AIDS e HIV: cause, sintomi, complicanze e diagnosi

AIDS e HIV: cause, sintomi, complicanze e diagnosi
28 gennaio 2019

Ricerca e Prevenzione

Indice

 

Cos'è l'AIDS?

C’è ancora molta confusione a proposito di AIDS e sieropositività. Si tendono a confondere queste due condizioni come se aver contratto il virus dell’HIV equivalesse ad aver sviluppato la malattia. Per questa ragione è necessario fare chiarezza e ribadire il concetto di prevenzione, che è l'unico modo attrverso cui proteggersi da una delle malattie a trasmissione sessuale più pericolose e, purtroppo, ancora troppo diffusa.

Partiamo, quindi, dall’ABC: cos’è l’AIDS?
 
AIDS e Sangue: specifica di provette per il prelievoAcronimo di Sindrome da Immunodeficienza acquisita, l’AIDS è una malattia cronica, potenzialmente letale, causata dal virus dell’immunodeficienza umana (HIV). Questo microrganismo, una volta entrato nel corpo, agisce sul sistema immunitario danneggiandolo e impedendogli di difendere il corpo dalle malattie. Il virus dell’HIV si trasmette da persona a persona prevalentemente attraverso i rapporti sessuali non protetti o il contatto diretto con il sangue, inoltre una madre infetta può contagiare il feto durante la gravidanza, o il bambino durante il parto o l’allattamento. Il virus dell’HIV anche senza trattamenti farmacologici può impiegare diversi anni prima di indebolire il sistema immunitario al punto da sfociare nell’AIDS conclamato.

Non esiste ancora una cura o un vaccino definitivi contro l’AIDS, ma esistono farmaci in grado di rallentare in modo decisivo il decorso della malattia permettendo in questo modo di condurre una vita normale per tantissimi anni.

Ricapitolando: essere sieropositivi non equivale ad avere l’AIDS. Nel primo caso, si avrà un individuo contagiato dal virus dell’HIV; nel secondo, un individuo in cui il virus dell’HIV avrà provocato l’indebolimento irreversibile del sistema immunitario. La sieropositività potrebbe non sfociare mai in AIDS, soprattutto se scoperta tempestivamente e trattata con i farmaci attualmente disponibili che bloccano la moltiplicazione del virus.

Oggi nel Mondo 36,7 milioni di persone vivono con il virus dell’Hiv, di cui il 63% nell'Africa Sub-Sahariana. Nel 2017, sono stati diagnosticati 1,8 milioni di casi di in tutto il Mondo.
In Italia ci sono circa 130 mila persone affette da Hiv (dato fornito dall’Istituto Superiore di Sanità, che si riferisce al 2016) e ogni anno si registrano circa 4 mila nuovi casi. Nel 2016 infatti l’ISS ha registrato 3.451 nuove diagnosi, con una piccola diminuzione sia nel numero dei casi che nell’incidenza; eppure è stato registrato un aumento relativo dell’infezione tra i giovani, specie nella fascia d'età compresa fra i 25 e i 29 anni. Le persone che hanno scoperto di essere sieropositive sono nel 76,9% dei casi di sesso maschile.
Per sensibilizzare l'opinione pubblica è stata creata la Giornata Mondiale contro l'AIDS, che si celebra il 1 Dicembre di ogni anno; questa è nata proprio con l'obiettivo di divulgare il più possibile una malattia tutt'oggi molto persistente e pericolosa, di cui però si parla sempre meno.


 
HIV/AIDS come si trasmette? come non si trasmette? Infografica

Cause e Modalità di Trasmissione

Come abbiamo visto, l’AIDS è causata dal virus dell’immunodeficienza umana (HIV), trasmesso per via sessuale, ematica o da madre a figlio, ma come agisce all’interno del corpo? Questo germe distrugge la proteina CD4 dei linfociti T del sistema immunitario, cellule che fanno parte dei globuli bianchi del sangue e che giocano un ruolo cruciale nel meccanismo di difesa dell’organismo. Meno linfociti CD4 T abbiamo nel corpo, più siamo deboli e vulnerabili a malattie e infezioni. Tuttavia, come anticipato, un soggetto giovane e sano può impiegare molti anni prima di sviluppare l’AIDS pur in condizioni di sieropositività non trattata farmacologicamente.

Nello specifico, si diagnostica l’AIDS quando la conta dei linfociti CD4 T risulta inferiore a 200 unità, oppure quando si manifestano in modo drammatico le complicanze della malattia.
Prima di passare a elencare la sintomatologia della sieropositività nella fase iniziale e del suo progresso nell’AIDS, approfondiamo un tema molto importante: le modalità di contagio.

Immagine di una giovane donna in gravidanza. Particolare della panciaVediamo le più comuni (per la maggior parte evitabili):
  • Rapporti sessuali non protetti. Il virus dell’HIV da soggetto infetto può essere trasmesso a un soggetto sano attraverso un rapporto vaginale, anale o orale in cui il liquido seminale, le secrezioni vaginali o il sangue entrino nel corpo. Inoltre, il virus può introdursi in un organismo umano anche attraverso piccole ulcerazioni o ferite della bocca o di altre parti del corpo che entrino in contatto con i fluidi del soggetto infetto. Specifichiamo subito un concetto, a tal riguardo: il virus dell’HIV non colpisce solo gli omosessuali, sebbene al suo primo apparire, negli Stati Uniti, le persone della comunità gay siano state tra le prime a contrarlo. Come abbiamo visto, le pratiche sessuali, che siano omo o etero, sono a rischio in generale, perché rappresentano la via attraverso cui più facilmente si viene a contatto con il virus;
  • Trasfusioni di sangue. Attualmente non può più accadere che un soggetto sano venga contagiato da sangue infetto durante una trasfusione, perché i prodotti ematici da donazione vengono esaminati al fine di scoprire proprio eventuali microrganismi patogeni, tra cui il virus dell’HIV. Purtroppo in passato molte persone sono state infettate in questo modo;
  • Condivisione di siringhe. Una delle ragioni per cui le persone con una dipendenza da droghe iniettabili sono considerati ad alto rischio di contrarre il virus dell’HIV è proprio l’abitudine di scambiarsi le siringhe; 
  • Gravidanza, parto o allattamento al seno. Purtroppo una madre infetta può trasmettere il virus al suo bambino, ma se trattata con i farmaci anti HIV durante la gestazione il rischio viene abbattuto significativamente.
Quali sono, invece, i comportamenti che NON sono a rischio di trasmissione del virus dell’HIV? Non diventiamo sieropositivi attraverso i contatti normali con le altre persone: baci (con l’unica eccezione delle ferite in bocca, come abbiamo visto), abbracci, strette di mano, colpi di tosse o starnuti a distanza ravvicinata. Inoltre, il virus dell’HIV non si “trova” nell’aria, nell’acqua, e non si trasmette dalle punture di insetti.

Pertanto chi è a rischio di contrarre il virus dell’HIV e diventare sieropositivo? Attenzione se fate parte delle seguenti categorie:
  • Chi ha rapporti sessuali non protetti – di qualunque tipo, con partner del proprio o dell’altro sesso – massimamente se con partner multipli. Attenzione, non c’è un giudizio morale, è la mancanza di protezione (il condom o il femidom) e non il comportamento in sé, ad essere fattore di rischio;
  • Chi ha una malattia venerea. Molte infezioni sessualmente trasmesse producono verruche e lesioni nei genitali, che rappresentano una “porta” di accesso preferenziale per il virus dell’HIV;
  • Chi fa uso di droghe iniettabili. Il rischio risiede nella pratica della condivisione delle siringhe.
 

Sintomi precoci dell'infezione da HIV

Come ci si accorge di essere stati infettati dal virus dell’HIV? Esistono segnali precoci che possono essere riconosciuti e che quindi ci permettano di correre subito ai ripari iniziando la profilassi prevista per evitare che il nostro sistema immunitario “collassi”?

La risposta è sì: in effetti esistono dei sintomi iniziali che devono metterci in allarme, soprattutto se sappiamo di aver avuto dei comportamenti a rischio. Purtroppo si tratta di disturbi assai sfumati ed eterogenei, spesso lievi e comunque non tali da destare la giusta preoccupazione, che tendono ad essere sottovalutati e quindi trascurati. Detto questo, proviamo a fare il punto della situazione e vedere cosa accade nel corpo una volta che sia stato attaccato dal virus dell’HIV.

immagine che mostra gruppo di linfociti che combatte un virusPer prima cosa va subito chiarito che i microrganismi responsabili di provocare la sindrome da immunodeficienza acquisita sono due, denominati rispettivamente HIV-1 e HIV-2. Di questi il più diffuso e comune è il primo. Questa specificazione è però oggetto di interesse per i virologi, perché a chi viene colpito dall’infezione occorre sapere soprattutto come agisce il virus e sotto questo profilo non ci sono differenze. Infatti una volta penetrato nell’organismo attraverso i fluidi corporei, questo microrganismo inizia a replicarsi e ad agire come un vero e proprio killer delle cellule T del sistema immunitario, dette anche T-helper o T CD4 (tale sigla, come anticipato, indica la proteina costitutiva di questa tipologia di cellule che viene appunto distrutta dal virus).

Queste cellule, appartenenti alla famiglia dei linfociti, sono globuli bianchi del sangue che hanno il compito importantissimo di combattere gli attacchi infettivi e intercettare i tumori in fase iniziale bloccando la moltiplicazione delle cellule neoplastiche. Il virus dell’HIV, però, è a sua volta un microrganismo assai “intelligente”, infatti non si limita a colpire i linfociti T direttamente, ma “entra” in alcune cellule dette “bersaglio” e le usa per riprodursi.
 
Purtroppo una volta che i linfociti T del sistema immunitario vengono colpiti dal virus dell’HIV sono destinati a morte certa e non possono essere sostituiti. Ed è questa la ragione per cui prima ci si accorge di essere stati infettati, e prima è possibile agire per impedire che le nostre difese vengano compromesse in modo drammatico. Torniamo quindi ai sintomi precoci dell’infezione da HIV e a come riconoscerli. In generale, ecco cosa dobbiamo sapere, punto per punto:
  • La fase di incubazione del virus è di durata variabile e dipende anche dallo stato generale di salute di partenza della persona colpita, ma di solito va da un minimo di 2 ad un massimo di 6 settimane.
  • Già in questa fase precoce il virus inizia a danneggiare le cellule TD4 provocando sintomi simili a quelli della comune influenza. Questa fase viene definita sindrome retrovirale acuta (ARS) e rappresenta la naturale risposta del sistema immunitario all’attacco del virus. Va però subito precisato che non tutte le persone contagiate dall’HIV sono soggette all’ARS. Per molti il contagio è del tutto asintomatico.
  • I sintomi della sindrome retrovirale acuta includono:
    -Febbre;
    -Mal di testa;
    -Eritema;
    -Mal di gola e comparsa di ulcere dolorose all’interno della bocca;
    -Dolori muscolari e articolari;
    -Ingrossamento dei linfonodi, soprattutto del collo.
    In questo periodo la contagiosità è massima, ma fino ai 3 mesi dall’infezione è possibile che al test per l’HIV risultiamo ancora sieronegativi. Significa che sebbene il virus sia presente nel nostro organismo e abbia già iniziato la sua azione distruttiva, gli anticorpi specifici non sono “dosabili”. Si tratta del periodo definito “finestra”.
  • Tra i sintomi precoci dell’infezione successivi al periodo “finestra” ci sono anche problemi al primo tratto del tubo digerente, ovvero bocca, gola ed esofago, dove è possibile che compaiano lesioni infiammatorie a carico delle mucose. A causa di questo mangiare potrebbe diventare complicato. È altresì possibile avere meno appetito e quindi dimagrire.
  • Anche alterazioni della pelle possono rappresentare un campanello di allarme: è infatti comune che compaiano lesioni da Herpes virus (Fuoco di Sant’Antonio che rappresenta un'infezione da Herpes Zoster) e infezioni fungine ricorrenti provocate proprio da un abbassamento delle difese immunitarie.
  • Infezioni urinarie (IVU). Anche le vie urinarie possono subire danni dall’azione infettiva del virus dell’HIV e risentire di difese immunitarie deficitarie. La conseguenza sono possibili infiammazioni e IVU ricorrenti come cistiti e uretriti, fino a malattie renali più serie.
  • Tosse e malattie alle vie respiratorie. Sempre per “colpa” di un sistema immunitario indebolito, è comune ammalarsi in modo ricorrente di bronchiti e infezioni agli organi della respirazione (fino al caso più grave rappresentato dalle polmoniti, una comune complicanza) con sintomo principale rappresentato da una tosse che non guarisce.
  • Senso di spossatezza. L’infezione da HIV sottrae, come abbiamo visto, energia vitale all’organismo, con conseguente affaticamento e sensazione di stanchezza cronica.
Attenzione: siamo ancora nella condizione di sieropositività! Significa che in questa fase precoce dell’infezione nel nostro organismo successiva al periodo “finestra” sono rilevabili gli anticorpi anti-HIV nel sangue, che indicano la presenza del virus. Ma non significa affatto che abbiamo contratto l’AIDS.
 
Logo dell'HIV
Come vedremo, infatti, i sintomi più severi della malattia si manifestano dopo molto tempo rispetto al momento dell’infezione, e parliamo di anni. Ma come anticipato, sebbene spesso sottovalutati o scambiati per banali malanni passeggeri, anche questi segnali di indebolimento conseguenti alla prima reazione del nostro organismo all’azione distruttiva del virus dell’HIV a carico dei linfociti T, possono insospettirci e indurci a consultare un medico e a sottoporci al test.

Importante da sapere: i disturbi simil-influenzali associati alla sindrome retrovirale acuta che insorgono ancora nel periodo “finestra”, tendono a scomparire nel giro di una settimana, un mese al massimo, e questa è una delle ragioni per cui vengono sottovalutati e scambiati frequentemente per altre comuni infezioni virali stagionali.

Purtroppo, però, anche una volta che questa fase “acuta” di risposta dell’organismo sia passata, il virus dell’HIV, seppur lentamente, continua a moltiplicarsi e a distruggere sistematicamente le cellule T del sistema immunitario. Si entra allora nella fase definita di “latenza clinica”, che può durare anche un decennio. In un soggetto in buone condizioni fisiche di partenza, specie se giovane, la replicazione del virus può essere quasi irrilevante per molto tempo.

In generale, quindi, quando non diagnosticata in fase precoce, la malattia va avanti in modo “silente” o poco problematico per un lungo ma variabile periodo finché i sintomi non diventano tali da dover per forza essere “ascoltati”.
Ricapitolando: dopo il contagio il virus dell’HIV inizia subito a moltiplicarsi e ad attaccare i linfociti T del sistema immunitario, e in questo periodo – definito “finestra” e di durata variabile tra le due settimane e i 3 mesi al massimo – possiamo avere sintomi di “risposta” all’attacco patogeno definiti simil-influenzali. Sempre in questa fase siamo molto contagiosi ma potremmo risultare ancora sieronegativi.

Dopo la fase “finestra” inizia la lunga stadiazione di latenza caratterizzata dalla quasi asintomaticità dell’infezione, in cui al massimo potremmo avere piccole infezioni a carico delle mucose del cavo orale, una tosse fastidiosa, un certo dimagrimento o un po’ di stanchezza, ma siamo sieropositivi e sempre contagiosi. Iniziando la terapia antiretrovirale (ART) a questo stadio è possibile bloccare la replicazione del virus o almeno rallentarla moltissimo.

Importantissimo: sieropositività NON è, quindi, sinonimo di AIDS e può durare anni senza si manifestino sintomi specifici anche senza terapie. Affinché la sindrome da immunodeficienza acquisita “esploda” in tutta la sua gravità è necessario che il sistema immunitario sia stato in buona parte danneggiato dal virus. Vediamo cosa accade quando la malattia è arrivata a questo stadio.


 

Sintomi dell'AIDS conclamato

La fase della sieropositività è una condizione permanente, perché tranne rarissimi casi non è al momento possibile garantire la completa guarigione dall’infezione da HIV. Ciò significa che il virus non verrà mai debellato dal nostro organismo una volta che vi sia entrato, ma la buona notizia è che possiamo renderlo inoffensivo anche per tutta la vita. Ovvero, in altre parole, significa che assumendo i farmaci antiretrovirali continueremo ad essere sieropositivi, ma potremmo non ammalarci mai di AIDS.

immagine che mostra la candida oraleQuando si parla di malattia conclamata, allora? La sindrome da immunodeficienza acquisita non curata non dà scampo, è una condizione che porta alla morte perché il sistema immunitario è stato distrutto e non è più in grado di proteggere l’organismo da nessun tipo di minaccia, interna ed esterna che sia.
Una volta che infatti ci si ammali di AIDS anche la più piccola infezione può diventare letale, e si diventa vulnerabili anche a tumori di vario tipo.
Ammalarsi di sindrome da immunodeficienza acquisita significa avere una conta dei linfociti T inferiore alle 200 unità per ml di sangue, una condizione che espone ad enormi rischi per la salute. Senza la terapia ART la morte può sopraggiungere nel giro di pochi anni dalla diagnosi di AIDS.

Ma vediamo appunto quali sono le patologie che si associano alla malattia in stadio conclamato, che vengono anche definite “opportunistiche”. Il termine indica che l’equilibrio tra organismo ospitante e organismo ospite si è sbilanciato a favore del secondo (il virus dell’HIV), il quale non trova più limiti e barriere alla propria possibilità di moltiplicarsi e favorire la comparsa di infezioni specifiche e ricorrenti determinate da microrganismi per lo più già presenti nel corpo quali:
  • Infezioni croniche da Candida (micosi causata dal fungo Candida albicans che può colpire la mucosa orale o quella genitale) a carico di cavo orale, esofago, trachea, bronchi e polmoni;
  • Criptococcosi non polmonare. Si tratta di una malattia infettiva provocata dall’esposizione al guano degli uccelli, in particolare dei piccioni, che di norma colpisce i polmoni per inalazione. Nei malati di AIDS invece i focolai infettivi possono comparire in altri organi come la pelle, le ossa, il fegato, la milza
  • Criptosporidiosi, una rara infezione che colpisce il tratto intestinale provocando diarrea prolungata
  • Infezione da Citomegalovirus (CMT) nell’adulto
  • Herpes simplex della pelle nell’adulto che produca lesioni, tipicamente piccole ulcere, che non guariscono
  • Bronchiti, esofagiti ricorrenti
  • Sarcoma di Kaposi, una rara forma tumorale che colpisce le cellule epiteliali (ovvero il tessuto di rivestimento) dei vasi sanguigni e linfatici sia della pelle che degli organi interni. Di solito è più comune negli over 60, ma in caso di sindrome da immunodeficienza acquisita può appunto insorgere in soggetti giovani
  • Linfoma cerebrale primitivo, forma tumorale che si origina nel tessuto nervoso anche in questo caso in soggetti under 60
  • Polmonite linfoide interstiziale dell’adulto. Rara malattia polmonare caratterizzata dall’accumulo di linfociti negli alveoli dei polmoni
  • Iperplasia linfoide polmonare (o linfatica nodulare polmonare). Anche in questo caso si tratta di una patologia rara a carico dei polmoni simile ad un tumore a lento accrescimento
  • Infezioni disseminate da micobatteri non tubercolari (NTM-LD). Gravi infezioni batteriche a carico dei polmoni
  • Polmonite da Pneumocystis carinii, un germe già presente nell’organismo;
  • Citomegalovirus, infezione che può produrre danni a carico degli occhi, dell’apparato digerente o dei polmoni;
  •  
  • Meningite;
  • Leucoencefalopatia multifocale progressiva (PML), rara malattia infettiva del cervello
  • Toxoplasmosi, infezione trasmessa dagli animali (in particolare i gatti) che può arrivare al cervello e provocare convulsioni;
Altre comuni infezioni associate alla sindrome da immunodeficienza acquisite e considerate sintomi della malattia conclamata sono:
  • Tubercolosi;
  • Polmoniti, meningiti ed encefaliti fino a sepsi da batteri come Pneumococchi, Stafilococco aureo, Streptococco ed Emofilo
  • Coccidioidomicosi disseminata (o Febbre di San Joaquin o Febbre della Valle), malattia polmonare provocata da un fungo
  • Encefalopatia
  • Istoplasmosi disseminata, ugualmente una malattia infettiva dei polmoni
  • Isosporiasi, rara malattia parassitaria che provoca diarrea prolungata
  • Linfoma non Hodgkin a cellule B
  • Setticemia da Salmonelle (ad eccezione della Salmonella Typhi o enterica, responsabile della febbre tifoide)
Sia le malattie infettive opportunistiche, incluse quelle che nei soggetti non immunodepressi sarebbero del tutto asintomatiche, che i tumori – come abbiamo visto i più comuni sono i linfomi e il sarcoma di Kaposi - nel malato di AIDS tendono a cronicizzare e quindi permanere nell’organismo senza che vi sia la possibilità di guarirne. Per fortuna il protocollo terapeutico anti retrovirale – ART - che a breve approfondiremo, permette di non arrivare a queste drammatiche conseguenze. Le complicanze dell’AIDS, infatti, sono letali.
 
 





 

Complicanze dell’AIDS

Le complicanze dell’AIDS sono per lo più associate alle patologie succitate, quindi alle infezioni di natura opportunistica e non, in particolare a carico dei polmoni o del cervello, e ai tumori il cui decorso porta irreversibilmente al decesso. Senza cure la sindrome da immunodeficienza acquisita conclamata può portare alla morte nel giro di un anno, tre al massimo.

Ci sono poi altre possibili degenerazioni dell’AIDS, che si possono raggruppare in quattro principali tipologie:
  • Cachessia da HIV o sindrome da deperimento. Come abbiamo visto, uno dei sintomi dell’infezione da HIV è la tendenza al dimagrimento, non di rado accentuata da episodi ricorrenti di diarrea. Nella fase conclamata e conclusiva della malattia, però, questa condizione diventa drammatica, con perdita di oltre il 10% della massa corporea totale, diarrea, febbre e stanchezza cronica.
    L’indebolimento è irreversibile e progressivo nei malati non trattati con i protocolli anti retrovirali.
     
  • Complicanze neurologiche. In generale il virus dell’HIV non attacca le cellule nervose, tuttavia una volta che la sindrome abbia danneggiato in modo significativo il sistema immunitario, possono comparire sintomi di tipo neurologico tra cui confusione, deficit mnemonici, depressione, problemi nella deambulazione. L’AIDS nella sua fase terminale può addirittura condurre alla demenza, con la progressiva compromissione delle facoltà mentali e cambiamenti nella personalità e nelle abitudini del malato.
     
  • Malattie renali. Esiste una specifica complicanza da sindrome da immunodeficienza acquisita che si chiama nefropatia periferica HIV-correlata. Si tratta di una infiammazione cronica dei piccoli filtri presenti nei nostri reni, i glomeruli, che si occupano di drenare il sangue depurandolo delle tossine e dell’acqua in eccesso. Questa sindrome porta a ingrossamento dei reni e insufficienza renale.
     
  • Neuropatie periferiche HIV- correlate. Sono diverse e con nomi complicati: polineuropatia distale simmetrica, sindrome da linfocitosi infiltrativa diffusa, polineuropatie infiammatorie demielinizzanti, neuropatie infiammatorie multifocali ecc. Molte delle sindromi colpiscono soprattutto gli arti inferiori con perdita di sensibilità e/o nevralgie dolorose e debolezza muscolare e spesso sono originate da infezioni opportunistiche. Un discorso a parte merita la neuropatia tossica che invece è determinata da una reazione alle terapie antiretrovirali.
Abbiamo visto che la condizione di sieropositività in fase di latenza clinica, caratterizzata da una sintomatologia sfumata che può perdurare per anche un decennio, può permanere tale, senza che, quindi, la sindrome da immunodeficienza acquisita “collassi” nell’AIDS conclamato con le sue complicanze e le drammatiche conseguenze, a patto di sottoporsi con tempestività alle terapie antiretrovirali (ART) consigliate in questi casi. Vediamo quali sono. 
 

 

Diagnosi e Cure

L’AIDS è una malattia cronica con esito letale, ma per fortuna è attualmente prevenibile grazie alla diagnosi precoce della condizione di sieropositività che permette di iniziare ad assumere i farmaci antiretrovirali per bloccare la moltiplicazione del virus. Per sapere se si è stati contagiati dal virus dell’HIV basta un semplice test del sangue o della saliva. Se sono presenti gli anticorpi del virus, vuol dire che siamo sieropositivi.
Attenzione: inutile fare il test il giorno dopo un rapporto sessuale non protetto o un altro comportamento a rischio. Gli anticorpi impiegano almeno 12 settimane per essere prodotti dal corpo.
Nel caso di urgenza, è possibile sottoporsi ad un test più rapido, che si basa non sugli anticorpi, ma sull’antigene specifico dell’HIV, una proteina prodotta dal virus subito dopo il contagio. Se presente, permette al soggetto sieropositivo di assumere subito dei comportamenti virtuosi per non diffondere il contagio e soprattutto prendere consapevolezza della sua condizione e affrontare il percorso terapeutico con i medici.
In generale è consigliabile sottoporsi al test standard per l’HIV ogni volta che si effettuano le analisi del sangue, specialmente se si fa parte delle categorie a rischio.

Una volta davanti ad una prima diagnosi di sieropositività, è necessario sottoporsi ad ulteriori esami per capire a quale stadio l’infezione sia arrivata. In particolare sono raccomandati la conta dei linfociti TD4 T, il test per la carica virale, il test della farmaco-resistenza. Quest’ultimo è necessario perché ci sono forme di infezione da immunodeficienza acquisita che sono resistenti ad alcuni dei medicinali anti HIV pertanto necessitano di trattamenti specifici.

HIV e AIDS, immagine dei cubiCome anticipato, l’AIDS non è curabile, e una volta contagiati dal virus HIV non si può completamente debellarlo. Detto questo, sono però disponibili molti farmaci, definiti antiretrovirali (ART), ciascuno dei quali blocca il virus in un modo diverso. Pertanto è la combinazione di almeno 3 farmaci antiretrovirali, da assumersi immediatamente dopo la prima diagnosi di sieropositività, anche quando ancora non vi sia nessuna sintomatologia, a garantire la protezione dalla malattia nel suo stadio conclamato e irreversibile. In questo modo si può condurre una vita normale con ottime aspettative. Tra gli ART disponibili si contano:
  • Analoghi non nucleosidici della trascriptasi inversa (NNRTI). Farmaci che “spengono” una proteina utilizzata dal virus per replicarsi;
  • Analoghi nucleosidici della trascriptasi inversa (NRTI). Si tratta di versioni “false” di sostanze che il virus utilizza per replicarsi;
  • Inibitori della proteasi (IP). Sono farmaci che inibiscono la proteasi virale, l’ultima fase di moltiplicazione del virus;
  • Inibitori dell’ingresso (anti CCR5) o della fusione. Farmaci che impediscono al virus di entrare in contatto con i linfociti CD 4 T;
  • Inibitori dell’integrase. Questi farmaci agiscono disattivando l’integrase, una proteina che il virus dell’HIV utilizza per inserire il proprio materiale genetico nei linfociti TD4 T.
A seconda della fase dell’infezione e dalla maggiore o minore resistenza ad alcuni dei farmaci antiretrovirali, si modulerà il protocollo terapeutico per ciascun paziente, ma in linea di massima i farmaci da assumere sono almeno tre in combinazione per garantire la massima efficacia. Naturalmente il trattamento si intende a vita, e una volta che la terapia si comincia è necessario sottoporsi costantemente ad esami di controllo ogni 3-6 mesi – in particolare la carica virale e la conta dei linfociti TD4 T – per verificare l’efficacia delle cure.
Come tutti i farmaci da assumersi quotidianamente per anni, anche quelli anti HIV comportano degli effetti collaterali, tra cui:
  • Nausea, vomito o diarrea;
  • Disturbi cardiaci;
  • Indebolimento osseo;
  • Rabdomiolisi (rottura delle cellule del tessuto muscolare);
  • Ipercolesterolemia;
  • Iperglicemia.
Convivere al meglio con la sieropositività e con le terapie antiretrovirali significa quindi adottare uno stile di vita e comportamenti quanto più salutari possibile, al fine di attenuare gli effetti collaterali delle cure e migliorare il proprio stato di salute in generale.
Puntare quindi su buona alimentazione, con l’eventuale assunzione di integratori concordati con i medici affinché non confliggano con i farmaci, fare attività fisica e vaccinarsi contro le infezioni più comuni sono la via elettiva per garantirsi buone aspettative di vita. A proposito di vaccini, quelli raccomandati per le persone infettate dal virus dell’HIV saranno a base di microrganismi inattivi (altrimenti potrebbero nuocere gravemente a chi abbia un sistema immunitario poco reattivo), da somministrarsi in soggetti che abbiano avuto una diagnosi precoce di sieropositività e abbiano iniziato tempestivamente la terapia antiretrovirale.
 

Prevenire l'AIDS

Melocola del virus dell'HIVPurtroppo al momento non esiste ancora un vaccino che protegga dal virus dell’HIV, pertanto l’unico modo possibile per evitare l’infezione e quindi il pericolo di ammalarsi di AIDS è quello di mettere in atto comportamenti che azzerino il rischio di contrarre l’infezione. Abbiamo visto quali siano i principali fattori di rischio, pertanto è facile capire quali norme di comportamento adottare per neutralizzarli. Ma ripetiamo quali sono le (semplici) regole d’oro per prevenire il contagio da HIV e per evitare di trasmetterlo ad altri:
  • Indossare un nuovo profilattico ogni volta che si ha un incontro sessuale. In particolare è necessario usare sempre il condom o il femidom (il preservativo femminile) per i rapporti anali e vaginali. Se si adoperano lubrificanti, dovranno essere a base acquosa, perché quelli a base oleosa possono più facilmente provocare una rottura del lattice. Nei rapporti orali, invece, è consigliato usare un oral dam (sorta di lenzuolino plastificato aromatizzato non lubrificato);
  • Assumere farmaci antiretrovirali che possono inibire il contagio del virus. Questo vale per chi è sieropositivo e in cura per la prevenzione dell’AIDS e ha comportamenti a rischio. Alcuni medicinali anti HIV sono infatti anche in grado di ridurre la probabilità di trasmettere il virus a propria volta;
  • Avvisare il proprio o i propri partner sessuali attuali se si è sieropositivi, e informare della propria condizione i partner del passato, affinché possano sottoporsi al test;
  • Non condividere le siringhe, il che equivale a dire che anche se si fa uso di droghe iniettabili, almeno che lo si faccia con siringhe sempre nuove e sterili;
  • In caso di gravidanza e comportamenti a rischio, è cruciale sottoporsi immediatamente al test per scoprire un eventuale contagio da HIV. Le gestanti sieropositive possono, come abbiamo visto, trasmettere l’infezione al nascituro, ma la terapia antiretrovirale è in grado di abbattere questo rischio;
  • Prevenire e curare le malattie veneree, le quali sono anch’esse un fattore di rischio per l’infezione da immunodeficienza acquisita.
 

Domande e risposte

  1. Qual è di solito il primo sintomo dell’infezione da hiv?
La febbre. Di solito è questo il primo vero indizio dell’aver contratto il virus, spesso accompagnato da altri sintomi come il senso di spossatezza, ingrossamento dei linfonodi, gola infiammata. È il segnale che il virus si trova nel flusso sanguigno e che sta iniziando a moltiplicarsi rapidamente.

 
  1. Quanto tempo occorre perché i sintomi dell’infezione da hiv si manifestino?
I sintomi precoci dell’infezione dal HIV si manifestano di solito uno o due mesi dopo la trasmissione del virus, sebbene in alcuni casi possano anticipare alle due settimane dopo il contagio. C’è però da sottolineare che molte persone non manifestano alcuna sintomatologia nella fase “finestra”, ovvero il primo periodo dopo aver contratto l’infezione.

 
  1. Quali sono i primi sintomi dell’infezione da hiv nelle donne?
La sintomatologia   dell’avvenuto contagio da HIV nelle donne è più o meno lo stesso che negli uomini, e in generale può (ma non è detto, come abbiamo visto) includere:
  • Linfonodi ingrossati
  • Nausea e/o vomito
  • Senso di spossatezza, debolezza
  • Lesioni del cavo orale come piccole ulcere e afte
  • Infezioni vaginali tra cui la candidosi
  • Copiosa sudorazione notturna
  • Dolori muscolari e articolari
 
  1. Quali sono i 4 stadi dell’infezione da hiv?
Il progresso dell’infezione è molto lungo e lento, e perdura per svariati anni, per tale ragione viene distinto in quattro stadi principali:
  • Infezione primaria (che include il periodo “finestra” in cui si è ancora sieronegativi)
  • Stadio di latenza asintomatica (la più lunga, può durare anche 10 anni)
  • Stadio sintomatico dell’infezione (è quello in cui iniziano a manifestarsi alcune delle patologie cosiddette “opportunistiche”)
  • Senza le cure antiretrovirali il quarto stadio è rappresentato dal passaggio all’AIDS conclamato


 
 


 
In collaborazione con
Paola Perria

Paola Perria

Giornalista pubblicista da luglio 2009, ho conseguito con il massimo dei voti un Master in Gender Equality-Strategie per l’Equità di Genere con tesi sulla Medicina di Genere. Copywriter originale e creativa, nasco negli anni Settanta in un assolato angolo di Sardegna, imparando tutto ciò che posso dai libri e dalla vita, dopo la maturità classica mi sono laureata in Lingue e Comunicazione. Scrivo di salute e benessere dal 2010, collaborando con diverse testate giornalistiche on-line e web magazine. Nel cassetto nascondo racconti, un diploma da fumettista e aspirazioni da storyteller, a cominciare dalla Medicina Narrativa. Collaboro con Doveecomemicuro dal luglio 2017. E questo è solo l’inizio.