Informazione del paziente: un approccio partecipativo

Informazione del paziente: un approccio partecipativo

Indice


Domande e risposte

Il bisogno di informazione del paziente

Il cittadino è sempre più consapevole, interessato e autonomo nella ricerca di informazioni che riguardano la sua salute. Questo aspetto, che solo negli ultimi anni si è sviluppato in Sanità, testimonia la centralità del paziente nell’ambito del processo di prevenzione, diagnosi e cura. Un fenomeno che caratterizza la medicina moderna e getta le basi per la costruzione di una mentalità nuova verso i temi della salute e del benessere, un approccio più partecipativo i cui benefici ricadono sia sul paziente che sul sistema sanitario e sulla società nel suo complesso.

 
Immagine che rappresenta un tablet sulla scrivania
 

Chi cerca informazioni in rete

Il cittadino italiano medio accede ai siti che forniscono informazioni e servizi per la salute e il benessere, da cui attinge nozioni per poter gestire la prevenzione, la diagnosi e la cura in sempre maggiore autonomia.
Ricerca le strutture più quotate cui rivolgersi per trovare specialisti adatti alla cura della sua patologia e visita i blog delle aziende che operano nel settore alla ricerca di dati utili a supportare il suo processo decisionale. 
Le survey condotte sulla popolazione mostrano che la maggior parte delle persone ricerca notizie sulla salute ogni tanto, mentre una percentuale racconta di cercarle spesso.  

La fascia di età mediamente più coinvolta dal fenomeno è quella compresa fra i 45 e i 55 anni, seguita dagli over 55.
Ultimi gli under 34, meno interessati forse anche perché generalmente più sani e quindi meno toccati dal tema della prevenzione e delle cronicità.
La situazione si ribalta quando si considerano forme di salute digitale più sofisticate, come le app mediche, il cui uso è massimo nelle persone al di sotto dei 34 anni


Digital Health: cosa cercano le persone in Internet

Fra i topics più cercati su Google, quelli con la frequenza maggiore sono le informazioni sui sintomi di una patologia, seguite dalle informazioni di carattere generale su una malattia specifica e sui rimedi farmacologici per trattarla
Vengono anche impostate ricerche sulle informazioni che consentono di interpretare correttamente il risultato di un esame e, infine, su alimentazione e stile di vita.
In aumento il numero delle ricerche su uno specifico medico o su una struttura sanitaria, presso portali dove il lettore può visualizzare anche le recensioni di altri utenti e dell’accesso a siti che consentono la prenotazione delle visite e di consulenze mediche di vario tipo, videoconsulti compresi.
Le query sono spesso introdotte dalle parole come e perché: nascono, infatti, dall’esigenza di approfondimento, di raccolta di dati aggiuntivi su un termine o un concetto già noti.
Un report condotto da Bain & Company nel 2019 sull’impatto del digitale nel mercato healthcare mostra come nel nostro Paese vengano effettuati 4 miliardi di ricerche all’anno sul tema della salute.
In rete gli utenti vanno alla ricerca di contenuti utili a interpretare sintomi e patologie e stili di vita, rappresentati in particolare da dieta e alimentazione. Molto cercate anche le informazioni su farmaci e integratori e sui centri medici specialistici a cui rivolgersi. 


I vantaggi del digitale

A differenza del consulto in presenza, in rete l’utente può porre liberamente domande anche su questioni private o scomode che lo metterebbero in imbarazzo. Questo aspetto ha portato anche allo sviluppo di chatbot per il contrasto alla vaccine hesitancy, che rispondono ai dubbi delle persone che vi accedono con una comunicazione lontana dai tradizionali paternalismi e da ogni forma di giudizio.
Una forma di espressione che solo oggi si sta affermando e che ha mostrato di essere più efficace ai fini del coinvolgimento sui temi dell’healthcare.
Un secondo aspetto vantaggioso è rappresentato dalla rapidità di risposta. L’utente può effettuare una breve ricognizione nel web durante la pausa caffè, con un investimento di pochi minuti di tempo.

Come cambia la relazione medico-paziente

Gli studi evidenziano come la ricerca di informazioni sulla salute si accompagni alla necessità da parte del paziente di condividere con il proprio medico quanto scoperto a riguardo. I pazienti, infatti, non si dichiarano insoddisfatti della loro comunicazione con i medici, ma esprimono il desiderio di saperne di più e meglio. 

Il medico continua a rappresentare il riferimento per la gestione di salute e benessere, anche se i cittadini avvertono forte l’esigenza di approfondire in autonomia i temi legati alla salute e di confrontarsi con chi ha attraversato la medesima esperienza di malattia e di cura.
Tale cambiamento di prospettiva ha ricadute fondamentali nell’organizzazione di ospedali e luoghi di cura, perché segna il passaggio dal modello di medicina centrato attorno al medico (e alla malattia) a quello orientato al paziente, il modello patient-oriented.  

L’arrivo della pandemia ha portato all’implementazione rapida di piattaforme già esistenti ma fino a quel momento poco usate, come quelle per la realizzazione della telemedicina. Questo ha cambiato la relazione medico-paziente, oltre ad avere avuto un potente effetto di alfabetizzazione digitale per molti anziani, che hanno visto negli smartphone l’unico strumento per mantenere un contatto con i propri cari.
Sono state così poste le prime basi di un processo di deospedalizzazione, di decentramento della cura che porteranno al tanto auspicato rafforzamento della medicina territoriale.

 
Immagine che rappresenta un dottore che sta facendo un videoconsulto online
 

Il patient engagement

L’espressione patient engagement significa letteralmente coinvolgimento del paziente. In ambito sanitario, si riferisce al suo coinvolgimento attivo in tutto il suo percorso di prevenzione, diagnosi e cura.
In passato, il paziente subiva passivamente le decisioni che i medici prendevano per lui. Qualche volta, nella migliore delle ipotesi, i curanti consultavano i parenti stretti del malato, ma più in generale si tendeva a escluderlo dalle riflessioni intorno alla sua malattia, nella convinzione di evitargli un turbamento che avrebbe potuto compromettere la cura. 
Quella condizione, tuttavia, contribuiva a sconvolgere ulteriormente il paziente, rendendolo incapace di reagire e spingendolo a delegare ogni decisione al sistema.
Un contesto che implicava però:
  • Un aumento dei costi a carico della Sanità;
  • Una scarsa aderenza alle terapie;
  • Un generale peggioramento dello stile di vita del paziente.

Alla luce di queste considerazioni, è sorta la necessità di ridefinire il rapporto medico-paziente in maniera che recepisse la volontà di quest’ultimo di essere protagonista del suo decision making.

In termini più generali, il patient engagement agevola il passaggio da cittadino utente a cittadino protagonista e asseconda l’evoluzione del concetto di salute già ratificata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1946, quando fu abbandonato il concetto di salute come “semplice assenza di patologie organiche”, e privilegiato quello di “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale”.


Gli aspetti del coinvolgimento del paziente

A dispetto di quanto si potrebbe desumere, il coinvolgimento del paziente non è un processo spontaneo e casuale, ma deve avvenire in maniera scientifica e strutturata. E, soprattutto, deve essere un processo personalizzato, realizzato su misura del singolo paziente.

Esso comprende diversi aspetti:
  • Empowerment;
  • Partecipazione attiva: per raggiungere questo obiettivo è necessario che il focus del paziente si estenda dal suo contesto sanitario a quello quotidiano nella gestione della cura; il malato deve concentrarsi meno su sintomi e speculazioni tecniche e specialistiche per dedicare energia e concentrazione alle informazioni utili al management della malattia nel day-by-day;
  • Alfabetizzazione sanitaria (health literacy): il malato (il cittadino, in generale) deve acquisire informazioni scientifiche, ma deve anche formarsi una mentalità in grado di cogliere i vantaggi offerti dall’innovazione in maniera efficace e sicura.
  • Ben vengano, dunque, i siti di informazione scientifica, anche istituzionali, che permettono lo sviluppo di specifiche competenze e la presa di coscienza dei problemi legati alla malattia. Questo è il processo attraverso il quale le persone e le comunità acquisiscono un maggiore controllo rispetto alle decisioni e alle azioni riguardanti la propria salute;
  • Decision making condiviso: il paziente prende decisioni sulla sua salute sentito il parere del medico.
In questo, il caregiver informale costituisce un alleato fondamentale per il medico o l’equipe che si occupa del malato, al fine di garantire la continuità assistenziale alla persona con patologia cronica e la buona efficacia ed efficienza dei servizi di assistenza e cura.


Informazione del paziente: dovere o diritto?

La health literacy rappresenta uno dei punti sui quali il nostro Paese deve intervenire: le indagini sociali sono piuttosto concordi nel mostrare una bassa alfabetizzazione sanitaria in Italia. Questo fenomeno è in parte causato dall’insoddisfacente livello di cultura scientifica.
Se la nuova visione della Sanità implica un processo di responsabilizzazione del paziente, e quindi necessariamente anche il dovere all’informazione, è anche vero che questa prospettiva potrebbe non essere quella migliore dalla quale proporre e analizzare il fenomeno.
Così come accade per i vaccini, anch’essi vittime di pregiudizi immotivati dal punto di vista scientifico, anche l’informazione non dovrebbe essere vissuta come un dovere, ma come un diritto. Pur essendo un atto di responsabilità e altruismo verso la collettività, la vaccinazione rappresenta prima di tutto una scelta di sano egoismo, attraverso la quale l’individuo si protegge da malattie gravi e potenzialmente mortali. 
Allo stesso modo, l’informazione dovrebbe essere vista come una forma di tutela di sé: il fatto di sapere come proteggersi in maniera efficace dalle malattie, quali siano gli stili di vita più opportuni per prevenirle e dove trovare indicazioni su come gestire i sintomi nel caso in cui compaiano va a vantaggio del singolo, prima ancora che della società. 
 

L’empowerment del paziente

Dal concetto di patient engagement è nato quello di promozione della salute, ovvero del “processo che consente alle persone di esercitare un maggiore controllo sulla propria salute e di migliorarla” (da qui il concetto di empowerment e i riferimenti al potere), così come definito nella Carta di Ottawa stilata dall’OMS nel 1986.

La promozione della salute rappresenta il complesso delle azioni dirette:
  • Ad aumentare le capacità degli individui;
  • Ad avviare cambiamenti sociali, ambientali ed economici;
  • In un processo che aumenti le reali possibilità di controllo, da parte dei singoli e della comunità, sui determinanti di salute.
Il complesso di azioni che rientrano nell’attività di promozione della salute può essere realizzato solo attraverso l’empowerment del cittadino. L’empowerment per la salute comprende tutte le informazioni che devono essere fornite al cittadino per permettergli di partecipare al processo decisionale nell’ambito della sua cura.


Digital health e patient empowerment

Fra i vantaggi della digital health, è globalmente ritenuto che il maggiore sia quello della promozione dell’empowerment, che viene realizzata mediante:


Telehealth

Si tratta dell’uso delle tecnologie digitali e dei dispositivi di comunicazione per accedere ai servizi sanitari da remoto e gestire la salute.
Comprende modalità che i pazienti usano da casa oppure che sono i loro medici a utilizzare per migliorare o supportare le prestazioni del SSN, in particolare:
  • I portali dedicati ai pazienti: più diffusi in altri Paesi europei e nel regno Unito, offrono un’alternativa alla e-mail, poco sicura negli scambi di dati sensibili perché più esposta ai rischi di cybercrime; permettono al paziente di comunicare con un medico o un infermiere, richiedere la prescrizione di farmaci con cui sono già in terapia, leggere i risultati di esami e visite pregresse, fissare appuntamenti;
  • Remote monitoring: è un insieme di tecnologie che permettono al medico o al team di professionisti di monitorare la salute dei pazienti da remoto; comprende app pensate per l’upload di dati, dispositivi che misurano e trasmettono in modalità wireless parametri significativi (battito cardiaco, capacità polmonare, glicemia…) per il controllo del loro quadro clinico;
  • Dispositivi per il monitoraggio a domicilio destinati agli anziani a rischio di cadute.


Fascicolo elettronico sanitario (FSE)

Il FSE è lo strumento attraverso il quale il cittadino può tracciare e consultare tutta la storia della propria vita sanitaria, condividendola con i professionisti sanitari per garantire un servizio più efficace ed efficiente. 


App mediche

Supportano il paziente ad organizzare meglio i suoi dati sanitari proteggendoli dai rischi di cybercrime.
Possono conservare informazioni, monitorare parametri vitali, calcolare e tracciare l’apporto calorico della dieta, inviare notifiche per l’assunzione di farmaci o registrare le performance dell’attività fisica.
 

I fattori frenanti il patient empowerment 

Il maggiore è la generale sfiducia nelle potenzialità del digitale nel fornire strumenti in questo senso.

Il secondo fattore critico è la riluttanza dei medici a concedere spazio nell’ambito della cura, a staccarsi dal passato, a perdere il privilegio di una posizione centrale. Questo modello implica uno sforzo notevole, che sappia andare oltre le resistenze culturali di una classe medica tradizionalmente votata ad approcci meno partecipativi.

Se, da un lato, un paziente maggiormente informato e partecipe è un paziente migliore, dall’altro richiede maggiore attenzione, uno slancio di trasparenza e chiarezza nella comunicazione, nonché una più fine sensibilità ed empatia. Il medico deve riuscire a discernere quali informazioni possono essere utili per il malato, per la gestione della quotidianità da quelle che possono ingenerare ansie e preoccupazioni inutili, come i particolari tecnici e le statistiche di mortalità.

Per promuovere una relazione medico-paziente capace di oltrepassare questi limiti, occorre potenziare l’informazione evidence-based, ossia quella basata sulle prove scientifiche e non sulla percezione. I forum e le community dove i pazienti condividono le loro esperienze di malattia costituiscono un network importante nella cura. Infine, bisogna puntare sulla componente di formazione nell’informazione, l’elemento essenziale per ottenere il coinvolgimento attivo di cittadini e associazioni e favorire lo sviluppo di una Sanità orientata al paziente.


I vantaggi del patient empowerment

Quando l’utente partecipa alla cura si realizza una congiuntura favorevole:
  • La sua soddisfazione è maggiore;
  • I risultati clinici migliorano;
  • Aumenta la sua sicurezza in ospedale: questo aspetto assume un valore particolare, ad esempio, per quanto riguarda le iniziative a contrasto della antibiotico resistenza;
  • Le terapie alle quali si sottopone sono più sicure, perché è più in grado di comprendere le indicazioni del medico e di conseguenza l’importanza di seguirle scrupolosamente.

Diminuiscono quindi le ricadute economiche della malattia e aumenta il benessere generale della popolazione.

La definizione della qualità delle strutture sanitarie

Le strutture sanitarie oggi sono chiamate a interagire con un soggetto diverso rispetto al passato: un paziente che racconta in maniera più o meno precisa la sua condizione, che chiede ai medici chiarimenti e vuole comprendere qual è la sua reale condizione di salute.
Un individuo che sperimenta soddisfazione per le cure e per l’attenzione ricevuta in ambito sanitario e la vuole condividere; che è consapevole del fatto che la sua opinione conta, che le strutture sanitarie hanno a cuore il suo feedback e che, pubblicando una recensione o raccontando la sua esperienza in un forum, potrà facilitare la scelta di altri pazienti, nei quali si identifica.

La convinzione generale è quindi che la comunicazione sui temi della salute e del benessere debba essere inclusiva del paziente: solo così può diventare una forma importante di prevenzione e di miglioramento dell’aderenza alla terapia.
La cura diventa in questo modo un elemento sempre più multidisciplinare, che necessita del medico, ma anche dell’infermiere - che rappresenta la figura forse più vicina al paziente, in particolare in ospedale - del biologo (che è chiamato a partecipare alle equipe di ricerca) così come del farmacista (che risponde ai dubbi del malato e lo orienta nella terapia).

Lo scopo è produrre una cura che non si limiti all’erogazione di una prestazione, ma vada incontro alle esigenze del paziente, esca uscire dalla mentalità cosiddetta a silos e si sposti verso il singolo paziente, definendo il concetto della Sanità basata sul valore (value based healthcare). 

L’assistenza al paziente oncologico

L’incidenza del tumore è in continuo aumento, ma le cure che oggi i medici hanno a disposizione non hanno paragoni rispetto al passato.
Il paziente oncologico è sempre più un malato cronico: laddove le medicine ne consentono la cura definitiva, egli guarisce e laddove ancora non la permettono i medici cercano di trasformarla in una patologia gestibile, al pari di tutte le altre cronicità.

Il risultato è che il malato di cancro vive di più, ma sperimenta anche tutte le difficoltà legate alla convivenza con una malattia che sa essere particolarmente ostile. Negli anni che gli rimangono, sempre più numerosi grazie al progresso della ricerca, egli può andare incontro a ripercussioni psicologiche importanti, che possono estendersi anche ai caregiver, ai familiari in generale e anche ai medici che lo hanno in cura.

In oncologia i casi di burnout, la forma di grave esaurimento psicofisico che può colpire il medico per cause professionali, sono molto più numerosi rispetto ad altre branche della medicina.

Dall’altro lato, in questo ambito è più importante che in altri che si instauri una comunicazione medico-paziente soddisfacente, sia per la protezione dalle perturbazioni emotive che per la corretta trasmissione delle informazioni sulla cura. 

I vantaggi di questo modello

In una ricerca pubblicata nel 2017 dal centro di ricerca Engage Minds Hub dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, più di un paziente cronico su due dichiarava di non sentirsi abbastanza coinvolto nel suo processo di cura, non adeguatamente sostenuto e legittimato a giocare un ruolo pro-attivo nel proprio percorso socio-sanitario. Su un campione di 1389 pazienti cronici italiani, 9 su 10 ritenevano invece importante il loro coinvolgimento attivo nel processo di cura.

I fatti dimostravano già allora che i pazienti poco coinvolti: Il patient engagement è dunque una priorità sia etica che pragmatica per il sistema sanitario, tanto da essere incluso nell’indirizzo strategico proposto dal Piano Nazionale della Cronicità e dal Piano Nazionale della Prevenzione del Ministero della Salute.
“Senza un ruolo attivo dei cittadini e dei pazienti - dichiarò all’epoca Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità - sarà impossibile garantire la sostenibilità del servizio sanitario ed è per questo che le indicazioni scaturite dalla Conferenza saranno particolarmente preziose”.


Coinvolgere il paziente per migliorare l’aderenza terapeutica

L’aderenza terapeutica è uno dei punti sui quali il coinvolgimento può davvero determinare un impatto disrupting. Il paziente abbandonato a se stesso non pone domande, anche quando non capisce ciò che ha detto il medico; sperimenta frustrazione e mancanza di autostima non solo a causa della malattia, ma anche per via della sua ignoranza. Ciò porta a un aumento del rischio che commetta errori nell’assunzione delle medicine, che dimentichi un controllo, che trascuri l’importanza del suo stato psico-fisico.
Inoltre, il coinvolgimento qualificato dei pazienti nelle diverse fasi dello sviluppo, dell'approvazione e della sorveglianza dei farmaci porta alla produzione di terapie sempre più dirette a soddisfare i reali bisogni del paziente e al miglioramento del sistema di farmacovigilanza, ovvero l’insieme delle procedure che vengono messe in atto dopo l’immissione in commercio per tutelare la sicurezza dei pazienti. 
Sono i malati a sperimentare in prima persona gli effetti indesiderati dei farmaci, la loro efficacia e qualità, ed è quindi importante che abbiano la possibilità di effettuare segnalazioni in merito direttamente alle autorità sanitarie.
 

La sicurezza dei pazienti

Non mancano gli aspetti critici di un modello che presuppone la partecipazione attiva del paziente


Protezione della privacy

Benché la loro maturità sia cresciuta con il tempo, talvolta i pazienti sono portati alla comunicazione di informazioni sensibili riguardanti la loro salute con troppa disinvoltura, anche attraverso canali poco disciplinati come la messaggistica di Whatsapp e la posta elettronica.


Inaffidabilità delle informazioni

La ricerca di informazioni talora intercetta fonti poco autorevoli e, se il paziente non è sufficientemente educato, questo può portare a scelte terapeutiche sbagliate, con conseguenze pesanti per la salute.
Esemplare quanto successo negli scorsi anni ad uno dei presidi di Sanità più efficaci e sicuri, i vaccini.
In un contesto così complesso, assume un valore particolare la configurazione dei motori di ricerca finalizzata all’individuazione di siti istituzionali o comunque verificati. Se i contenuti privi di evidenza scientifica vengono privilegiati perché meglio indicizzati, inevitabilmente il lettore non accederà mai a informazione verificata, a meno che non inserisca nella barra di ricerca l’indirizzo del sito.

Si stima che i contenuti fake circolino ad una velocità circa 5 volte più rapida rispetto a quelli scientificamente dimostrati. Si tratta, inoltre, di notizie pericolose da smentire: il debunking rischia, infatti (e lo dimostrano molti studi) più deleterio dell’indifferenza. E ottenere la rimozione di un contenuto dal web può essere impossibile da ottenere.
Per ridurre l’impatto di questo inconveniente durante la pandemia, una fase storica durante la quale i danni della cattiva informazione sanitaria hanno pesato non solo sul benessere del singolo ma anche sulla salute pubblica, Google ha messo a punto un algoritmo finalizzato a privilegiare i contenuti science based e pubblicato un alert ad ogni ricerca web sui temi sanitari che invitava a rivolgersi a siti qualificati.


Autodiagnosi

Accanto ai risvolti positivi dell’informazione, che includono una maggiore autonomia decisionale e una migliore consapevolezza di sé, esistono anche molti rischi connessi a queste nuove tendenze. 

Uno fra i più discussi è quello della cosiddetta cybercondria, un termine ottenuto dalla fusione di due parole: cyber e ipocondria. Sulla base delle informazioni reperite in rete e in determinate condizioni, alcuni pazienti possono sviluppare una patologia che comporta la tendenza a ricercare online persistentemente informazioni mediche in associazione a un progressivo aumento dei livelli di ansia relativi alla propria salute.

Questo comportamento conduce all’autodiagnosi che ha lo scopo di rassicurare il paziente. Ma la rassicurazione ha breve durata e lascia ben presto il posto all’autoconvincimento di essere affetti da un disturbo specifico.
In qualche caso, procede addirittura all’automedicazione con terapie fai-da-te, prive di un’indicazione medica e correlate a rischi per la salute, soprattutto se l’utente incorre in siti nei quali l’informazione non è verificata.

Alcune scuole di pensiero sostengono che la cybercondria sia semplicemente una forma moderna di ansia per la salute, ma le ricerche hanno dimostrato che questo disturbo sia caratterizzato da un pattern di particolari comportamenti ed emozioni che ne fanno un un disturbo nuovo. Non si tratta di una versione di ipocondria attualizzata, ma include un utilizzo disfunzionale dell’innovazione.

 
Immagine che rappresenta un medico con un tablet in mano

Domande e risposte

Perché il patient engagement è importante?

Perché il paziente coinvolto nel processo di cura mostra più interesse e attenzione alla sua salute, che gestisce con maggiore responsabilità; questo porta al miglioramento delle sue condizioni psico-fisiche rispetto al paziente non coinvolto (a parità di condizioni) e alla riduzione dei costi in Sanità.

Come è possibile migliorare il patient engagement?

Attraverso l’informazione scientifica corretta e chiara e l’implementazione di iniziative che concentrino la sua attenzione sugli aspetti nei quali l’informazione può migliorare la gestione della malattia nel quotidiano.

Partecipazione attiva del paziente e patient engagement sono sinonimi?

No. La prima è l’insieme delle azioni che portano il paziente a sfruttare le informazioni scientifiche a sua disposizione per massimizzare i benefici nella gestione della malattia. Il secondo è un concetto più generale, che comprende la partecipazione attiva, l’empowerment e l'alfabetizzazione sanitaria, e che rappresenta il suo coinvolgimento in tutte le fasi di diagnosi e cura.

Il coinvolgimento del paziente migliora la sua salute?

A parità di condizioni sì. Il coinvolgimento del paziente determina una sua forma di responsabilizzazione, maggiore attenzione alla salute, minor numero di errori nell’assunzione dei farmaci, la scelta di uno stile di vita più sano.

Le informazioni presenti in Doveecomemicuro.it hanno scopo divulgativo e informativo. Non costituiscono in alcun modo un mezzo di autodiagnosi e automedicazione. Per qualsiasi dubbio sull'uso di un farmaco, rivolgersi al proprio medico.

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In collaborazione con

Monica Torriani

Monica Torriani

Dopo la Laurea Magistrale in Farmacia, l’internship in una Farmacia ospedaliera e l’abilitazione professionale, per diversi anni mi sono dedicata a crescere i miei 4 figli. Ritornata nell’ambiente professionale, ho fondato il blog WELLNESS4GOOD, un progetto che interpreta il bisogno sociale di comunicazione fruibile e verificata sui farmaci. Scrivo per diverse testate su carta stampata e web, collaboro con l’industria farmaceutica e le farmacie e mi occupo di consulenza scientifica. Socia delle società scientifiche AFI e SIARV, sono membro del Gruppo di Lavoro "Dispositivi Medici" di quest’ultima. Oltre ai canali social (di seguito segnalati) e al blog mi potete trovare anche su Instagram.

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