Colite: che cos'è e quali sono le tipologie? Cause, Dieta, Cure

Colite: che cos'è e quali sono le tipologie? Cause, Dieta, Cure

Ricerca e Prevenzione

Ultimo aggiornamento: 26 gennaio 2020

Indice

COLITE

Il termine colite indica in maniera generica uno stato di infiammazione del colon, nella sua interezza o relativamente ad un suo segmento. In funzione della sua origine, la colite può essere distinta in:
  • Primitiva: quando ha origine direttamente nel colon;
  • Secondaria: quando è causata da un disturbo localizzato in altra sede.
Per la sua evoluzione nel tempo, può invece essere acuta (se si manifesta con un singolo episodio) o cronica, causata da patologie caratterizzate da andamento cronico. 

I sintomi della colite sono in generale quelli comuni a tutte le malattie infiammatorie intestinali (gonfiore, distensione addominale, dolore, dissenteria, stitichezza, febbre, calo ponderale, flatulenza, malessere generale) e dipendono, più nel dettaglio, dalle cause che l’hanno generata.
Di seguito una panoramica sulle diverse forme di colite e un approfondimento sulla patologia che più frequentemente viene (impropriamente) definita tale, la Sindrome del Colon Irritabile.

COLITE INFETTIVA 

La colite infettiva è provocata dall’infezione da virus o batteri, generalmente causata da contaminazioni alimentari.
Le coliti infettive possono essere prevenute con il miglioramento delle condizioni igieniche, la cottura ottimale della carne e la pastorizzazione del latte
Questa categoria di infiammazioni del colon conta per il 90% delle coliti severe acute (CAS), che sono affezioni a insorgenza improvvisa caratterizzate da:
  • Forti dolori addominali;
  • Scariche di diarrea acuta muco-sanguinolenta;
  • Tensione addominale;
  • Squilibrio elettrolitico progressivo.
Peggioramento generale del quadro clinico del paziente, che può evolvere, nonostante la terapia farmacologica, fino allo shock settico
Nei casi in cui la colite sia dovuta a un’infezione batterica, i sintomi non sono causati dal patogeno in maniera diretta, ma attraverso la sintesi di una tossina, che attacca le cellule intestinali danneggiando la mucosa.
Le coliti virali sono per lo più sostenute da Rotavirus spp.: si tratta di infezioni frequenti, benigne, che si risolvono spontaneamente in pochi giorni. L’unica preoccupazione che destano è relativa al rischio di disidratazione generato da vomito e diarrea intensi, che, nei più piccoli, può richiedere ospedalizzazione.
Di seguito, i principali microorganismi responsabili dell’insorgenza delle coliti infettive.

COLITE DA ESCHERICHIA COLI

L’infezione da Escherichia coli O157 H7 e altri E. coli enteroemorragici può causare un’infiammazione del colon (colite) con sanguinamento della mucosa (da cui l’effetto emorragico). 
La manifestazione iniziale della malattia è la diarrea acquosa, accompagnata da violenti crampi addominali, che diventa ematica entro 24 ore. La febbre è generalmente assente. 

La diagnosi viene effettuata sulla base dell’esecuzione della coprocoltura e del dosaggio della tossina Shiga prodotta dal batterio.
In alcuni pazienti l’accertamento della causa della colite e la pronta istituzione di una terapia adeguata possono essere determinanti per la sopravvivenza. In questi casi vengono eseguiti esami radiologici.
La radiografia diretta dell’addome, che nelle coliti da E. coli evidenzia caratteristiche tipiche:
  • Assenza di coproliti nel segmento infiammato;
  • Distensione gassosa delle anse intestinali;
  • Spasmi del colon con accorciamento del viscere;
  • Eventuale presenza di ulcere parietali;
  • Eventuale perforazione.
Nei casi in cui risulti necessario, può essere utile sottoporre il paziente a colonscopia con minima insufflazione di aria. In presenza di perforazioni, emorragie massive, peritonite, shock settico deve essere effettuata una chirurgia d’urgenza
Questa forma di colite può essere contratta a tutte le età, anche se è più frequente fra i bambini e gli anziani. Il contagio avviene in seguito all’ingestione di cibo (carne poco cotta, latte non pastorizzato) o acqua contaminati con carne bovina (i bovini sono il serbatoio di questo batterio).

Immagine che ritrae E. coliLe cronache raccontano dell’epidemia europea di E. coli emorragico del 2011: in quel caso la responsabilità della trasmissione fu attribuita ai germogli di fagiolo crudi contaminati. 
Non è disponibile una terapia diretta alla fonte della patologia: nonostante l’infezione sia di tipo batterico, gli antibiotici non hanno azione risolutiva della malattia. Al contrario, sono sconsigliati perché possono peggiorarne il quadro clinico, come nel caso dei fluorochinoloni, che possono addirittura aumentare il rilascio di enterotossine ed il rischio di sindrome emolitica-uremica. La sintomatologia è causata infatti dalla tossina prodotta dal batterio, che danneggiano le cellule della mucosa e le cellule endoteliali vascolari della parete intestinale. Se la tossina viene assorbita, danneggia anche altri distretti, ad esempio le strutture vascolari dei reni, causando insufficienza renale e costringendo il paziente alla dialisi

Il paziente affetto da colite da E. coli deve essere tenuto in osservazione particolare, specialmente se pediatrico o anziano, per monitorare l’evoluzione della malattia. In assenza di complicazioni la diarrea emorragica dura da 1 a 8 giorni
L’azione della tossina può sfociare nella sindrome uremica-emolitica, che provoca una rapida diminuzione dell’ematocrito e della conta piastrinica, aumento della creatinina sierica, ipertensione e ristagno di liquidi nei tessuti periferici. Questa evenienza può portare il paziente alla morte (colite fulminante, detta anche colite tossica).
Se allo stato di shock settico si associa la dilatazione del tratto di intestino interessato, la condizione è nota come megacolon tossico

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COLITE DA SHIGELLA 

Foto che raffigura una moscaQuesto tipo di colite infettiva è causata da diverse specie del batterio Shigella e si manifesta con diarrea acuta emorragica, febbre, nausea, vomito, tenesmo (urgenza di evacuazione).
La tossina batterica aggredisce le cellule della mucosa provocando lo sfaldamento (e dunque il sanguinamento rettale) e l’edema

Il contagio avviene per contatto con feci di individui infetti o portatori convalescenti e cibi contaminati; le mosche sono i vettori della malattia. L’acquisizione dell’infezione è favorita dalla resistenza del microorganismo ai succhi gastrici.
La diagnosi della colite da Shigella viene effettuata mediante coprocoltura e la terapia attribuita dopo l’esecuzione del test di sensibilità agli antibiotici (fluorochinoloni, azitromicina, ceftriaxone), che vengono prescritti solo ai pazienti con infezioni moderate o gravi o ad alto rischio per altre patologie. In tutti gli altri malati l’unica terapia prevista è quella di supporto: in assenza di complicazioni l’infezione si risolve in 4-8 giorni spontaneamente. Non sono indicati gli antidiarroici, che possono prolungare il corso della malattia. 
La complicazione più temuta è la sindrome uremica-emolitica, che può portare a morte il paziente. 

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COLITE DA SALMONELLA

Foto che raffigura uovaI batteri Salmonella typhi e S. paratyphi sono responsabili di una colite acquisita attraverso contaminazione alimentare da ingestione di verdure irrigate con acqua mescolata a liquami, carne, mitili o uova infetti.
L’infezione ha un’incubazione di 7-20 giorni, trascorsi i quali si manifestano febbre elevata, anoressia e prostrazione e rallentamento del battito cardiaco (bradicardia). Successivamente, si verifica la comparsa di macchie rosate distribuite sulla pelle del corpo, ingrossamento della milza (splenomegalia), stato rossico, diarrea di colore verde chiaro. A livello intestinale lo stato infiammatorio può essere tanto intenso da causare la formazione di vere e proprie ulcere della parete. 

La salmonellosi viene curata con la somministrazione di antibiotico (ampicillina).
La salmonellosi può manifestarsi in forma di:
  • Gastroenterite: l’infezione ha un’incubazione di 7-20 giorni, trascorsi i quali si manifestano febbre elevata, anoressia e prostrazione e rallentamento del battito cardiaco (bradicardia). Successivamente, si verifica la comparsa di macchie rosate distribuite sulla pelle del corpo, ingrossamento della milza (splenomegalia), dolore addominale, diarrea di colore verde chiaro. A livello intestinale lo stato infiammatorio può essere tanto intenso da causare la formazione di vere e proprie ulcere della parete. Una percentuale variabile fra il 10 ed il 30% dei pazienti che hanno avuto la gastroenterite da Salmonella spp. sviluppa artrite reattiva;
  • Febbre enterica: è una forma meno grave, che provoca febbre e prostrazione;
  • Batteriemia: in alcuni casi l’infezione può colonizzare la circolazione sanguigna (la batteriemia è la presenza di batteri nel sangue) e diffondersi a tutto il corpo;
  • Infezioni focali da Salmonella: il batterio può colpire in sedi circoscritte, corrispondenti a organi o tessuti, generando infezioni focali.
La diagnosi si basa sulla coprocoltura, l’esame del sangue e le colture locali
Trattandosi di un’infezione soggetta a resistenza batterica, è importante, prima di somministrare l’antibiotico, effettuare i test di sensibilità (antibiogramma). La terapia antibiotica prevede la somministrazione di trimetoprim/sulfametossazolo, ciprofloxacina, azitromicina o ceftriaxone.
Gli eventuali ascessi e le lesioni vascolari presenti richiedono rimozione chirurgica

COLITE ULCEROSA

La colite ulcerosa fa parte del gruppo delle malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI). Si tratta di patologie caratterizzate da autoimmunità, che hanno decorso cronico estremamente impattante sulla qualità della vita del paziente.

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COLITE ISCHEMICA

Immagine che ritrae un'arteria ostruitaLa colite ischemica è causata da alterazioni vascolari che provocano l’arresto totale o parziale del flusso ematico a livello del colon. L’ischemia genera uno stato di infiammazione locale. La colite ischemica è la forma più comune di danno ischemico del tratto gastroenterico. 
La colite ischemica è relativamente frequente nell’anziano (di età superiore ai 60 anni), quando la malattia aterosclerotica colpisce l’aorta addominale ed evolve in embolie arteriose ed infiammazioni dei vasi sanguigni (vasculiti). Questa forma di colite può tuttavia rappresentare anche una complicanza del trattamento dell’aneurisma dell’aorta addominale. 

La malattia può essere provocata da embolie di diversa origine, cause meccaniche o dall’assunzione di particolari farmaci. A innescare la colite ischemica da farmaci principalmente i FANS (antinfiammatori non steroidei), la digitale, i diuretici, gli estrogeni (in particolare quelli contenuti nella terapia sostitutiva ormonale per la menopausa), gli anti ipertensivi, la vasopressina, gli immunosoppressori e alcuni farmaci psichiatrici. Nonostante la diffusa convinzione che si tratti di prodotti innocui, anche alcuni integratori di origine vegetale possono concorrere all’induzione di questo quadro clinico. Riemerge dunque, una volta ancora, l’importanza di assumere farmaci o integratori solo dopo averne parlato con il medico, specialmente in caso di comorbidità (presenza contemporanea di più patologie). 

Malgrado la molteplicità delle cause, il fattore comune è il riscontro di trombi e aree di necrosi delle strutture vascolari intestinali. La mucosa intestinale va incontro a edema e ulcerazioni, mentre il lume dell’intestino si restringe. La forma occlusiva è la più grave per il rischio di cancrena a cui è associata. La forma non occlusiva, invece, può essere transitoria e reversibile.

I sintomi comprendono il dolore addominale (localizzato al quadrante inferiore sinistro) e il sanguinamento rettale.
La diagnosi viene effettuata tramite colonscopia, esame che mette in luce il sanguinamento intramurale della mucosa ed i trombi vascolari.

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COLITE PSUDOMEMBRANOSA

La formazione di pseudomembrane sulla mucosa intestinale è un evento aspecifico che può verificarsi in diverse circostanze.
Una di queste è l’ischemia; un’ulteriore causa è rappresentata dall’assunzione di particolari classi di antibiotici (lincosamidi, ampicillina, cefalosporine) che determinano la prevalenza del Clostridium difficile. 

Questo batterio produce tre diverse tossine che attaccano le cellule della parete intestinale innescando un processo infiammatorio che causa:
  • Secrezione di muco;
  • Accumulo di liquidi (e dunque diarrea profusa);
  • Disepitelizzazione;
  • Necrosi: causa di crampi addominali; in rari casi la colite pseudomembranosa può evolvere verso la sepsi;
  • Sanguinamento rettale
Immagine che ritrae una radiografiaLa radiografia RX può essere utile per la diagnosi, anche se l’esame più opportuno è la coprocoltura, che consente la rilevazione della tossina di C. difficile.
La colite pseudomembranosa da C. difficile è la causa più comune di colite associata all’uso di antibiotici e registra la sua incidenza massima in ambiente ospedaliero.

L’acquisizione da parte del paziente del microorganismo diventa più probabile con l’età (gli anziani sono la categoria più esposta), la permanenza in una struttura sanitaria, la comorbidità (la presenza contemporanea di più malattie, fattore che aumenta la vulnerabilità del paziente) e l’assunzione di inibitori della pompa protonica (farmaci prescritti per il trattamento della malattia da reflusso gastroesofageo e altre patologie del tratto digestivo) o di alcuni agenti chemioterapici per il tumore.

I sintomi associati alla colite pseudomembranosa includono diarrea, che può essere lieve o intensa, crampi e dolore addominale
La diagnosi può essere posta dopo la coprocoltura, che permette la rilevazione nelle feci di glutammato deidrogenasi (GDH), indice della presenza della tossina. Talora l’esame istologico eseguito in sede di colonscopia può rivelarsi necessario. 
Il trattamento prevede la somministrazione di vancomicina o fidaxomicina. Le immunoglobuline (anticorpi) contenute nel farmaco biologico bezlotoxumab neutralizzano la tossina e sono usate per la prevenzione delle recidive

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COLITE INDETERMINATA

La colite viene definita indeterminata quando i rilievi istologici non ne permettono la differenziazione, secondo una terminologia coniata nel 2005 in occasione del Montreal World Congress of Gastroenterology.  
Tipicamente, si tratta della condizione di infiammazione del colon in fase iniziale (tipica delle malattie croniche infiammatorie) che non può essere distinta fra Morbo di Crohn e colite ulcerosa. Solo l’evoluzione nel tempo permette la diagnosi precisa. La colite indifferenziata è caratterizzata da un quadro clinico sovrapposto e viene diagnosticata per esclusione. Il diverso grado della sovrapposizione e il peso delle differenti componenti determinano le caratteristiche della malattia. 

COLITE DA LASSATIVI

Il trattamento cronico con lassativi o il loro utilizzo indiscriminato, al di fuori delle indicazioni terapeutiche, può provocare gravi effetti collaterali, fra cui due forme di colite di seguito descritte:
  • Melanosis coli: si tratta della pigmentazione nera della mucosa del colon, che appare tigrata alla colonscopia per l’alternarsi di aree più e meno colorate.
    Il cambiamento di colore è l’effetto della morte delle cellule intestinali a causa dell’abuso di lassativi antrachinonici. Questi prodotti, se assunti per lunghi periodi, inducono l’apoptosi (la morte cellulare programmata, una sorta di suicidio) delle cellule epiteliali del colon, la struttura di rivestimento interno dell’organo. La melanosi è una condizione benigna, che può regredire se l’assunzione dei lassativi viene interrotta;
  • Colon da catartici: l’assunzione cronica di lassativi può produrre la degenerazione e la morte delle cellule nervose dell’intestino (neuroni mienterici). Questo fenomeno causa alterazioni dell’attività peristaltica e del tono del viscere.
    Le manifestazioni tipiche comprendono ipotonia della valvola ileo-cecale, dilatazione intestinale, zone di pseudo stenosi, dolore addominale aspecifico, gonfiore, spasmi, meteorismo, stipsi alternata a diarrea. L’assenza di febbre è un segnale importante ai fini della diagnosi differenziale.
    Questa patologia è più diffusa in un sottogruppo della popolazione femminile affetto da alterazioni psicologiche tali da indurre all’assunzione compulsiva di lassativi a scopo dimagrante (ossia al di fuori della indicazione terapeutica).  

SINDROME DEL COLON IRRITABILE

Malgrado si tratti di una terminologia impropria, la sindrome del colon irritabile è diffusamente nota come colite o colite spastica. In realtà, per le sue caratteristiche specifiche, non può essere annoverata fra le coliti tout court.
Nel mondo il 10-15% della popolazione è affetta da sindrome dell’intestino irritabile; in Italia l’incidenza è pari a una persona su 5, prevalentemente sbilanciata verso il sesso femminile e verso le persone nella fascia di età compresa fra i 20 e i 50 anni.

A causa del suo impatto sulle abitudini di vita e sull’assetto psicologico di chi ne soffre, viene definita disturbo dell’asse cerebro-intestinale. Inoltre, essendo associata ad una spesa sanitaria cospicua e all’improduttività per il numero di assenze dal lavoro, la sua importanza deve essere considerata anche in sede di formulazione di iniziative di informazione e formazione sulla gestione della malattia
L’aggettivo irritabile spiega molto di questa patologia, nella quale le terminazioni nervose che afferiscono alla mucosa intestinale sono più sensibili del normale e tali da determinare risposte esagerate rispetto all’intensità degli stimoli perpetrati. 

LA SINTOMATOLOGIA DELLA SINDROME DEL COLON IRRITABILE

Il colon irritabile è una condizione rappresentata da una serie di sintomi ricorrenti (per questa ragione rientra nella categoria delle sindromi) che si ripresentano ciclicamente e che sono causati dall’alterazione della motilità e/o della sensibilità viscerale:
  • Gonfiore e distensione addominale;
  • Meteorismo;
  • Dolore o fastidio addominale, che migliora con l’evacuazione e può essere caratterizzato da una componente crampiforme;
  • Anomala frequenza di evacuazione e alterata consistenza delle feci: se le contrazioni muscolari sono ridotte in frequenza o scoordinate fra loro, prevale la stipsi (considerata tale se il paziente ha meno di 3 evacuazioni alla settimana); se le contrazioni muscolari sono aumentate in frequenza, prevale la diarrea (considerata tale se comporta più di 3 evacuazioni al giorno); stipsi e diarrea possono anche presentarsi a fasi alterne;
  • Sensazione di evacuazione incompleta;
  • Presenza di muco nelle feci;
  • Sensazione di stanchezza e affaticamento: è presente nel 60% circa dei pazienti.

LE CAUSE

Le cause della sindrome del colon irritabile non sono ancora perfettamente note. Le recenti acquisizioni neuroscientifiche hanno confermato e, in parte, spiegato il coinvolgimento del sistema nervoso centrale nell’insorgenza e nella riesacerbazione periodica della sintomatologia. 
Lo stress ha un ruolo impattante nella malattia.

Immagine che ritrae uomo stressatoAccade spesso che la ricomparsa della sintomatologia coincida con un impegno gravoso, una nuova responsabilità e con un evento che genera, in modi diversi, tensione. Lo stress cui si fa riferimento non è solo quello di origine psicologica, ma anche fisica. Peggioramenti della sintomatologia possono essere osservati in caso di interventi chirurgici, infezioni, sforzi fisici particolarmente intensi.
Anche se non sono ben definite le modalità, anche il fattore ormonale (specialmente le modificazioni del ciclo mestruale) influenza il meccanismo patogenetico di questa sindrome. 

Per ragioni non note, chi soffre di colon irritabile è più frequentemente colpito, rispetto al resto della popolazione, da altre patologie del tratto gastroenterico (come la dispepsia funzionale e la malattia da reflusso gastroesofageo) e da disturbi quali ansia, depressione, fibromialgia, fatica cronica, cistite, intolleranze e allergie alimentari, cefalea, insonnia.
L’uso continuativo di alcuni farmaci (fra i quali antinfiammatori e antibiotici) può peggiorare la sintomatologia.


LA DIAGNOSI

La diagnosi di sindrome del colon irritabile parte quasi sempre da un consulto presso il medico di medicina generale, il quale formula un’ipotesi che deve essere confermata dallo specialista gastroenterologo. Il colon irritabile può, infatti, essere confuso, almeno in una fase iniziale, con le malattie infiammatorie croniche dell’intestino (Morbo di Crohn e colite ulcerosa), che, per il loro impatto sulla salute generale del paziente, devono essere individuate precocemente e trattate in maniera adeguata. Altre condizioni rispetto alle quali può essere necessaria la diagnosi differenziale sono le intolleranze alimentari

Immagine che ritrae una coproculturaL’intolleranza al lattosio può generare gli stessi sintomi del colon irritabile, ma distinguerli è piuttosto semplice. Basta osservare ciò che succede quando si introducono fonti significative di lattosio (un bicchiere di latte, una mozzarella, un gelato) e ciò che si verifica quando si eliminano le fonti di questo zucchero dalla dieta. Inoltre, è disponibile il breath test, il cosiddetto test del respiro, utile a valutare la saturazione di idrogeno nell’aria espirata, a sua volta indice della fermentazione intestinale del lattosio.

Per il colon irritabile l’approccio è quello della diagnosi di esclusione rispetto alle patologie di cui sopra. Le manifestazioni che inducono ad approfondimenti urgenti e che devono far pensare ad altre malattie sono: l’età del paziente (maggiore di 50 anni), la familiarità con il carcinoma del colon retto, un dimagrimento inspiegabile, l’anemia, il sanguinamento rettale, la febbre.

Gli esami generalmente prescritti comprendono:
  • Analisi del sangue: servono anche ad escludere la malattia celiaca, dovuta all’intolleranza al glutine e pertanto riconoscibile per la presenza di anticorpi anti-transglutaminasi (IgA e IgG). Attraverso l’esame del sangue è anche possibile diagnosticare l’anemia, che può ricondotta ad un malassorbimento. La presenza di una concentrazione di globuli bianchi superiore alla norma può invece indicare la presenza di un’infezione batterica;
  • Coprocoltura: esame delle feci;
  • Colonscopia: consigliata ai pazienti di età superiore ai 50 anni, è utile a differenziare la sindrome del colon irritabile dal carcinoma del colon retto e dalle MICI.
A causa della difficoltà nell’identificazione precisa dei sintomi e nella valutazione della loro intensità, sono stati definiti criteri internazionali per la diagnosi.
I criteri di Roma impongono che, per poter affermare che si tratti di sindrome del colon irritabile, il dolore o fastidio addominale debba essere insorto almeno 6 mesi prima della diagnosi e debba essere stato presente per almeno 3 giorni al mese negli ultimi 3 mesi.
Il dolore deve essere inoltre associato a due o più delle seguenti situazioni:
  • Migliora con l’evacuazione;
  • Inizialmente è associato con modificazioni della frequenza delle evacuazioni;
  • Inizialmente è associato con modificazioni dell’aspetto delle feci.

IL TRATTAMENTO

Non esiste una cura definitiva per la sindrome del colon irritabile. Malgrado ciò, è possibile intervenire su più fronti, assumendo farmaci quando la sintomatologia lo richiede e adattando il proprio stile di vita. È importante ricordare che farmaci e integratori devono essere assunti solo a seguito del consulto con il medico. 

Il trattamento del colon irritabile comprende:
  • Esercizio fisico: l’attività fisica contribuisce a regolarizzare la motilità intestinale. Alle persone poco inclini allo sport sono comunque consigliate camminate di almeno 30 minuti a passo spedito;
  • Abbigliamento: data l’ipersensibilità della mucosa intestinale (anche alla temperatura) occorre fare attenzione all’escursione termica e coprirsi bene. Questa indicazione rimane valida per quanto riguarda i cibi e le bevande. L’ingestione di un bicchiere di acqua ghiacciata può avere un effetto dirompente sull’intestino e scatenare una riesacerbazione della sintomatologia;
  • Spasmolitici: contribuiscono a regolarizzare la motilità della muscolatura intestinale, alleviando dolore e crampi, ma occorre rispettare il dosaggio e la durata del trattamento prescritti dal medico. Il rischio, in caso di mancata aderenza terapeutica, è il peggioramento della stipsi;
  • Antidepressivi: il profondo e diretto legame fra cervello e intestino rende possibile la somministrazione di farmaci attivi sull’uno per agire, indirettamente, sull’altro. Quando presente una riduzione del tono dell’umore, la somministrazione di farmaci specifici attivi sulla psiche può migliorare, oltre allo stato emotivo anche la motilità intestinale. Gli antidepressivi, in particolare gli SSRI, aumentano la concentrazione di serotonina disponibile. Poiché la serotonina è il neurotrasmettitore protagonista dell’asse cervello-intestino e della modulazione della motilità intestinale, gli SSRI vengono spesso prescritti per il trattamento del colon irritabile, in particolare; 
  • Ansiolitici: se il paziente manifesta disturbi di carattere ansioso, il medico può ricorrere agli ansiolitici, anche in associazione con lo spasmolitico. Le molecole più usate sono le benzodiazepine, che agiscono rilassando la muscolatura liscia intestinale;
  • Terapia cognitivo comportamentale: per le stesse ragioni per cui risultano efficaci alcuni psicofarmaci, anche la psicoterapia può offrire importanti risultati, in termini di controllo della sintomatologia e diradamento della sua frequenza di comparsa;
  • Agopuntura: le linee guida ne scoraggiano il ricorso. Non sono state evidenziate, infatti, prove di efficacia nel miglioramento della sintomatologia;
  • Disinfettanti intestinali: sono antibiotici non assorbibili a livello digestivo, che pertanto agiscono solo localmente. Molecole come la rifaximina possono essere utili in casi di dissenteria, spesso associata a contaminazione locale da parte di batteri; 
  • Antinfiammatori intestinali (mesalazina): non si sono dimostrati efficaci;
  • Enzimi digestivi: sono utili in caso di gonfiore e dispepsia per migliorare e accelerare la digestione;
  • Fitoterapia: estratti vegetali di camomilla, melissa, finocchio e cumino riducono il volume del gas prodotto dalla fermentazione intestinale, dando sollievo al dolore addominale;
  • Antidiarroici: vengono prescritti ai pazienti per i quali prevale la dissenteria. La diarrea può migliorare con l’assunzione di probiotici, che contribuiscono attraverso il riequilibrio della composizione della flora batterica intestinale (microbiota).
    Uno sbilanciamento nel mix, a fravore dei batteri cosiddetti “cattivi” ossia responsabili di reazioni fermentative, può determinare infatti la comparsa dei sintomi. Le linee guida raccomandano di seguire la terapia con probiotici per almeno 4 settimane alle dosi consigliate dal produttore, prima di valutarne l’effetto. Molecole come la loperamide devono, invece, essere assunte con molta attenzione;
  • Lassativi: vengono prescritti a coloro che soffrono di stipsi. Sono consigliati i prodotti a base di fibre solubili (come i semi di psyllio e il glucomannano, due derivati vegetali usati in fitoterapia) o gli osmotici (come il macrogol). Sconsigliate le fibre insolubili (come quelle contenute nella crusca), che hanno effetto irritante sulla mucosa del tratto digestivo;
  • Idratazione: il paziente deve assumere la corretta quantità di acqua (e tisane) ed evitare di bere bevande gassate e zuccherate. No ai succhi di frutta, ricchi di zuccheri irritanti;
  • Alimentazione: la dieta deve essere personalizzata in base alle esigenze specifiche del singolo paziente, anche se è possibile estrapolare indicazioni di massima valide in generale. L’alimentazione consigliata in caso di sindrome del colon irritabile è quella rappresentata dalla dieta FODMAP, che implica l’esclusione degli zuccheri fermentabili per almeno 4 settimane e la successiva reintroduzione scaglionata degli alimenti che li contengono. Il ripristino di un’alimentazione completa deve essere monitorato attraverso la stesura di un diario alimentare, che aiuta il paziente a comprendere quali cibi causano certi sintomi.
    Immagine che ritrae cesta di mangoScarsamente assorbibili, gli zuccheri fermentabili ristagnano nel lume intestinale, dove vengono sottoposti a fermentazione da parte del microbiota, causando la formazione di gas, responsabile del gonfiore e del dolore addominale. Fra gli zuccheri fermentabili sono ricompresi i b (catene composte da unità di fruttosio, lo zucchero della frutta, non digeribili da parte dell’uomo e poco assorbiti nell’intestino), contenuti in asparagi, erba cipollina, cipolla, aglio, cavolo cappuccio, cicoria, che pertanto devono essere eliminati dalla dieta. Sono fermentabili anche i galattoligosaccaridi (contenuti nella buccia dei legumi): da escludere, dunque, anche fagioli, lenticchie (eccetto quelle rosse decorticate, più tollerabili), ceci e fave.
    Anche il fruttosio può creare problemi a chi soffre di colon irritabile: questo spiega perché molti pazienti avvertono una sensazione di gonfiore dopo aver mangiato frutta fresca. I frutti che generano minori fastidi sono gli agrumi, l’ananas e il pompelmo; quelli più problematici la mela e la pera (che andrebbero consumate cotte) e il mango.
    Miele e sciroppo d’acero contengono percentuali elevatissime di fruttosio: per questa ragione andrebbero eliminati dalla dieta. Le persone che soffrono di colon irritabile sono spesso anche intolleranti al lattosio, fattore che costringe a eliminare i latticini che ne contengono di più. Da evitare il latte e i formaggi freschi, mentre quelli stagionati (parmigiano, grana padano, brie, camembert) sono consentiti, poiché l’invecchiamento comporta reazioni chimiche che portano in sostanza all’azzeramento della concentrazione in lattosio.
    I dolcificanti artificiali (sorbitolo, mannitolo, isomalto, xylitolo) aggiungono sapore senza apportare calorie: ciò è reso possibile dalla loro struttura chimica, che non permette alla mucosa intestinale di assorbirli. Permangono pertanto nell’intestino e sono soggetti a fermentazione, che genera tensione addominale e dolore. 
    Le osservazioni mostrano che la dieta FODMAP può migliorare la sintomatologia in almeno il 75% dei casi

Domande e risposte

1. COME SI SVILUPPA LA COLITE?
Colite è un termine che indica in maniera generica un’infiammazione del colon che può avere diversa origine. Dunque, la maniera con cui la colite si sviluppa dipende dal tipo di colite.

2. LA COLITE È UNA MALATTIA GRAVE?
La colite è una malattia che può avere serie conseguenze, in particolare quando di origine batterica. In questi casi, il paziente particolarmente indebolito può sviluppare la cosiddetta sindrome emolitica-uremica, che può portare a insufficienza renale e shock settico.

3. QUALI CIBI SCATENANO LA COLITE?
La colite infettiva può essere acquisita ingerendo carni o latte o uova contaminate. I bovini sono generalmente serbatoi di queste infezioni.

4. LA COLITE PUÒ GUARIRE SPONTANEAMENTE?
La colite infettiva, in assenza di complicazioni, guarisce spontaneamente solo in qualche caso. In tutti gli altri occorre somministrare antibiotici e altri farmaci. Per quanto riguarda le altre forme di colite, richiedono un intervento medico o chirurgico.

5. QUALI SONO I SEGNI DELLA COLITE ISCHEMICA?
La colite ischemica si manifesta con diarrea emorragica e dolore addominale.


 
In collaborazione con
Monica Torriani

Monica Torriani

Farmacista in equilibrio fra scienza e comunicazione, ho fondato WELLNESS4GOOD, blog che affronta con spirito divulgativo i temi connessi all’innovazione in campo farmacologico. Sono contributor per diverse testate online del settore Salute e Benessere. Collaboro come content editor con industrie farmaceutiche e farmacie. In “Sposta il tuo Equilibrio” ho scritto della prevenzione delle patologie professionali correlate allo stress. Oltre ai canali social (di seguito segnalati) e al blog mi potete trovare anche su Instagram.
Data di pubblicazione: 26 gennaio 2020