infarto muore prima di arrivare in ospedale.
 

Cosa succede durante l’infarto

L’infarto è provocato dall’ostruzione delle coronarie (le arteriole che nutrono il cuore): a valle del blocco (un trombo), l’afflusso di sangue si riduce, causando ischemia nella corrispondente area del muscolo cardiaco, che va in necrosi. E’ proprio l’ischemia a scatenare il dolore. Maggiore è l’intervallo di tempo che trascorre dall’inizio dell’ischemia allo scioglimento del trombo, maggiore sarà la quantità di tessuto (e quindi la funzionalità) persa. Inoltre, una cicatrice di grandi dimensioni rende il cuore meno elastico e dunque meno capace di pompare il sangue efficientemente. Ecco perché è determinante che il paziente riceva soccorsi rapidi e mirati.
 

I sintomi dell’infarto miocardico

immagine che mostra i sintomi dell'infartoLa sintomatologia dell’infarto è mediamente composta da:
  • dolore (o fastidio) al petto, che può irradiarsi agli arti superiori, alla spalla sinistra, alla schiena, al collo, alla mandibola e allo stomaco. Non è localizzato puntualmente, ma diffuso: alla domanda su dove senta dolore il paziente indica il petto con la mano aperta, non con la punta del dito
  • senso di costrizione, pesantezza al petto: non si tratta di un dolore trafittivo ma gravativo
  • difficoltà nella respirazione (dispnea)
  • pesantezza allo stomaco, avvertita dal paziente come un’indigestione o come bruciore di stomaco
  • nausea o vomito
  • vertigini, sensazione di stordimento, capogiri
  • sudorazione profusa
  • aritmia
  • angoscia e sensazione di morte imminente.
 

La diagnosi di infarto

È fondamentale che la diagnosi di infarto miocardico sia tempestiva, per poter procedere con la terapia e ripristinare la circolazione sanguigna nelle aree ischemiche.
La diagnosi di infarto viene effettuata sulla base di:
  • elettrocardiogramma (ECG): è il test più importante perché fornisce il quadro della situazione, ma non sempre risulta diagnostico
  • esami del sangue: vengono valutati gli enzimi cardiaci (LDH…) e altre sostanze contenute nelle cellule del cuore (come la troponina), rilasciate nel sangue dopo la necrosi e utilizzati come markers biologici dell’infarto
  • angioTAC: rileva i trombi eventualmente presenti nelle coronarie
  • coronarografia con mezzo di contrasto: individua i trombi, ma è meno sensibile dell’angioTAC.

 
La terapia dell’infarto

Immagine di un vecchietto che ha dolore al pettoIl trattamento dell’infarto miocardico prevede:
  • la somministrazione immediata (nel punto in cui il paziente viene soccorso) di farmaci antiaggreganti piastrinici (come l’acido acetilsalicilico) e di ossigeno
  • la somministrazione in ospedale di farmaci trombolitici (che sciolgono il coagulo, ripristinando la corretta circolazione del sangue nelle coronarie), anticoagulanti (come l’eparina, che previene la formazione di nuovi coaguli) e antianginosi (nitroglicerina) e la prosecuzione dell’infusione di antiaggreganti (acido acetilsalicilico, clopidogrel)
  • angioplastica coronarica: al paziente viene applicato uno stent coronarico, ossia un dispositivo inserito in un’arteria del braccio e posizionato nella coronaria occlusa, allo scopo di aprirla e mantenerla pervia
  • bypass aortocoronarico: in caso di necrosi estesa, il cardiochirurgo può scegliere di eseguire l’applicazione di un bypass aortocoronarico. In questo caso, al paziente viene prelevato un vaso della gamba, con cui viene costruito un ponte, inserito a livello coronarico per bypassare il blocco.
Successivamente al trattamento d’urgenza, il paziente deve essere monitorato dal punto di vista cardiologico e acquisire abitudini che limitino i fattori di rischio (abolire il fumo da sigaretta, controllare la pressione arteriosa, adottare un regime alimentare equilibrato e povero di grassi di origine animale).
 

Le possibili complicanze dell’infarto miocardico

Subito dopo un infarto miocardico, il quadro dell’attività cardiaca è molto instabile e possono verificarsi complicanze anche gravi per il paziente:
  • scompenso cardiaco congestizio: si verifica quando il cuore non riesce più a pompare il sangue e causa la formazione di edemi (gonfiori) negli arti inferiori e difficoltà respiratorie (dispnea)
  • rottura del cuore: si verifica in un caso su 10 di infarto e porta a morte entro 5 giorni dall’evento
  • aritmie: possono verificarsi aritmie potenzialmente fatali, come la fibrillazione ventricolare.


Angina pectoris

L’angina pectoris è una sindrome coronarica acuta che provoca una riduzione temporanea del flusso di sangue al cuore. L’ischemia indotta provoca spasmi coronarici, che sono responsabili del dolore tipico di questa malattia, ma non è tale da causare la necrosi.
Il termine angina deriva dal greco αµχουη, termine che indica sia l’angoscia che la costrizione, entrambi presenti nelle manifestazioni anginose.
 

La diagnosi di angina pectoris

Immagine di una ragazza che sta facendo un elettrocardiogrammaGeneralmente, l’attacco di angina è scatenato dall’affaticamento fisico o emotivo e migliora se il paziente si mette a riposo e si tranquillizza. Questo è un importante parametro distintivo rispetto all’infarto miocardico che può manifestarsi con una sintomatologia analoga.
La diagnosi di angina pectoris viene posta dopo l’esecuzione di:
  • elettrocardiogramma (ECG): registra l’attività elettrica del cuore e ne fornisce un quadro complessivo. E’ anche possibile effettuare un monitoraggio delle 24 ore dell’attività cardiaca, con l’Holter
  • test di tolleranza allo sforzo: è la registrazione dell’elettrocardiogramma mentre il paziente è sotto sforzo (generalmente mentre sta pedalando alla cyclette) fino al raggiungimento del massimale di sforzo
  • scintigrafia miocardica: valuta l’ischemia da sforzo nei pazienti con ECG dubbio. E’ una procedura diagnostica che richiede l’infusione di un tracciante radioattivo
  • ecocardiogramma: è una procedura di imaging che visualizza le strutture anatomiche che compongono il cuore ed il loro funzionamento
  • coronarografia: è l’esplorazione angiografica delle coronarie, dopo iniezione di un mezzo di contrasto
  • TAC cardiaca: valuta la presenza di calcificazioni dovute ad aterosclerosi
  • RM cardiaca: fornisce immagini dettagliate della struttura del cuore e di eventuali alterazioni morfologiche.
 

La terapia dell’angina pectoris

La terapia dell’angina prevede un approccio sintomatico (nitrati e calcio antagonisti) per gestire le crisi e un trattamento cronico che riduce il rischio di infarto.
  • nitrati: la trinitrina (nitroglicerina) è un vasodilatatore arterioso, che viene somministrato allo scopo di controllare i sintomi di dolore e costrizione
  • calcio antagonisti: vasodilatatori
  • farmaci antiaggreganti: il cardiologo prescrive sostanze quali l’acido acetilsalicilico e il clopidogrel per limitare il rischio di formazione di trombi
  • beta-bloccanti.
Come nel caso dell’infarto miocardico, la terapia dell’angina prevede l’adozione di misure comportamentali che riducano i fattori di rischio.


 

Aneurisma dell’aorta

L’aneurisma è una dilatazione permanente della parete arteriosa, congenita o acquisita, uno sfiancamento in corrispondenza del quale la parete si assottiglia e che espone l’arteria al rischio di rottura.
Immagine che mostra cosa succede quando il paziente ha un aneurismaFra le cause più allarmanti di dolore al petto, l’aneurisma dell’aorta è una fra le più pericolose. Questa patologia riguarda il 3-6% della popolazione fra i 65 e i 74 anni. Il rischio maggiore è rappresentato dalla lacerazione della parete aortica, che causa dolore intenso, improvviso a livello del torace e della schiena e sanguinamento profuso nella cavità toracica e/o addominale. La fuoriuscita di sangue determina lo shock ipovolemico (ossia conseguente alla riduzione del volume di sangue circolante), che può portare a morte il paziente in tempi brevissimi. L’80% dei pazienti muore prima di arrivare in ospedale e il 50% dei sopravvissuti non supera l’intervento eseguito in emergenza.
 

Le cause dell’aneurisma aortico

Mentre l’aneurisma congenito è una malformazione presente fin dalla nascita, quello acquisito è dovuto a condizioni patologiche quali:
  • aterosclerosi: la formazione di placche sulla parete interna delle arterie (a causa della deposizione di colesterolo) ne restringe il calibro e la loro calcificazione irrigidisce il vaso, riducendone l’elasticità e aumentando la probabilità di sfiancamento dovuto alla pressione del sangue
  • ipertensione: il sangue sotto pressione sollecita la parete arteriosa, che può cedere in corrispondenza di punti di maggiore fragilità (ad esempio a livello delle placche).
 

I sintomi dell’aneurisma aortico

La presenza dell’aneurisma comprime le strutture attigue al vaso e scatena dolore al petto e sintomi quali disfagia (difficoltà nella deglutizione), dispnea (difficoltà respiratorie) e mutamenti nel tono della voce.
 

La diagnosi di aneurisma aortico

In caso di dolore toracico nei pazienti a rischio cardiovascolare il cardiologo o il chirurgo vascolare possono prescrivere l’esecuzione di un’ecografia per valutare l’eventuale presenza di un aneurisma.
Se la diagnosi è positiva e non sussistono le condizioni per l’esecuzione dell’intervento (l’unico tipo di terapia possibile), il paziente viene monitorato con ecografie periodiche allo scopo di tenere sotto controllo le dimensioni dell’alterazione.
 

La chirurgia dell’aneurisma aortico

Esami più sofisticati come TAC e RM vengono utilizzati per studiare l’aneurisma in previsione dell’intervento chirurgico, durante il quale viene ricostruita la parete aortica. L’intervento chirurgico programmato ha una mortalità del 3%, valore non confrontabile con quello relativo alla gestione dell’emergenza. Malgrado ciò, non tutti i pazienti affetti da aneurisma vengono sottoposti a chirurgia: per ognuno il cardiochirurgo o il chirurgo vascolare valutano il rapporto rischio-benefici.
 

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Cardiomiopatia ipertrofica

La cardiomiopatia ipertrofica è l’ispessimento del muscolo cardiaco, che lo rende meno elastico e dunque meno efficiente nel pompare sangue nella circolazione.
Si tratta di una patologia che non sempre si manifesta con sintomi specifici e che permette spesso una vita normale.
Immagine che mostra la differenza tra un cuore normale e uno con cardiomiopatia ipertroficaQuando presenti, i sintomi sono rappresentati da:
  • vertigini
  • aritmie
  • dispnea
  • dolore al petto
  • scompenso cardiaco
  • ischemia miocardica.
La causa della cardiomiopatia ipertrofica è una mutazione genetica: pertanto la patologia è cronica e necessita di monitoraggio e di terapia farmacologica continua. La diagnosi di cardiomiopatia ipertrofica viene effettuata attraverso l’esecuzione di un elettrocardiogramma e di altre indagini sull’attività cardiaca, quali l’ecocardiogramma e l’holter. E’ inoltre utile eseguire test genetici per valutare la presenza della mutazione genetica.

La cardiomiopatia ipertrofica viene trattata con farmaci che proteggono il cuore da eccessivi sforzi (beta-bloccanti e calcio antagonisti) e con la chirurgia nei casi in cui si renda necessario ridurre l’ispessimento del miocardio.

Lo sforzo cui va incontro il cuore nel tentativo di sopperire alla ridotta efficienza del pompaggio può causare l’insorgenza dello scompenso cardiaco congestizio, che deve essere trattato farmacologicamente.

 

Pericardite

La pericardite è l’infiammazione della membrana che avvolge il cuore (pericardio). La funzione fisiologica del pericardio è quella di assicurare al cuore organo la possibilità di dilatarsi e comprimersi durante la sua attività di pompaggio, senza creare attrito con le strutture anatomiche circostanti. Il sacco pericardico è umidificato dalla presenza di un liquido lubrificante. Quando il pericardio si infiamma, la membrana aumenta la secrezione di liquido, che si accumula e comprime il cuore e gli organi attigui. Questo fenomeno scatena il dolore al centro del torace.
 

Le cause della pericardite

immagine che mostra la differenza tra un cuore sano e uno con la pericarditeNella maggior parte dei casi si tratta di infezioni virali, mentre quelle batteriche sono meno frequenti. La pericardite può sopraggiungere anche come effetto collaterale della chemioterapia del tumore o in conseguenza di altre patologie, in particolare alcune malattie autoimmunitarie (lupus). La pericardite è più frequente negli individui di sesso maschile di età compresa fra i 20 ed i 50 anni.
 

I sintomi dlela pericardite

Il dolore al petto è il sintomo sempre presente, diverso rispetto a quello da infarto miocardico perché tende a cambiare di intensità nelle varie fasi della respirazione e a modificarsi in posizione supina.
I sintomi della pericardite sono quelli tipici dello scompenso cardiaco, perché le circostanze patologiche sono le medesime: il cuore, compresso, non riesce a pompare sangue e il rallentamento della sua attività provoca la formazione di edema agli arti inferiori e difficoltà respiratorie.
 

La diagnosi della pericardite

La diagnosi viene effettuata sulla base dell’auscultazione: il cardiologo sente il rumore tipico prodotto dallo sfregamento dei foglietti pericardici. La conferma viene da elettrocardiogramma ed ecocardiogramma.
 

La terapia della pericardite

La terapia prevede l’assunzione di antipiretici ed antinfiammatori per il controllo dell’infezione (anche antibiotici se l’eziologia è batterica). E’ inoltre importante che il paziente stia a riposo, per non affaticare ulteriormente un cuore già provato.
Nelle forme più gravi, può rendersi necessario somministrare dei cortisonici.
Nei casi in cui l’accumulo di liquido nel sacco pericardico sia importante, si effettua una puntura per drenarlo.

 

Esofagite da reflusso

L’esofagite da reflusso si verifica a causa della risalita degli acidi prodotti dallo stomaco, ossia il reflusso gastroesofageo, patologia associata ad una mancanza di tenuta della valvola situata fra stomaco ed esofago (cardias). Al contrario dello stomaco, internamente rivestito da una mucosa protettiva, l’esofago è vulnerabile all’attacco dei succhi acidi. Quando viene a contatto con il contenuto gastrico, si infiamma e può scatenare un dolore retrosternale, che si irradia agli arti superiori e alla schiena, e bruciore al petto.

Talvolta, i dolori da reflusso sono così simili a quelli dell’infarto, da far temere il peggio. Popolare la scena di “La Guerra dei Roses”, commedia americana degli anni ’80 nella quale Michael Douglas si precipita in Pronto Soccorso con tutti quelli che ritiene i sintomi paradigmatici dell’infarto. Salvo poi scoprire di avere semplicemente esagerato con le pietanze cucinate dall’odiata consorte Kathleen Turner.

Il dolore da esofagite si manifesta soprattutto dopo i pasti, in particolare se ci si sdraia e se si indossano cinture strette. Talvolta, il dolore non è facilmente riconducibile ad un disturbo digestivo, perché la risalita degli acidi può non essere avvertita in sé dal paziente.

Il reflusso gastroesofageo viene diagnosticato attraverso la gastroscopia (esofagogastroduodenoscopia).

Nelle forme lievi la terapia inizia con l’assunzione di farmaci a base di acido alginico e ialuronico, protettivi della mucosa esofagea da prendere al bisogno.
Nei casi più importanti, il gastroenterologo prescrive da subito gli inibitori della pompa protonica.

Per i pazienti affetti da reflusso gastroesofageo lo stile di vita conta quanto i farmaci nel tenere sotto controllo i sintomi della malattia.

E’ importante:
  • non sdraiarsi subito dopo avere mangiato
  • rinunciare al fumo da sigaretta
  • modificare la dieta, da cui occorre eliminare le pietanze elaborate
  • rinunciare all’alcol e ridurre il consumo di caffè, tè e cioccolato.

 

Embolia polmonare

Immagine che mostra cosa succede quando il paziente è affetto da una embolia polmonareL’embolia polmonare è una circostanza patologica acuta molto grave causata dall’ostruzione di una o più arterie polmonari da parte di trombi che hanno origine in altri distretti, in particolare nei tronchi venosi delle gambe e della pelvi.

Può essere una conseguenza di disturbi circolatori degli arti inferiori (flebiti, tromboflebiti) o di lunghi periodi di immobilizzazione.

Il rischio di morte per embolia polmonare è molto elevato: nei soli Stati Uniti è causa di morte per 85.000 persone ogni anno su 350.000 nuovi casi.

Il paziente colpito da embolia polmonare manifesta:
La diagnosi viene effettuata sulla base dell’osservazione dei segni clinici e dell’esecuzione dell’angio TAC.
La terapia dell’embolia polmonare prevede la somministrazione di anticoagulanti e trombolitici.

 

Pneumotorace

Lo pneumotorace è l’improvviso collasso del polmone dovuto alla fuoriuscita di aria nello spazio pleurico. Il dolore che ne consegue:
  • è localizzato a livello del torace
  • è molto acuto ed intenso
  • peggiora durante l’inspirazione e con i colpi di tosse.
Lo pneumotorace comprime i polmoni e ostacola il ritorno del sangue venoso al cuore. Può essere causato da traumi oppure da malattie come la broncopneumopatia cronica ostruttiva o alcuni tumori. Deve essere diagnosticato al letto del paziente, perché la situazione di emergenza che comporta non consente di aspettare l’esito dell’esame radiografico. La terapia dello pneumotorace consiste nell’inserimento di un ago intratoracico per il drenaggio dell’aria.

 

Polmonite

L’infiammazione del polmone causa generalmente (anche se non è sempre così) l’insorgenza di dolore al petto. Il sintomo peggiora con l’inspirazione e con la tosse. Gli altri sintomi della polmonite (quando presenti) sono la febbre (spesso con brividi) e la difficoltà a respirare (dispnea). In caso di contemporanea infezione respiratoria, la presenza di dolore al petto deve suggerire un consulto medico per la probabilità che si tratti di polmonite. In Italia ogni anno 10.000 persone muoiono di polmonite.

La terapia prevede l’assunzione di antibiotici (le forme batteriche sono responsabili del 20-60% dei casi) e il monitoraggio delle condizioni del paziente ed il trattamento di febbre e tosse. La diagnosi viene effettuata con la radiografia al torace.
Anche altre patologie infiammatorie delle vie respiratorie (come la tracheite) possono dare dolore al petto.

 

Pleurite

Immagine che mostra i polmoni di un paziente affetto da pleuriteLa pleurite è l’infiammazione della membrana che avvolge i polmoni (pleura) e che permette loro di dilatarsi e comprimersi durante la respirazione senza creare attrito con le strutture anatomiche circostanti. Normalmente i due foglietti che costituiscono la pleura sono solo inumiditi al loro interno da un liquido (liquido pleurico), ma in caso di infiammazione la secrezione aumenta. Il liquido pleurico si raccoglie quindi nella cavità pleurica, comprimendo i polmoni e causando difficoltà respiratoria (dispnea) e dolore toracico (intenso, acuto e che peggiora inspirando ed emettendo colpi di tosse).

Nei casi in cui questo essudato non si riassorbe, occorre effettuare una toracentesi (inserimento di un ago intratoracico per il drenaggio del liquido).

La causa della pleurite può essere un’infezione polmonare che si estende alle membrane pleuriche, un tumore o la fibrosi polmonare.

 

Enfisema polmonare

L’enfisema polmonare è una malattia cronica progressiva che porta alla degenerazione dell’architettura del tessuto polmonare e alla perdita della funzionalità respiratoria. I fattori di rischio sono rappresentati dal fumo da sigaretta, deficit genetici, contestuale presenza di un tumore al polmone. L’enfisema polmonare viene diagnosticato attraverso la spirometria, l’emogasanalisi arteriosa e la TAC (che visualizza il sovvertimento nella struttura del tessuto polmonare).

La terapia è medica e riabilitativa e ha lo scopo di allenare il paziente a respirare meglio. Quando non funziona, l’unica soluzione è la chirurgia, durante la quale si rimuovono le aree più compromesse. In alternativa, esiste oggi la possibilità di ricorrere al trattamento endoscopico, in determinate circostanze. Il trapianto polmone viene effettuato quando il paziente ha una capacità respiratoria molto limitata.

 

Tumore al polmone

Immagine di un ragazzo che tossisce e si tiene il pettoIl tumore al polmone resta spesso asintomatico nelle fasi iniziali. Spesso, infatti, la malattia viene diagnosticata per caso, nel corso di controlli eseguiti per altre ragioni.
I sintomi più comuni, quando si manifestano, sono
  • la tosse continua, che non passa e che può macchiare di sangue il fazzoletto
  • la raucedine
  • il dolore al petto che aumenta con la tosse o con un respiro profondo
  • la stanchezza
  • le frequenti infezioni respiratorie.
La presenza di sintomi ricorrenti e di fattori di rischio (ad esempio il fumo da sigaretta) deve suggerire al paziente la richiesta di un consulto medico.
 

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Patologie costali

La frattura o l’incrinatura di una costola (costa) determina l’insorgenza di un dolore acuto, intenso e trafittivo al torace. Il sintomo peggiora con l’inspirazione, può diventare insopportabile con i colpi di tosse e rendere difficili i movimenti degli arti. Anche l’infiammazione della cartilagine localizzata fra lo sterno e le costole (costocondrite) può scatenare dolore al petto: in questo caso il dolore è irradiato a tutto il torace e alla schiena.

 

Attacco di panico

Il dolore al torace non riconosce solo cause organiche, ma può essere riconducibile a particolari assetti psicologici o emotivi. L’attacco di panico può simulare, in parte, un infarto, determinando anche l’insorgenza del dolore toracico e le difficoltà respiratorie tipiche dell’accidente cardiovascolare, nonché gli aspetti emotivi dell’angoscia e della sensazione di morte imminente.
 

Herpes zoster

Immagine che mostra l'eruzione cutanea da herpes zosterL’Herpes zoster (comunemente noto come fuoco di Sant’Antonio) è un’infezione virale che colpisce i nervi. Può comparire a livello del torace, causando dolore e la comparsa di un’eruzione cutanea che segue il percorso del nervo colpito.

 

Calcolosi della cistifellea

La presenza di calcoli alla cistifellea può scatenare crisi dolorose all’addome, al petto e alla schiena. Il dolore è generalmente successivo al pasto e associato a nausea e vomito. La calcolosi della colecisti riguarda il 15% della popolazione, soprattutto femminile.

 

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Domande e risposte

  1. Quando dovrei preoccuparmi per il dolore al petto?
    Il dolore al petto deve suggerire l’immediato ricorso al Pronto Soccorso quando si protrae per più di 10 minuti senza che se ne possa individuare la causa; è accompagnato da un senso di costrizione, pesantezza, angoscia e morte imminente; compare in una persona a rischio per malattia cardiovascolare; è associato a sudorazione profusa, nausea o vomito.
     
  2. Come si cura il dolore al petto?
    Il dolore al petto può avere diverse cause: per poter individuare una cura, occorre stabilire la diagnosi.
     
  3. Quali sono le cause non cardiache di dolore al petto?
    Le principali cause di dolore al petto di origine non cardiaca sono l’esofagite da reflusso, la calcolosi della cistifellea, lo pneumotorace, la polmonite, la pleurite, la frattura o l’incrinatura delle costole.
     
  4. L’indigestione può essere causa di dolore al petto e alla schiena?
    La cattiva digestione e il reflusso del contenuto gastrico nell’esofago, possono scatenare un dolore al petto che si irradia verso la schiena, le braccia e la mandibola.
     
  5. Può trattarsi di infarto anche se il dolore al petto si irradia al braccio destro?
    L’infarto miocardico si manifesta con una sintomatologia differente nei pazienti. Qualsiasi dolore al petto che rientri nei casi a rischio, deve essere valutato dal medico.
In collaborazione con
Monica Torriani

Monica Torriani

Farmacista in equilibrio fra scienza e comunicazione, ho fondato WELLNESS4GOOD, blog che affronta con spirito divulgativo i temi connessi all’innovazione in campo farmacologico. Sono contributor per diverse testate online del settore Salute e Benessere. Collaboro come content editor con industrie farmaceutiche e farmacie. In “Sposta il tuo Equilibrio” ho scritto della prevenzione delle patologie professionali correlate allo stress. Oltre ai canali social (di seguito segnalati) e al blog mi potete trovare anche su Instagram.
Data di pubblicazione: 16 marzo 2019